Sette anni dopo l’inizio del caso giudiziario, politico e mediatico sugli affidi di minori nella Val d’Enza, tra le tante domande ne resta una che oggi, dopo il clamore, continua a echeggiare nel vuoto. Cosa resta dopo Bibbiano? L’inchiesta Angeli e Demoni, prima ancora delle sentenze e della ricostruzione di una verità fattuale, ha permeato nell’immaginario, acceso sospetti, alimentato timori. Ha lasciato dietro di sé una scia – una ferita, una cicatrice – sulla quale oggi occorre costruire il futuro dei servizi sociali e del sistema degli affidi familiari. Un ingranaggio umano che non può permettersi di non funzionare per la sua finalità essenziale: garantire ai bambini un ambiente sicuro in cui crescere. Se la fiducia manca, però, l’ingranaggio umano si rompe e nel caos resta soltanto il silenzio. Ne abbiamo parlato con la dirigente dei servizi sociali del Comune di Reggio Emilia, Germana Corradini.
Quali ricadute ha avuto la vicenda Bibbiano sul welfare minorile?
«La vicenda Bibbiano ha inciso profondamente sul rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, determinando conseguenze rilevanti sulla percezione del sistema di tutela dei minori e sull’operato dei servizi sociali. L’esperienza maturata dal 2019 a oggi ha evidenziato come, per superare questa sfiducia, non basti contrastare le narrazioni negative riaffermando la complessità dei fatti, ma sia necessario ricostruire un rapporto basato su trasparenza, responsabilità e dialogo. Nel contesto reggiano, il sistema di relazioni consolidate con associazioni, famiglie e cittadini – frutto di un percorso basato sul confronto e sulla condivisione di posizioni anche differenti – ha consentito di mantenere aperto il dialogo con il territorio e di lavorare senza assumere una posizione esclusivamente difensiva. Tuttavia, la fiducia nei servizi non può essere data per acquisita: deve essere costruita attraverso la trasparenza dell’azione amministrativa, la qualità degli interventi e la continuità delle relazioni con la comunità. Compito delle istituzioni è rendere più comprensibili i processi decisionali, le motivazioni degli interventi e i meccanismi attraverso cui vengono verificati i risultati. La tutela dei minori richiede professionalità qualificate, procedure rigorose e responsabilità chiaramente individuate, ma presuppone anche una comunità informata, capace di riconoscere il valore della prevenzione e della protezione dell’infanzia. Un elemento particolarmente significativo riguarda la diminuzione dei minori in carico ai servizi sociali, passati da 3.149 nel 2019 a 2.420 nel 2025, e delle nuove prese in carico annuali, scese da una media di circa 300 a circa 200 (dati del report dei servizi sociali). Tale andamento ci impone una riflessione profonda, considerando che il fenomeno del maltrattamento minorile – come evidenziano rilevazioni nazionali e internazionali – è in aumento e presenta una componente sommersa rilevante e sottostimata. Questa diminuzione potrebbe riflettere anche una minore fiducia nelle istituzioni e una maggiore esitazione nel segnalare situazioni di rischio, alimentata da un clima di delegittimazione dei servizi, consolidatosi dopo la vicenda del 2019. Tale sfiducia può rendere cittadini, famiglie e operatori più esitanti nel segnalare situazioni di rischio, ostacolandone l’emersione precoce e ritardando gli interventi di protezione, e facendo in modo che alcune situazioni rimangano invisibili. È un aspetto che dobbiamo considerare con grande attenzione ed è nostra responsabilità ricostruire le condizioni affinché la comunità possa riconoscere nei servizi un interlocutore competente e affidabile, anche ribadendo che segnalare un possibile maltrattamento non significa formulare un’accusa, ma permettere ai professionisti competenti di valutare la situazione e intervenire, quando necessario, per proteggere il minore».
Com’è cambiato da allora il lavoro dei servizi sociali?
«L’esperienza di questi anni ha evidenziato la necessità di consolidare ulteriormente un modello di intervento fondato sulla progettazione condivisa, superando una concezione del lavoro sociale incentrato sui singoli interventi. Prendersi cura di una persona, di un minore o di una famiglia, significa costruire un progetto che coinvolga, secondo le specificità della situazione, i diversi professionisti, i servizi competenti, le famiglie e le risorse della comunità. Questo orientamento richiede di riconoscere il valore delle diverse prospettive scientifiche, culturali e professionali – psicologi, assistenti sociali, psichiatri, educatori e altri professionisti – che, attraverso contributi differenti e complementari, concorrono alla comprensione della situazione e alla definizione degli interventi più appropriati. Sul piano organizzativo, tale integrazione si realizza attraverso il rafforzamento delle équipe multidisciplinari e degli strumenti di collaborazione interistituzionale (studio, analisi delle situazioni, condivisione dei saperi specifici, costruzione di linee guida e protocolli operativi tra servizi diversi). L’obiettivo è riaffermare la responsabilità collettiva dell’educazione e della protezione dei bambini, dove la comunità intera si fa comunità educante, capace di accogliere, ascoltare, intercettare precocemente il disagio e proteggere l’infanzia prima che si arrivi alla frammentazione dei legami familiari».
I casi di violenza sui minori sono in aumento a livello nazionale. Quanti sono a Reggio Emilia e come fare a intercettarli?
«Il nostro servizio, nel 2025, ha seguito 410 bambini per situazioni di violenza, in larghissima parte assistita, quando cioè il minore è testimone di episodi di maltrattamento subiti da figure di riferimento, nella quasi totalità dei casi del padre verso la madre. Si tratta di una forma di violenza i cui effetti possono gravemente comprometterne lo sviluppo fisico, emotivo cognitivo e comportamentale del bambino. Al di là del dato quantitativo, la questione centrale riguarda la capacità del sistema territoriale di riconoscere tempestivamente i segnali e di attivare risposte appropriate, a partire dai diversi contesti che i bambini attraversano quotidianamente (scuole, ospedali, pediatri). A tal fine è indispensabile rafforzare il raccordo tra servizi sociali, educativi e sanitari, istituzioni scolastiche e realtà associative, promuovendo percorsi di formazione condivisa e modalità strutturate di confronto, nel rispetto delle competenze di ciascun soggetto e della riservatezza delle informazioni. La condivisione di competenze, la capacità di osservazione e un costante lavoro di sensibilizzazione della comunità educante, sono inoltre necessarie per individuare forme di violenza psicologica e di sopraffazione non immediatamente visibili. Allo stesso modo, ci permettono di distinguere tra un segnale di rischio e l’accertamento di una situazione di violenza, valutando ogni elemento attraverso percorsi professionali appropriati, evitando sia la sottovalutazione sia interpretazioni non sufficientemente fondate e permettendo di individuare interventi proporzionati ai bisogni effettivi del minore e della sua famiglia. La prevenzione efficace si fonda sulla capacità di costruire un sistema territoriale integrato, nel quale le competenze siano messe in relazione e i segnali di rischio possano essere riconosciuti e affrontati prima che evolvano in situazioni di emergenza».
Tra gli strumenti utili a combattere la paura c’è la conoscenza. Come funziona in Italia l’affido e in quali situazioni viene applicato?
«L’affidamento familiare rappresenta uno strumento temporaneo di tutela volto a garantire al minore un contesto di accoglienza adeguato quando la famiglia d’origine attraversa una situazione di difficoltà che ne compromettono momentaneamente il benessere e la crescita. Si distingue dall’adozione perché, quando le condizioni lo consentono, mira a sostenere la famiglia d’origine nel superamento delle difficoltà che lo hanno determinato, attraverso un progetto individualizzato centrato sull’interesse del bambino. L’affido è un progetto articolato che richiede la collaborazione coordinata di tutti i soggetti coinvolti: i professionisti che valutano i bisogni e monitorano il progetto; la famiglia affidataria che offre accoglienza e stabilità; la famiglia d’origine sostenuta nel superamento delle difficoltà, nel rispetto della sicurezza e dell’interesse del bambino; la famiglia affidataria che garantisce accoglienza, stabilità e continuità relazionale; la comunità, per favorire la costruzione di un contesto relazionale stabile e sostenere, ove possibile, i percorsi di inclusione e partecipazione. Promuovere la conoscenza dell’affidamento familiare significa anche contrastare rappresentazioni semplificate e timori che possono ostacolare la disponibilità delle famiglie e dei cittadini a partecipare a percorsi di accoglienza. L’affido esprime una responsabilità collettiva: garantire al bambino un contesto di crescita sicuro e adeguato, attraverso un progetto competente e coordinato che tuteli i suoi diritti, valorizzi le relazioni significative e coinvolga, quando possibile, la famiglia d’origine nel percorso di recupero delle proprie risorse».
Bibbiano ha rappresentato un punto di rottura. Come fare a ricucire il sistema? Cosa si è fatto fino ad ora e cosa si può fare per il futuro?
«Ricostruire la fiducia nel sistema di tutela dei minori richiede un impegno che riguarda contemporaneamente la qualità delle relazioni con i cittadini, l’adeguatezza dei dispositivi organizzativi e la capacità delle istituzioni di assumere responsabilità condivise. Nel contesto reggiano, il lavoro di comunità ha rappresentato nel tempo un orientamento strategico, sviluppato attraverso il coinvolgimento delle associazioni, delle famiglie e dei cittadini, nonché attraverso la collaborazione con i servizi sanitari, educativi e scolastici. Tale impostazione deve accompagnarsi a un ulteriore rafforzamento dell’integrazione tra le organizzazioni e le professionalità coinvolte. Le situazioni di vulnerabilità non possono essere ricondotte ai confini amministrativi dei singoli servizi: una risposta efficace richiede il superamento della semplice successione o sommatoria degli interventi, a favore di una progettazione condivisa, basata su obiettivi comuni e sul confronto tra contributi professionali differenti. Questo processo presuppone anche la capacità di riconoscere la parzialità di ciascuna prospettiva professionale e organizzativa: il confronto tra prospettive differenti non deve quindi essere interpretato come un limite, bensì come una condizione per sviluppare conoscenze più approfondite e individuare possibilità di intervento più appropriate. Per il futuro, ritengo prioritario consolidare gli spazi di confronto interprofessionale e interistituzionale, investire nella formazione e nella supervisione degli operatori, rafforzare gli strumenti di monitoraggio e garantire condizioni organizzative adeguate alla complessità del lavoro svolto. Parallelamente, è necessario proseguire nel coinvolgimento della comunità, rendendo ancora più accessibili le informazioni sul funzionamento dei servizi e promuovendo occasioni strutturate di dialogo con cittadini, famiglie e associazioni. La ricostruzione della fiducia è un processo che richiede continuità, coerenza, trasparenza e capacità di apprendimento da parte delle istituzioni. La tutela dei bambini richiede un sistema capace di coniugare rigore professionale, responsabilità istituzionale e coinvolgimento della comunità, affinché ogni intervento sia orientato al superiore interesse del minore e alla costruzione di condizioni di crescita sicure e adeguate».
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