L’inflazione soffoca l’economia, Europa e Italia senza risposte


Ricordo distintamente che quando si andava prospettando il successo di Donald Trump candidato alla sua prima presidenza – correva allora l’anno 2017 – il presidente in carica Barack Obama invitò a non scherzare, a non accettare, nemmeno per ipotesi, che il tycoon potesse assidersi sulla poltrona della Casa Bianca.

Quella – disse il Comandante in capo prossimo a lasciare – è una cosa seria, possono farsi danni davvero grossi se non si è all’altezza del compito. Non che lui, primo presidente statunitense di origini afroamericane avesse prodotto chissà quali risultati nel corso del suo doppio mandato.

Nessuno dei dossier più rilevanti che aveva trovato sulla scrivania succedendo a George Bush ottenne una duratura soluzione; ma quello che prima d’ogni altro un presidente statunitense deve necessariamente garantire – la stabilità – Obama non fece mancare.

Il compito primario che è stato demandato nei fatti e nella storia alla superpotenza d’Oltreatlantico dopo la Seconda Guerra mondiale è stato quello d’assicurare che l’ordine globale non andasse a rotoli a causa delle tensioni che sempre scorrono lungo il pianeta abitato da uomini.

I modi attraverso cui questo obiettivo è stato perseguito sono stati spesso molto discutibili, ma nulla che ruoti attorno al potere non si rivela prima o poi tale: conta di più il risultato, com’è assai noto. Proprio in questo strutturale compito, l’attuale presidente americano ha vistosamente fallito.

Non solo ha fallito ma, a causa d’una personalità straordinariamente egotica, non ha alcuna capacità d’autocritica e dunque presumibilmente continuerà a sbagliare e ad assommare errori su errori. E però che gli errori del presidente degli Stati Uniti producono conseguenze estese molto al di là dei confini di quel Paese, il Paese che l’elegge e che dunque sarebbe politicamente giusto ne subisse incassasse le conseguenze.

Poiché, come anche è assai noto, l’economia vive sulle spalle della forza militare e la forza militare si giova delle risorse dell’economia, gli effetti dei malestri trumpiani non si limitano alle sue elezioni di midterm, ma si estendono all’intero orbe terrestre.

La scelta d’aggredire l’Iran non si è dimostrata solo tatticamente erronea, ma ha prodotto conseguenze drammatiche sull’intero andamento dell’economia mondiale, a ragione delle certo non imprevedibili conseguenze provocate dalla rottura dei precarissimi equilibri mediorientali: di un’area intorno alla quale ruotano interessi macroeconomici vitali.

Per intenderci: circa il 50 % del petrolio che circolava per il globo proveniva di lì. Qualsiasi intoppo creato a quelle instabili aree produce ripercussioni a livello planetario disastrose per i circuiti della produzione di energia e ricchezze. Non a caso ben due portaerei a stelle e strisce incrociano – per il momento senza essere state risolutive – dinanzi alla penisola arabica.

Ma tant’è ormai è avvenuto. La crisi economica che si sperava di poter scongiurare in tempi contenuti, ha preso evidentemente corpo ed è ormai non un fenomeno congiunturale, bensì effetti strutturale, perché sta procurando un incremento dell’inflazione galoppante, che sta mettendo in ginocchio gli assetti di fondamentali settori di mercato in conseguenza dell’incremento dei costi energetici, che si riversa trasversalmente su quelli di tutti i prodotti.

Come sempre, le sofferenze nel mondo dell’economia sviluppano conseguenze nel campo dei rapporti politici e sociali: non in senso strettamente deterministico, ma certamente esse fungono da detonatore di disagi che già da tempo scorrono inosservati o occultati nel tessuto dei rapporti sociali.

E questo spiega le attuali tensioni che si registrano un po’ dovunque in Europa, senza che le istituzioni del Continente – a cominciare dall’Unione Europea, che sarebbe il luogo deputato ad affrontare simili, globali processi critici – si mostrino capaci di reazioni adeguate all’entità dei problemi.

In Italia, non può parlarsi più di segnali, ma si è in presenza di vera e propria crisi politica e sociale, le cui evoluzioni non è facile prevedere, ma che si preannunciano tormentose. I movimenti d’occupazione studenteschi ormai diffusi lungo tutto il Paese – sono un segnale di disagio profondo, perché non sono certo gli studenti in prima persona a subire le conseguenze più immediate e gravi.

La loro ampia mobilitazione è il sintomo di un sentire comune, che proviene da una generale sfiducia nei confronti della capacità delle istituzioni ad offrire risposte credibili ed attendibili, ma anche da una sordità, da un’inadeguatezza della scuola rispetto ai tempi di profonda transizione che si stanno vivendo, e probabilmente pure da quanto si vive all’interno delle famiglie di provenienza, che subiscono i morsi della crisi.

Ad essere non meno preoccupante, anzi maggiormente, sono le reazioni dei trasportatori – vero sistema arterioso di ogni paese – che stanno denunciando in ogni modo, ovviamente anche con comprensibili maniere forti, l’impossibilità di tener testa agli inauditi incrementi nei costi dei carburanti, che divorano ogni margine di guadagno e provocano incrementi nei costi dei prodotti, proibitivi per i consumatori.

Insomma, ci si sta avvitando in una spirale inflattiva, rispetto alla quale non s’intravedono rimedi plausibili a breve, se non saranno superati i due scenari di guerra al momento più rilevanti, il mediorientale e l’ucraino. Con il cinismo che lo contraddistingue – e contraddistingue per vero la politica tutta intera – Trump sta cercando d’allentare la morsa prodotta dalle sanzioni alla Federazione russa, sanzioni che si stanno ripercuotendo sull’economia mondiale, come non voluta, bensì inevitabile conseguenza; ma questo rimedio da solo serve a poco, oltre a produrre conseguenze moralmente e politicamente assai gravi.

Il tema vero è che dovrebbe ristabilirsi un equilibrio complessivo nelle dinamiche del mondo. E all’orizzonte nulla di tutto ciò sembra prossimo a verificarsi. In vista è piuttosto un’instabilità procurata da chi stabilità dovrebbe assicurare. Non proprio un bell’affare.

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