Non soltanto finanziare il presente, ma aiutare le aziende a capire come crescere e come trasformarsi. È questa la funzione che Fabio Innocenzi, vicepresidente esecutivo di Banca Finint, attribuisce all’investment banking, chiamato ad affiancare il credito bancario tradizionale con strumenti destinati alle scelte strategiche di medio e lungo periodo.
Intervenuto alla 22ª Settimana Veneta della Finanza, Innocenzi ha affrontato i temi dei minibond, dell’apertura del capitale, delle operazioni straordinarie, della continuità aziendale e della gestione integrata tra patrimonio dell’impresa e patrimonio personale dell’imprenditore.
Vicepresidente, quali esigenze delle imprese può soddisfare un modello come quello di Banca Finint?
Noi ci concentriamo soprattutto sulle esigenze future delle aziende, quindi crescita e trasformazione. Il sistema bancario tradizionale svolge una funzione essenziale nella gestione quotidiana del business, mentre il nostro lavoro guarda soprattutto al passo successivo: come un’impresa può crescere, trasformarsi, acquisire un’altra società o affrontare un cambiamento importante. Gli strumenti possono andare dal debito a lungo termine e dai minibond fino alla consulenza sulle acquisizioni e sulle operazioni straordinarie.
Quando un minibond può essere utile anche per una piccola o media impresa?
Mi piace paragonare minibond e credito bancario tradizionale al pane e al companatico: un’alimentazione equilibrata ha bisogno di entrambi. Il credito bancario sostiene soprattutto l’attività ordinaria e parte di quella straordinaria, mentre il minibond permette all’impresa di rivolgersi direttamente al mercato e agli investitori. Le aziende più grandi utilizzano da sempre entrambe queste fonti; attraverso i minibond questa possibilità è stata resa accessibile anche alle imprese più piccole, permettendo loro di diversificare le fonti finanziarie.
Questo comporta anche una maggiore disciplina per l’impresa?
Sì. Un minibond richiede una maggiore capacità di comunicare dati, bilanci e previsioni. Naturalmente per una piccola impresa tutto avviene con una complessità proporzionata alle sue dimensioni, ma introdurre questo metodo può essere positivo anche dal punto di vista organizzativo. Significa imparare a programmare, rappresentare meglio la propria situazione economica e guardare al futuro con maggiore struttura.
Oltre al debito, quali altri strumenti mettete a disposizione delle aziende?
Le imprese non vivono soltanto di debito: hanno bisogno anche di capitale e di una buona gestione della liquidità. Sul capitale possiamo accompagnare acquisizioni, fusioni e cessioni oppure intervenire direttamente attraverso fondi che investono nelle aziende private. Sul fronte della liquidità, invece, molte imprese dispongono di risorse importanti e quindi il nostro compito è aiutarle a valorizzarle invece di lasciarle semplicemente ferme. Debito, capitale e liquidità devono essere considerati insieme.
Nel Nord Est il passaggio generazionale è uno dei temi più delicati. Qual è l’errore da evitare?
Bisogna distinguere la continuità dell’azienda dalla continuità della proprietà. La prima è indispensabile: l’impresa deve essere sostenibile e deve avere un futuro. La proprietà, invece, può rimanere alla famiglia, essere condivisa oppure passare a un altro soggetto. A volte la generazione precedente attribuisce grande valore alla continuità proprietaria, mentre quella successiva è più disponibile a immaginare percorsi differenti. L’importante è che l’impresa continui a creare valore, indipendentemente da chi ne detiene il capitale.
Sta cambiando quindi anche la cultura degli imprenditori più giovani?
Sì, e il Veneto in questo momento è un laboratorio molto interessante. Alcuni giovani imprenditori ragionano sempre più in termini di capacità personale di creare valore: possono farlo oggi in un’azienda e domani in un’altra, arrivando anche a vendere una realtà per acquisirne una differente. Sta crescendo la consapevolezza che l’imprenditore debba innanzitutto garantire sostenibilità e continuità all’impresa, senza considerare necessariamente immutabile la struttura proprietaria.
Nell’intervista ha espresso forte preoccupazione anche per l’inflazione. Perché?
L’inflazione ha un effetto molto pesante sul valore del risparmio delle famiglie e sulla capacità di spesa. Per questo considero pericoloso rimanere passivi quando le pressioni sui prezzi aumentano. Chi mantiene tutto il proprio risparmio in liquidità deve essere consapevole che, in presenza di un’inflazione elevata, il potere d’acquisto si riduce. Diventa quindi importante ragionare su una gestione del patrimonio capace di proteggere nel tempo il valore delle risorse accumulate.
Quando un’impresa valuta un’acquisizione o una cessione, come si evita di privilegiare soltanto il vantaggio finanziario immediato?
Bisogna evitare di costruire operazioni finalizzate esclusivamente a ottenere un beneficio di breve periodo. Nel caso di una cessione, per esempio, invece di cercare di presentare artificialmente un’azienda migliore di quello che è, si possono utilizzare strumenti come l’earn out, legando una parte del prezzo ai risultati futuri. In questo modo gli interessi delle parti vengono meglio allineati e si evita che un vantaggio immediato venga poi pagato dall’impresa negli anni successivi.
Che cosa cambia con l’integrazione del private banking all’interno di Banca Finint?
Aumentano i gradi di libertà. L’imprenditore non ha soltanto un’azienda: ha anche un patrimonio personale, esigenze familiari e obiettivi differenti nel tempo. Integrare private banking e investment banking significa poter osservare questi elementi insieme e offrire un ventaglio più ampio di soluzioni, coordinando meglio le scelte che riguardano l’impresa con quelle che riguardano la persona e la famiglia.
Dopo tanti anni nel settore bancario, quale principio considera oggi più importante?
La concretezza. La finanza attraversa periodi nei quali rischia di diventare troppo complessa e autoreferenziale, come è successo in alcune grandi crisi del passato. L’esperienza in Banca Finint mi ha riportato invece costantemente davanti all’imprenditore, spesso medio o piccolo, con esigenze molto specifiche. Questo obbliga a mantenere la finanza rigorosamente ancorata ai bisogni reali del cliente. Ed è probabilmente la lezione più importante.
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