Per un lavoratore italiano su due i fondi pensione somigliano più a un conto corrente da cui attingere al bisogno che a un tesoretto da custodire fino alla vecchiaia. È uno dei dati più significativi dell’aggiornamento del 7° Rapporto Assogestioni-Censis, presentato oggi a Milano a pochi giorni dal 31 ottobre, quando entrerà in vigore l’ultima delle tre nuove modalità di erogazione previste dalla Legge di Bilancio 2026.
La libertà di scegliere come ritirare i propri risparmi conquista quasi nove lavoratori su dieci, e la conoscenza della riforma cresce di oltre sedici punti in sei mesi restando per lo più superficiale. Gli esperti segnalano come il termine “prelievo” possa trarre in inganno chi deve scegliere. Da qui nasce la richiesta di consulenza qualificata espressa dalla maggioranza dei lavoratori, accompagnata dall’appello degli operatori a un quadro normativo stabile capace di trasformare l’interesse in nuove adesioni.
In questo articolo:
- Fondi pensione, il verdetto dei lavoratori sulla flessibilità
- Il nodo semantico del “prelievo”
- Consulenti al centro delle scelte dei fondi pensione
- Adesioni in crescita e le prossime tappe
Fondi pensione, il verdetto dei lavoratori sulla flessibilità
A raccontare l’accoglienza riservata alla riforma della previdenza complementare introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 è anzitutto un numero: l’86,8% dei lavoratori tra i 18 e i 50 anni considera molto o abbastanza positiva la possibilità di scegliere come ricevere le prestazioni pensionistiche. Il rapporto di Assogestioni-Censis, intitolato “Libertà di scelta e sovranità sui propri soldi. Gli italiani e la previdenza complementare dopo la riforma”, nasce per capire che cosa sia cambiato nei mesi successivi al 1° luglio, data in cui sono diventati operativi i prelievi liberamente determinabili e la rendita a durata definita.
Sul fronte delle preferenze, il 49,5% degli intervistati indica i prelievi liberamente determinabili, che consentono di ritirare le somme senza una periodicità prestabilita entro i limiti fissati dalla legge. Il 38,7% predilige la rendita a durata definita, con pagamenti periodici distribuiti su un arco temporale commisurato alla propria speranza di vita. L’11,8% sceglie l’erogazione frazionata, che permette di ricevere l’intero capitale in più pagamenti su un periodo deciso dall’aderente, non inferiore a cinque anni, accettando una tassazione leggermente più elevata.
Le prime due modalità sono operative dal 1° luglio 2026; la terza entrerà in vigore il 31 ottobre con un trattamento fiscale differente. Costanza Corsini, ricercatrice del Censis, ha letto nel dato “una domanda di personalizzazione anche negli strumenti previdenziali”, i lavoratori chiedono di poter decidere la modalità di erogazione più adatta alle proprie esigenze, rinunciando a soluzioni standard uguali per tutti. Secondo la ricercatrice, la preferenza per i prelievi riflette sia la tradizionale propensione degli italiani per la liquidità sia un clima socio-economico percepito come altamente incerto, che spinge a voler mantenere la piena disponibilità dei propri risparmi.
Il nodo semantico del “prelievo”
Dietro il gradimento per i prelievi liberi dai fondi pensione si nasconde una questione di definizioni che gli operatori considerano centrale. Arianna Immacolato, direttore Fisco e Previdenza di Assogestioni, ha spiegato che il termine richiama l’idea di un conto da cui attingere a piacimento, una rappresentazione che non corrisponde al funzionamento dello strumento.
Sul piano tecnico il prelievo è una rendita a durata definita figurativa, calcolata sulla speranza di vita residua, nella quale l’aderente può scegliere il momento dell’incasso invece di ricevere importi a scadenze annuali. L’ammontare prelevabile resta vincolato a quanto maturato sulla base di quella rendita. La modalità che permette effettivamente di ripartire il capitale secondo le proprie scelte, in un minimo di cinque rate, è l’erogazione frazionata, che ha raccolto il gradimento più basso. Secondo Immacolato la scarsa profondità della conoscenza della riforma potrebbe aver orientato le risposte proprio attraverso il nome delle diverse prestazioni.
La diffidenza verso la rendita vitalizia non è nuova: Immacolato ha ricordato che nel tempo gli aderenti hanno cercato strade alternative per accedere al capitale, come la Rita, la rendita integrativa temporanea anticipata. Per Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, il fenomeno ha radici culturali, perché molti italiani associano la previdenza integrativa al trattamento di fine rapporto, vissuto da generazioni come un libretto di risparmio da incassare a fine carriera o da anticipare al bisogno. Ne deriva un paradosso, con uno strumento pensato per il lunghissimo periodo percepito come liquidità pronta all’uso.
Consulenti al centro delle scelte dei fondi pensione
Davanti alla decisione su come ritirare i propri risparmi, i lavoratori cercano anzitutto un interlocutore in carne e ossa. Il 76,2% dei lavoratori considera molto o abbastanza importante il supporto di un consulente esperto per individuare la modalità di erogazione più adatta; il 20,9% lo ritiene poco o per niente rilevante e il 2,9% non sa rispondere. Gli strumenti digitali e l’intelligenza artificiale raccolgono il favore del 44,3%, con il 51,6% che li giudica poco o per niente utili e il 4,1% di indecisi.
Corsini ha distinto le due forme di supporto in base alla funzione. Il digitale serve nella fase iniziale a chiarire i tecnicismi che spesso allontanano i lavoratori dalla previdenza complementare, senza ampliare il perimetro della disintermediazione. Il consulente interviene nel momento della scelta, quando il legame di fiducia diventa l’elemento capace di stimolare l’adesione. Il Censis indica nell’integrazione tra consulenza umana e digitale uno dei punti fondamentali emersi dalla ricerca, e sottolinea come l’ampliamento delle opzioni renda indispensabile un’informazione più chiara su modalità di erogazione, limiti e trattamenti fiscali.
I criteri che orientano l’adesione ai fondi pensione restano quelli consolidati. Il 43,1% dei lavoratori indica la garanzia del capitale, il 40,6% la possibilità di pagare meno tasse e il 38,5% l’accesso ai risparmi prima del pensionamento in caso di necessità. Per il Censis la messa in sicurezza del capitale precede la ricerca di rendimento, perché la previdenza complementare viene percepita come lo strumento chiamato a garantire quella sicurezza economica nella vecchiaia che il welfare pubblico non riesce più ad assicurare.
Adesioni in crescita e le prossime tappe
“Per misurare gli effetti concreti della riforma occorrerà attendere”, ha avvertito Immacolato, ricordando che le indicazioni operative sono arrivate solo all’inizio dell’estate. Nei mesi successivi forme pensionistiche e datori di lavoro sono stati impegnati ad adeguare procedure, documentazione e aspetti operativi, in quello che il direttore di Assogestioni ha definito “un cantiere ancora aperto”.
I primi segnali arrivano dai dati Covip: tra dicembre 2025 e giugno 2026 le adesioni ai fondi pensione sono aumentate di 550mila unità, con una crescita di circa il 7% per i fondi negoziali e superiore al 6% per i fondi aperti. La quota principale dei nuovi ingressi, circa un quarto, deriva dall’entrata a regime del silenzio-assenso per i dipendenti pubblici della scuola assunti a tempo indeterminato dal 2019. “La conoscenza della riforma cresce, e il vero banco di prova sarà trasformare questo interesse in nuove adesioni”, ha dichiarato Immacolato.
Per Assogestioni la prima responsabilità delle istituzioni è garantire continuità alla riforma e completarne l’attuazione, evitando di modificare continuamente le regole. Chi aderisce a un fondo pensione assume un impegno di lungo periodo, e la stratificazione dei regimi fiscali accumulata negli anni ha già generato incertezza tra i risparmiatori. Un quadro normativo e fiscale stabile, ha spiegato il direttore, rafforza la fiducia dei cittadini nelle scelte compiute dal legislatore.
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