Roma – Nella prossima legge di bilancio il governo dovrà trovare circa 970 milioni di euro per gli stipendi dei magistrati. A imporglielo sono le sentenze 6003 e 6004 del 9 luglio 2025 del Consiglio di Stato, e quando il giudice amministrativo condanna un ministero a pagare, il ministero paga. Se recalcitra, i ricorrenti tornano davanti allo stesso giudice con il giudizio di ottemperanza, e il giudice può nominare un commissario ad acta che firmi al posto del ministro. Lo stesso decreto del 2024 che fissava gli ultimi adeguamenti definiva quella somma, nero su bianco, «spesa avente natura obbligatoria».
C’è un particolare che i giornali italiani non hanno il coraggio di mettere in evidenza, perché farlo significherebbe inimicarsi una categoria che ogni giorno deve giudicarli per quanto riguarda le cause temerarie per diffamazione. Del resto, in un ordinamento come quello italiano, dove sembra che la benevolenza nei confronti dei magistrati possa fare la differenza tra un’assoluzione e una condanna, il timore di finire davanti a un giudice diventa spesso un motivo sufficiente per tacere. I consiglieri di Stato sono magistrati amministrativi, e la legge 27 del 1981, quella che regola l’aggiornamento delle retribuzioni, vale per loro come per i colleghi dei tribunali ordinari, della Corte dei conti, della giustizia militare e per gli avvocati dello Stato. Le pronunce che costringono lo Stato a rivedere al rialzo le buste paga delle toghe portano la firma di toghe che quel rialzo lo incasseranno.
Il meccanismo, sulla carta, è lineare. I magistrati non hanno un contratto collettivo e non trattano con nessuno: ogni tre anni un decreto della presidenza del Consiglio aumenta i loro stipendi in misura pari alla media degli incrementi ottenuti, nel triennio precedente, dagli altri dipendenti pubblici. Il calcolo lo fa l’ISTAT. Il 6 agosto 2021 il governo Draghi stabilì per il triennio 2018-2020 un aumento del 4,85 per cento, più due acconti dell’1,46 per cento per il 2022 e il 2023.
Ovviamente l’Associazione nazionale magistrati e alcuni giudici impugnarono il decreto davanti al TAR del Lazio, vinsero, e hanno vinto di nuovo a Palazzo Spada. Le obiezioni accolte dal Consiglio di Stato sono tre. La base di calcolo escludeva alcune indennità che andavano conteggiate. Ignorava categorie, come il personale delle autorità indipendenti, che negli stessi anni avevano ottenuto aumenti superiori alla media. E usava una media ponderata, nella quale i comparti più affollati e peggio pagati, la scuola e gli enti locali, pesavano in proporzione al numero dei loro addetti. I giudici hanno preteso la media semplice. Rifatti i conti, l’ISTAT è arrivato al 6,22 per cento.
È soprattutto su quest’ultimo punto che bisogna soffermarsi. Nel 1981 il legislatore aveva previsto un meccanismo che collegasse gli stipendi dei magistrati a quelli degli altri dipendenti pubblici. L’idea era che gli aumenti retributivi della magistratura seguissero l’andamento delle retribuzioni nel resto della pubblica amministrazione. Ma il modo in cui si calcola la media cambia radicalmente il risultato. Con la media ponderata si tiene conto del numero dei dipendenti di ciascuna categoria: gli insegnanti, che sono centinaia di migliaia, incidono molto più dei dirigenti di una piccola autorità indipendente. Con la media semplice, invece, ogni categoria pesa allo stesso modo, indipendentemente da quanti dipendenti ne facciano parte. Così gli stipendi elevati di un’autorità con poche decine di dipendenti possono avere lo stesso peso di quelli dell’intero personale scolastico. Il collegamento con le retribuzioni del pubblico impiego rimane, ma a incidere sul calcolo sono soprattutto le categorie meglio pagate.
Il governo non ha pagato subito. Ad aprile 2026 si stimava in circa 210 milioni il conto per il solo triennio 2018-2020. Ci furono interlocuzioni con il ministero ma nulla di fatto. I magistrati sono tornati dal giudice. Con l’ordinanza 5140 di fine giugno Palazzo Spada ha concesso all’esecutivo altre dieci settimane, chiedendogli entro il 5 settembre una relazione sui modi e sui tempi per chiudere la partita. Il governo, a quel punto, stimava un costo di poco inferiore ai 200 milioni, circa 16mila euro a magistrato.
Poi è caduto il secondo tassello. Il decreto del 3 giugno 2024 aveva fissato al 6,69 per cento l’adeguamento per il triennio 2021-2023, con acconti del 2,01 per cento per il 2025 e il 2026. È stato impugnato per le stesse ragioni, e il 14 agosto il TAR del Lazio, con la sentenza 14271, lo ha annullato ordinando di rifare i calcoli entro novanta giorni seguendo i criteri già fissati dal Consiglio di Stato. Ogni triennio poggia sulla base del precedente, e gli anni in questione sono quelli dell’inflazione del 2022 e del 2023 e dei rinnovi contrattuali che l’hanno inseguita: l’errore iniziale si è moltiplicato strada facendo.
La cifra complessiva si trova dentro le tabelle del Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles. C’è un «fondo sentenze» da 1,9 miliardi, e poco più della metà, 970 milioni, servirebbe a sistemare le toghe. Divisi per gli 11mila magistrati in servizio, fanno oltre 70mila euro lordi di arretrati una tantum e circa 20mila euro l’anno di aumento strutturale. I benefici maggiori andrebbero ai 10.638 magistrati che erano già in servizio nel 2018. Va detto che il documento non attribuisce nominativamente le voci del fondo: la ripartizione è una ricostruzione e la cifra comprende i contributi a carico dello Stato. Gli importi effettivi li stabilirà un decreto attuativo, dopo l’approvazione della manovra.
Resta però una domanda: chi ha stabilito che la legge fosse stata applicata male? In Italia anche le controversie sugli stipendi dei magistrati vengono decise da altri magistrati. Non esiste un arbitro esterno alla magistratura al quale affidare queste questioni. Del resto, accade lo stesso quando si intenta una causa contro un giudice: a decidere sarà un altro giudice.
I giuristi la chiamano regola della necessità. In sostanza, qualcuno deve pur giudicare, anche quando la controversia riguarda la stessa categoria professionale a cui appartiene chi è chiamato a decidere. È una soluzione inevitabile, che proprio per questo richiederebbe particolare prudenza e sobrietà. Qualità che, a guardare la storia recente, non sempre sembrano aver accompagnato queste vicende.
Nel 2012, con la sentenza 223, la Corte costituzionale cancellò i tagli e il blocco degli adeguamenti che il decreto 78 del 2010 aveva imposto alle retribuzioni dei magistrati, in nome della loro indipendenza. Tre anni dopo, con la sentenza 178 del 2015, la stessa Corte dichiarò illegittimo il congelamento dei contratti di tutti gli altri dipendenti pubblici, ma solo a partire dal giorno successivo alla pubblicazione. Agli impiegati non spettò un euro di arretrati.
La faccenda, inoltre, non si fermerà alle toghe. Professori universitari e militari stanno nello stesso regime non contrattualizzato e sono agganciati allo stesso indice. I docenti universitari hanno già chiesto il riesame in autotutela dei provvedimenti che li riguardano, e i sindacati del settore preparano un ricorso collettivo. Manca ancora il decreto per il triennio 2024-2026, che dovrà rispettare le indicazioni di Palazzo Spada.
Tutto questo mentre si prepara una manovra che, secondo le indiscrezioni, non avrebbe risorse sufficienti per ridurre l’Irpef al ceto medio o detassare le tredicesime. Ieri, a Milano, Torino e Bologna, si è scesi in piazza contro il carovita, mentre la Cgil ha proclamato uno sciopero generale per il 20 novembre. I magistrati, nel frattempo, non hanno avuto bisogno di scioperare per ottenere i propri aumenti. E anche quando pronunciano sentenze palesemente viziate, è assai difficile che siano chiamati a risponderne personalmente. In Italia, del resto, la magistratura gode di un sistema di tutele che ben poche altre categorie professionali possono vantare.
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