Meloni in pressing sull’Europa: «Dirò all’Ue cosa non va su energia e flessibilità»


di
Cesare Zapperi

La presidente del Consiglio alle imprese. Lettera sulla competitività con il cancelliere Merz. La crescita? «Ancora troppo debole»

L’esplosione dei costi dell’energia è la vera emergenza. Ha fatto schizzare in alto sia l’inflazione sia tutti i parametri della spesa pubblica (oltre che indebolire il portafoglio degli italiani). Per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, l’Europa deve reagire in tempi rapidissimi introducendo flessibilità nelle regole di bilancio. 

La premier lo dice a chiare lettere all’assemblea di Assolombarda guidata da Alvise Biffi e lo scrive in una lettera, firmata anche dal cancelliere tedesco Friederich Merz e dal primo ministro belga Bart De Wever, spedita al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, in vista del vertice di giovedì e venerdì a Bruxelles, in cui chiede «una corsia preferenziale per accelerare gli investimenti in settori prioritari, a partire da energia e digitalizzazione» e «un freno contro i nuovi oneri burocratici». Ma da Ursula von der Leyen parte una contro-lettera ai 27 Paesi dell’Ue per invitarli a non «sovraregolamentare», cioè a non creare a loro volta troppi vincoli. Un richiamo perché ciascuno faccia la propria parte.





















































Alla platea degli industriali che vede presente al teatro Dal Verme il gotha dell’imprenditoria milanese oltre al vertice di Confindustria con il presidente Emanuele Orsini, Meloni spiega cosa dirà ai colleghi nel vertice europeo. La premessa è semplice: «L’Europa deve prendere atto che la crisi in Iran, la chiusura di Hormuz, l’instabilità del Mar Rosso stanno facendo salire i costi dell’energia, delle materie prime e dei trasporti e soprattutto alimentano un’inflazione che sfugge al nostro controllo, ma che pesa molto sulle famiglie, sui sistemi produttivi e sui conti pubblici».

L’inflazione

Da qui discende una richiesta altrettanto semplice (anche se complicata da assecondare): «L’Europa non può non tenere conto che quando abbiamo approvato i piani nazionali di bilancio lo abbiamo fatto basandoci su un’inflazione programmata dell’1,8% ma oggi l’inflazione è molto più alta e in Italia, come in altre nazioni, una parte importante della spesa si adegua automaticamente all’inflazione per legge». Ciò «significa miliardi di euro di spesa in più senza che il governo abbia preso nessuna nuova decisione e per ragioni che non dipendono da noi: eppure quella spesa occupa lo spazio che le regole europee ci consentono e lo sottrae a tutto il resto, alle imprese, agli investimenti, alla crescita».

Le richieste

La presidente, in un clima di reciproco sostegno con il mondo che l’ha accolta come ospite (Biffi la ringrazia perché «in giro per il mondo basta fare il suo nome per vedersi aprire le porte», la premier ricambia con parole di stima per il lavoro degli imprenditori), fa capire che non andrà a Bruxelles con tono dimesso. Gioca sul tasto dell’orgoglio nazionale e chiarisce: «L’Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì. Siede lì per dire quello che va detto quando va detto, anche se è scomodo, anche quando costa, perché l’Italia è tra le nazioni che l’Europa l’hanno fondata e ha il diritto e il dovere di dire quando qualcosa non va, non per indebolirla, ma esattamente per il contrario: per renderla più forte».

All’Europa l’Italia chiederà di non tagliare i fondi di coesione e quelli destinati alle politiche agricole per favorire la competitività. «Le cose devono camminare insieme e l’Italia anche su questo, come sapete, è stata in prima fila — sottolinea Meloni —. Abbiamo dato vita a un documento, abbiamo promosso un documento “Gli amici della coesione”, si chiama, che è stato sottoscritto da 22 paesi membri su 27 e sono molte altre le battaglie che con il nostro peso e con il nostro buon senso possiamo portare avanti». Sono i temi della lettera condivisa con il cancelliere tedesco e il premier belga.

La stoccst all’Istat e le competenze del «fare»

Sul fronte interno, nel rimarcare che nel 2026 l’Italia crescerà dell’1% («La crescita in Italia è ancora troppo debole, ma la nostra economia ha dimostrato di saper reggere l’onda d’urto di scenari complessi», la premier non lesina una stoccata indiretta all’Istat (colpevole di rivedere le previsioni di crescita) e conferma che ritiene strategico l’aver superato lo stop al nucleare. La promessa è di poter avviare la produzione di energia di quel tipo entro un decennio.

L’ultimo è una sorta di incoraggiamento. «Viviamo in un tempo che non concede tregua. Gli equilibri che conoscevamo si stanno sgretolando, un’intera epoca si chiude senza che quella nuova abbia ancora preso forma. È un tempo difficile, ma questa parola viene dal latino e significa che non si lascia fare. Solo che noi siamo la nazione del fare. La storia d’Italia è fatta da chi ha costruito, inventato, prodotto, proprio quando le cose non si lasciavano fare. Fare è la nostra cifra, significa che nessuno come noi può sfidare questo tempo difficile. E lo abbiamo fatto».


12 ottobre 2026 ( modifica il 12 ottobre 2026 | 22:12)


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