Quando ragiona sulle proteste che stanno attraversando le piazza italiane, Marco Rossi-Doria fissa subito un paletto: «Teniamo aperto il dubbio sulle nostre considerazioni. Siamo in una fase di osservazione e dobbiamo darci il tempo per studiare i fenomeni a cui assistiamo». Primo maestro di strada, in Italia ha insegnato in quartieri difficili di Roma e Napoli, e poi negli Stati Uniti, in Kenya e in Francia. Oggi è il presidente dell’impresa sociale Con i bambini e s’interroga su quelle immagini che scorrono sugli schermi. Le vetrine rotte, i tumulti, la rabbia. Ma soprattutto quei «bambini delle periferie», così li chiama, «che a 12, 13 o 14 anni hanno acceso una scintilla violenta che è nuova rispetto ai paradigmi che conosciamo».
Non è un’immagine soltanto ad averlo colpito: «È un mosaico composito, attraversato da molte componenti», dice. «Il primo giorno di manifestazioni, a Milano abbiamo assistito soprattutto alla presenza di studenti a cui si sono aggiunte frange di persone in cerca di scontro, in continuità con quanto avveniva in altre parti d’Europa, in particolare in Francia. Il secondo giorno, invece, è emerso un elemento nuovo su cui dobbiamo interrogarci: la presenza di veri e propri bambini, provenienti dalle periferie. Una dinamica di innesco della violenza inedita, che richiede una riflessione specifica».
Quel divario così marcato al Nord
Non solo. Rossi-Doria evidenzia lungo lo Stivale modalità e approcci diversi alla protesta, seppur appartenenti alla stessa generazione. «Nel Mezzogiorno e nelle aree interne stanno scendendo in piazza ragazzi, anche di seconda generazione, che vivono in contesti a tratti più poveri e segnati da una marginalità più duratura rispetto a quella del Nord Italia. Eppure, non si è manifestata una ribellione altrettanto violenta. Si sono viste, invece, forme di solidarietà degli studenti con gli autotrasportatori e una postura composta», spiega. E si chiede: «Perché in territori oggettivamente più poveri, in città come Bari, Catania, Napoli e Palermo, la protesta non assume la fisionomia che abbiamo visto a Milano? Viene da pensare che le disuguaglianze siano presenti ovunque, ma il delta tra la ricchezza dei centri protetti e la povertà delle periferie, pur esistendo, sia meno visibile e marcato nelle città del Sud. Non abbiamo ancora certezze, ma è un’ipotesi che merita di essere approfondita».
Nel Mezzogiorno e nelle aree interne stanno scendendo in piazza ragazzi, anche di seconda generazione, che vivono in contesti a tratti più poveri e segnati da una marginalità più duratura rispetto a quella del Nord Italia. Eppure, non si è manifestata una ribellione altrettanto violenta
Marco Rossi-Doria, presidente impresa sociale Con i bambini
C’è poi un altro aspetto: «Lo spaesamento di tanti genitori, italiani e stranieri, che vivono con salari ben al di sotto della media europea, si arrangiano per far quadrare i conti e cercano di fare del proprio meglio, per poi scoprire che i figli hanno partecipato alla distruzione. Si trovano così di fronte a una nuova dimensione della sofferenza, quella di genitori che non riconoscono più i comportamenti dei propri figli. È facile dire che non sono stati capaci di educarli. Bisogna provare a immaginare cosa significhi lavorare oltre 40 ore alla settimana, restare sotto la soglia di povertà e cercare comunque di garantire un futuro ai propri figli. Ci vuole una forma di pudore nell’avvicinarsi a queste famiglie: più attenzione e comprensione, meno giudizi pronunciati con saccenza».

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.
La fatica senza futuro
Nel suo ultimo libro, fa riferimeno ai dati: «Mentre i reati non sono in forte aumento nel complesso della popolazione italiana, sono invece in crescita quelli commessi dai minori, compresi quelli violenti. Tra i giovanissimi sembra essersi indebolito il presidio del limite», dice. «C’è una tendenza a infrangere le regole, a ignorare la legge o a non essere consapevoli delle sue conseguenze. I giudici minorili raccontano di ragazzi poco più che bambini che, dopo aver compiuto atti violenti, sembrano non rendersi conto della gravità dei propri gesti, quasi fossero estranei alla realtà. Abbiamo, dunque, un problema di percezione».
La questione delle seconde generazioni rende il quadro ancora più complesso. «In una società, chi cresce deve poter aspirare, sognare e credere che con l’impegno e la fatica sia possibile realizzare le proprie aspettative. Se invece si diffonde l’idea di faticare senza futuro, lasciamo intere generazioni delle periferie, dove è già più difficile vivere e crescere, in balìa della disillusione e della frustrazione. A quell’età, nel pieno dell’adolescenza, il bisogno di affermare la propria esistenza è fortissimo, mentre la capacità di elaborare razionalmente le emozioni è ancora in formazione. Se si vive in periferia e mancano spazi e occasioni di parola, il disagio rischia di non trovare mediazione. Basta allora una chiamata sui telefonini perché la spinta generazionale si traduca in una mobilitazione immediata, senza filtri».
«La politica deve ascoltare»
Rossi-Doria invoca tempo, invita a procedere gradualmente, elaborando un’analisi sempre più sofisticata e articolata man mano che si aggiungono informazioni. La politica risponde in maniera tempestiva ed emergenziale, con il governo che ha già annunciato un nuovo decreto sicurezza. «Molti di noi avevano già segnalato le difficoltà dei bambini e degli adolescenti, la mancanza di uno sguardo adulto e la fatica di crescere nelle periferie. Avevamo scritto e detto che occorreva investire su questi fronti. Ma la politica e in parte i media non hanno raccolto i tanti segnali d’allarme provenienti dalle comunità educanti, che da tempo erano a contatto con un disagio crescente. Bisogna tornare ai luoghi in cui adulti competenti sanno mettersi d’accordo e dialogare quotidianamente con ragazzi e genitori. Luoghi in cui ricostruire una prospettiva di speranza, creare opportunità e dare voce alla frustrazione, perché possa essere elaborata anziché trasformarsi in rabbia».


Ma la politica, aggiunge, «deve ascoltare. Non si può approvare un decreto sicurezza e lasciare invariati i bilanci destinati alle periferie e alle comunità educanti. Serve, in tutte le forze parlamentari, un sussulto di ragionevolezza e uno sguardo nuovo su questi ragazzi».
Quale sguardo? «Come società adulta abbiamo già sbagliato diverse volte. È successo quando ci siamo divisi tra favorevoli e contrari ai venerdì di Greta Thunberg, perdendo di vista la forza di quella mobilitazione e senza comprenderne fino in fondo il significato. È successo durante il Covid, quando, tra gli ultimi problemi riconosciuti dalla politica e dai media, c’era proprio quello dei ragazzi costretti a casa. Ed è successo qualche mese fa, quando di fronte a proteste in larga parte pacifiche l’attenzione si è concentrata sulle ristrette minoranze violente». Ora, secondo Rossi-Doria, occorre distinguere tre obiettivi: «Valorizzare chi manifesta pacificamente per dare voce alle aspettative della propria generazione, contrastare la violenza e recuperare i minori che hanno commesso errori. Per questi ultimi, la sanzione da sola non basta: serve una seria prospettiva di recupero. Infine, riaprire il dialogo, sostenendo innanzitutto le comunità educanti. Il Terzo settore, insieme al civismo educativo in senso ampio, va riconosciuto, rafforzato e sostenuto dalla politica».
In apertura, fiamme in un cantiere in piazza Duomo dopo gli scontri fra polizia e manifestanti sabato 17 ottobre a Milano. (Foto Stefano Porta / LaPresse)
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