Sempre più vecchi, sempre più soli: chi si prende cura degli anziani in Valle d’Aosta?


In una società dove il valore di una persona è sempre più determinato dalla sua produttività, le fasce più fragili diventano, inevitabilmente, quelle non ancora o non più produttive: i giovani e, soprattutto, gli anziani. 

Ecco che, proprio quando gli appartenenti alla cosiddetta “terza età” diventano sempre più numerosi — tanto che si potrebbe quasi parlare di “prima età” —, la loro esistenza è spesso relegata ai margini della vita comunitaria, dove sono rare le occasioni di confronto intergenerazionale e dove storie, saperi e ricordi si spengono prima di poter essere trasmessi ai più giovani. 

Attorno a una popolazione anziana sempre più numerosa si muove, però, un’economia altrettanto in crescita. E mentre la cosiddetta silver economy rappresenta una nuova frontiera di mercato per i privati, l’assistenza agli anziani diventa una voce crescente nei bilanci degli enti pubblici. 

Quella dell’assistenza agli anziani è una vera e propria galassia di servizi, figure professionali e strutture. Alcuni sono nomi conosciuti ed entrati nel linguaggio comune: case di riposo, badanti, microcomunità… Altri invece sono termini tecnici o sigle note perlopiù agli addetti ai lavori, o a chi si trova ad affrontare da vicino le esigenze di un familiare: Sad, Pua, operatori socio-sanitari, Adi… 

In questo nuovo approfondimento, abbiamo cercato di incrociare i dati istituzionali con le storie di chi vive ogni giorno il mondo dell’assistenza agli anziani, cercando di capire come la Valle d’Aosta si sta attrezzando per rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia.

Quanto sta invecchiando la popolazione valdostana?

di Silvia Savoye

La Valle d’Aosta si trova davanti a un progressivo invecchiamento della popolazione, destinato a modificare nei prossimi anni anche la domanda di servizi sociali e sanitari. 

Al 1° gennaio 2026 gli over 65 sono 32.198, pari a circa il 26,3% dei 122.217 residenti. Nel 2025 erano 31.650, quindi in un solo anno sono aumentati di 548 unità. 

Ma il dato più significativo riguarda le fasce di età più avanzate: gli over 80 sono 10.155, oltre l’8% della popolazione, mentre sono 1.940 le persone con almeno 90 anni e 46 quelle con 100 anni o più. Le donne rappresentano circa il 55% della popolazione over 65. 

L’indice di vecchiaia, che misura il rapporto tra anziani e giovani sotto i 15 anni, è passato dal 215,1% del 2024 al 227,1% del 2025, per arrivare a un valore stimato del 237,4% nel 2026.

Il fenomeno non è destinato a esaurirsi nel breve periodo e si inserisce in una dinamica più ampia di riduzione della popolazione complessiva. 

Secondo lo scenario mediano delle previsioni Istat, dai 122.217 residenti stimati nel 2026 si scenderà a 110.686 nel 2050, con una perdita di oltre 11.500 abitanti, mentre la popolazione complessiva dovrebbe continuare a ridursi anche nei decenni successivi, arrivando a circa 92.600 persone nel 2080. 

La riduzione della popolazione sarà accompagnata da un progressivo invecchiamento.

Nel 2030 sono previsti 7.699 abitanti tra i 70 e i 74 anni, 6.530 tra i 75 e i 79 anni e 5.388 quelli tra gli 80 e gli 84 anni.
Nelle fasce di età più giovani, invece, l’Istat prevede 3.536 residenti tra 0 e 4 anni, 3.893 tra 5 e 9 anni e 4.714 tra 10 e 14 anni.
Nel 2050 gli abitanti tra i 70 e i 74 anni salirebbero a 8.035, quelli tra i 75 e i 79 anni a 8.587 e quelli tra gli 80 e gli 84 anni a 7.633. Gli over 85 sarebbero 7.749.

Il risultato è una progressiva trasformazione della struttura demografica, con una quota crescente di persone anziane e molto anziane rispetto alla popolazione in età lavorativa e alle generazioni più giovani, destinata ad avere ricadute sulla programmazione dell’assistenza, sulla domiciliarità e sulla rete delle strutture residenziali. 

Anziani, come funzionano i servizi in Valle d’Aosta: 251 persone in lista d’attesa per una struttura

di Silvia Savoye

L’accesso ai servizi per le persone anziane in Valle d’Aosta passa attraverso un sistema integrato che coinvolge servizi sociali, sanitari, Comuni e Regione. L’obiettivo è valutare la situazione della singola persona e individuare, insieme alla famiglia, la risposta più adeguata: dall’assistenza domiciliare all’eventuale inserimento in una struttura residenziale.

Il primo accesso cambia a seconda che la persona sia già conosciuta dai servizi oppure no. Se esiste già un riferimento con un assistente sociale, si presenta la richiesta direttamente a quest’ultimo. In caso contrario, il cittadino può rivolgersi al Punto unico di accesso (Pua), il servizio attivato da gennaio 2024 e organizzato attraverso otto punti distribuiti sul territorio regionale, a cui si può accedere fissando un appuntamento, contattando il numero verde oppure nei giorni e negli orari ad accesso libero.

Il Pua ha una funzione di orientamento e di prima valutazione. La richiesta del cittadino non determina automaticamente l’attivazione di un determinato servizio, ma viene analizzata insieme agli operatori, considerando i bisogni della persona, le risorse personali e familiari e la situazione complessiva.

“La valutazione deve essere condivisa. Accogliamo la domanda, ma facciamo un passaggio di anamnesi sociale e una valutazione rispetto alla richiesta, ai bisogni e alle risorse dell’interessato e della sua famiglia”, spiega Elisa Lasagna, dell’Ufficio Integrazione Sociale del Dipartimento regionale Politiche Sociali. L’obiettivo è arrivare, quando possibile, alla definizione condivisa del percorso assistenziale.

Come funziona l’inserimento in struttura

Nel caso in cui si valuti la necessità di un inserimento residenziale, la procedura prevede la compilazione di una documentazione sanitaria, infermieristica e sociale. La pratica è gestita attraverso un portale informatico e le informazioni sono successivamente esaminate dall’unità di valutazione multidimensionale.

Alla valutazione partecipano l’assistente sociale di riferimento, il coordinatore medico, quello sociale e quello infermieristico e, a seconda dei casi, anche il medico ospedaliero, il medico di medicina generale o altre figure professionali. La commissione analizza la situazione e definisce il livello di assistenza necessario. In caso di valutazione positiva, sulla base degli elementi raccolti si attribuisce un punteggio alla persona, che viene inserita nella graduatoria unica regionale.

A quel punto interviene la commissione di collocazione, che valuta i posti disponibili e formula una proposta alla persona o alla famiglia. L’interessato ha tre giorni per accettare la proposta. Quando possibile, si tiene in considerazione anche la preferenza territoriale, ma non si riesce sempre a garantire l’inserimento nella struttura scelta.

“Vorrei sottolineare lo sforzo che i servizi fanno per garantire una risposta integrata. Mettere insieme gli operatori dell’Azienda sanitaria, sia sul territorio sia a livello centrale, l’Amministrazione regionale, gli assistenti sociali e tutti gli altri professionisti coinvolti non è un meccanismo semplice, soprattutto quando si parla di graduatorie e inserimenti in struttura”, evidenzia ancora Lasagna.

“Posso però dire che c’è davvero uno sforzo da parte di tutti per dare alle persone le risposte più adeguate possibili, pur con tutti i limiti e la necessità di avere maggiori risorse da dedicare. Credo che questo impegno debba essere riconosciuto da tutte le parti coinvolte”.

Il sistema prevede inoltre un monitoraggio successivo. Le condizioni della persona possono infatti cambiare nel tempo e, in caso di peggioramento o di aumento delle necessità assistenziali, si effettua una nuova valutazione per verificare quale sia la struttura più adeguata.

250 persone circa in lista d’attesa

Al momento sono circa 250 le persone in lista d’attesa. Una parte è già inserita in struttura, ma attende di essere trasferita in un servizio più adeguato ai nuovi bisogni assistenziali; altre persone si trovano in strutture private e attendono un posto in quelle pubbliche. Sono invece circa un centinaio le persone che si trovano a domicilio e attendono l’inserimento in struttura, alcune delle quali hanno già un progetto assistenziale.

Il numero è cresciuto negli ultimi anni: nel 2024 le persone in lista erano 199, oggi sono circa 250. Il dato, spiegano i servizi, è comunque in linea con la media nazionale. 

La permanenza in graduatoria è prevista per un anno, trascorso il quale si decade. In caso di rifiuto del posto proposto vengono invece sottratti 10 punti. L’obiettivo è cercare di “dare risposte calate, nei limiti delle possibilità, tenendo presenti le esigenze” delle singole persone. 

Esiste inoltre il problema delle persone in uscita dai servizi socio-assistenziali e socio-sanitari, per le quali sono disponibili una decina di posti di emergenza a Villa Chabod, a Donnas. 

Quanto costa l’assistenza

Nel 2024 la spesa media per le famiglie per una micro è stata di circa 1.400 euro al mese, mentre la Regione ha sostenuto una quota di 4.185 euro. 

Sul fronte dell’assistenza domiciliare, il Sad ha raggiunto 11.400 persone, con una media di 18 ore di assistenza. Il costo per la Regione è di circa 5 milioni di euro all’anno. 

Le strutture non sono più quelle di qualche decennio fa

Uno degli elementi che sta emergendo dall’analisi condotta dai servizi regionali riguarda proprio il cambiamento delle condizioni delle persone che sono inserite nelle strutture.

Le cosiddette “micro” sono strutture socio-assistenziali residenziali che possono garantire diversi livelli di assistenza, da quelli più contenuti fino a situazioni che richiedono una presenza infermieristica nell’arco delle 24 ore. La classificazione prevede infatti livelli di necessità assistenziale differenti, da bassa a media, medio-elevata ed elevata.

“Le condizioni cliniche delle persone sono mediamente più gravi rispetto a venti o trent’anni fa”, ricorda Elisa Lasagna. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento della longevità hanno quindi modificato anche la domanda rivolta ai servizi. 

Per questo Regione e servizi territoriali hanno avviato una mappatura dei bisogni presenti nelle strutture, analizzando sia la componente sanitaria e infermieristica sia quella sociale, compresi i rapporti con le famiglie. L’obiettivo è arrivare a un quadro complessivo che possa essere utilizzato anche per programmare i servizi futuri.

“La richiesta di necessità assistenziali a 360 gradi sul territorio sta aumentando”, spiega Sabrina Casola, dirigente della struttura Welfare e politiche per la famiglia. “Come servizio sociale le reti dedicate all’area anziani sono aumentate dal punto di vista numerico, perché abbiamo sempre più fascicoli aperti e sempre più richieste”.

La domiciliarità come alternativa alla struttura

Una parte importante della risposta riguarda quindi la possibilità di mantenere la persona al proprio domicilio, quando le condizioni lo consentono.

Anche per l’assistenza domiciliare (Sad) il percorso parte dalla richiesta della persona o della famiglia e da una valutazione dell’assistente sociale, che prende in considerazione le condizioni dell’anziano, le risorse familiari, personali ed economiche. Sulla base di questa valutazione si elabora una proposta di intervento, che è poi trasmessa all’ente gestore dei servizi. 

La quantità di assistenza concretamente disponibile varia sul territorio, anche in funzione delle risorse di personale. “La situazione è abbastanza critica su tutto il territorio”, viene sottolineato, proprio per l’aumento delle necessità assistenziali e delle richieste di assistenza domiciliare.

Non esiste una lista d’attesa formalmente definita per il servizio di assistenza domiciliare, ma non tutte le richieste inoltrate dai servizi sociali riescono a trovare immediatamente una risposta. La domiciliarità rappresenta comunque uno degli elementi sui quali si concentra la programmazione dei servizi, anche perché consente, quando possibile, di evitare o rinviare l’inserimento in struttura.

Accanto al Sad c’è l’Assistenza domiciliare integrata (Adi), che nel corso dell’anno è stata attivata per 2.680 persone, con un costo che dopo aver sfruttato risorse Pnrr sarà in futuro a carico dell’Usl per oltre 5 milioni di euro. 

Il ruolo dell’animatore di comunità

Accanto ai servizi sociali e sanitari, in Valle d’Aosta è stata introdotta anche la figura dell’animatore di comunità, con l’obiettivo di rafforzare le reti territoriali e intercettare risorse che possano aiutare le persone anziane ancora al proprio domicilio.

Si tratta di una figura aggiuntiva rispetto alle professionalità obbligatorie dei Pua, introdotta dalla Regione sulla base delle esperienze maturate sul territorio.

L’animatore lavora con le associazioni e le realtà locali per costruire risposte di comunità: dalle attività di socializzazione alle iniziative di movimento, fino al supporto alle persone più fragili che vivono a casa.

“È un po’ capillare sul territorio per dare un supporto alle persone che sono ancora a casa”, spiegano Lasagna e Casola. Il principio è quello di affiancare alle risposte istituzionali anche le risorse informali della comunità, creando reti intorno alle persone anziane. 

Il sostegno alle famiglie che scelgono un assistente personale

Un’altra possibilità per sostenere la permanenza a domicilio è rappresentata dal contributo per gli assistenti personali, cioè le “badanti”.

La misura, prevista dall’articolo 18 della legge regionale 23/2010, prevede un contributo fino a 1.000 euro alle famiglie che assumono un assistente personale. L’accesso avviene attraverso una valutazione del bisogno e un progetto assistenziale, con un monitoraggio finalizzato anche a garantire la qualità dell’assistenza.

Esiste inoltre un elenco regionale degli assistenti personali, che conta circa 400 iscritti. Anche su questo strumento i servizi stanno effettuando alcune valutazioni per capire come renderlo maggiormente efficace, perché al momento le richieste sono poche. 

Un sistema che deve adattarsi ai nuovi bisogni

Il quadro che emerge è quello di un sistema chiamato a rispondere a bisogni diversi rispetto a quelli di alcuni decenni fa. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento della longevità e la maggiore complessità delle condizioni delle persone anziane stanno modificando la domanda di assistenza.

Per questo, secondo Lasagna e Casola, è necessario ragionare sul sistema nel suo complesso, mettendo in relazione servizi sociali e sanitari, strutture residenziali, assistenza domiciliare, famiglie e territorio.

“È cambiata la domanda, sono cambiati i bisogni. C’è necessità di fare un discorso mettendo insieme tutti i servizi e tutti gli attori”, spiegano.

La sfida non riguarda quindi soltanto il numero dei posti disponibili o delle ore di assistenza, ma anche la capacità di costruire risposte adeguate alle diverse condizioni delle persone anziane, mantenendo, quando possibile, il legame con il proprio domicilio e con la comunità.

Cosa significa davvero essere un Operatore socio-sanitario (Oss)

di Elena Del Col

C’è un lavoro silenzioso che si svolge lontano dai riflettori ma a stretto, strettissimo contatto con le persone più fragili e in difficoltà. Un lavoro umile e talvolta poco riconosciuto, ma che è prezioso e gratificante perché va dritto all’essenziale: prendersi cura di qualcuno, aiutarlo nelle necessità quotidiane, essergli utile quando ne ha più bisogno.

È il lavoro dell’operatore socio-sanitario (Oss), una figura che assiste persone malate, anziane o con disabilità e che, collaborando con medici e infermieri, le accompagna nelle necessità della vita di tutti i giorni.

Emily, classe 1991 del Villair di Quart, e Alessia, classe 2001 di Introd, svolgono il loro lavoro di Oss con passione e tenacia, portando ogni giorno un po’ della loro vitalità a persone che hanno anche cinquanta o sessant’anni più di loro. 

Dopo aver lavorato in ospedale, Emily si è spostata in microcomunità, per poi approdare al Sad dell’Unité Grand-Paradis. Alessia, invece, lavora dal 2021 nella microcomunità di Sarre, il Foyer Gaia-Grenod, che è in capo alla stessa Unité.

Che tipo di formazione avete ricevuto e come siete state assunte? La vostra formazione vi sembra adeguata al lavoro che svolgete oggi?

EMILY: Io ho frequentato l’indirizzo Servizi per la sanità e l’assistenza sociale (Ssas) dell’ISILTeP di Verrès e dopo la maturità ho fatto altro. Poi nel 2023 sono ripartita da zero iscrivendomi al corso di formazione per diventare Oss, che prevede una parte di teoria, un tirocinio e l’esame finale. Normalmente dura un anno, ma quando l’ho svolto io l’avevano ridotto, in via sperimentale, a soli sei mesi, comprimendo un po’ la formazione. Per questo, quando ho fatto il tirocinio mi sono sentita un po’ impreparata: ti senti buttato sul campo in mezzo a situazioni difficili e non sai bene come muoverti. Quando ho passato l’esame, ho lavorato in ospedale tramite agenzia, ma non mi trovavo bene. Allora ho provato i vari concorsi nelle Unités che preferivo e ora sono al Sad, dove mi trovo benissimo.

ALESSIA: Quando ho frequentato io il Ssas all’Itpr ‘Corrado Gex’ di Aosta era il primo anno di sperimentazione per formarsi come Oss durante il percorso di studi. Nel corso del quinto anno, ho svolto delle ore extra-scolastiche, così anziché fare le 1000 ore di formazione previste dal corso ordinario, ho fatto solo il tirocinio durante le vacanze scolastiche e l’estate, passando poi l’esame dopo la maturità. Finita la scuola, però, non avevo idea di dove partire per iniziare a lavorare. Così mi sono affidata all’associazione Savoir-faire, dove mi hanno consigliato di inviare il mio attestato di Oss alle varie Unités. Dopo aver lavorato per un po’ rispondendo alle chiamate pubbliche sul sito della Regione, ho fatto il concorso a tempo indeterminato all’Unité Grand-Paradis. Devo dire che il lavoro lo impari facendolo. Durante il tirocinio spesso mi sentivo a disagio: non sapevo se osare, perché a volte quando passavo all’azione non andava bene ciò che facevo, quindi spesso stavo solo a guardare. Nei tirocini, comunque, è importante provare tutte le realtà in cui puoi lavorare come Oss, quindi micro, ospedale e Sad, così da vedere tutte le sfaccettature di questo lavoro. 

Emily
Emily

Avete la sensazione che le microcomunità stiano diventando strutture sempre più sanitarie?

ALESSIA: La mia struttura è H6: significa che l’infermiere sta solo sei ore al giorno e il resto del tempo è gestito solo da noi Oss. La somministrazione delle terapie, quindi, è di competenza nostra. L’infermiere ci prepara il farmaco nei blister e noi aiutiamo il paziente ad assumerlo. Per quanto riguarda le condizioni degli anziani, sono sempre meno autonomi e lo spazio dedicato all’animazione è poco. Quando ho iniziato a lavorare nella mia struttura, almeno un’ora al pomeriggio si poteva fare intrattenimento, ora invece c’è sempre più bisogno di assistenza. Non faccio in tempo a distribuire la merenda che devono già andare in bagno e poi è l’ora della cena. Diventa tutto una catena di montaggio. 

Quanto pesa la carenza di personale sanitario sulla qualità dell’assistenza? Il numero di Oss presenti nei diversi turni è adeguato al carico di lavoro?

EMILY: La carenza di personale è il tasto dolente del mondo sanitario. In ospedale è davvero estenuante, perché puoi trovarti a lavorare praticamente da sola in pronto soccorso. Le graduatorie dei concorsi restano valide per cinque anni, ma quelle del mio concorso sono state esaurite nell’arco di un anno. 

ALESSIA: Nella mia micro lavoriamo in 4 al mattino e in 3 al pomeriggio, per un totale di 19 pazienti. È una buona proporzione ma, considerando la gravità delle condizioni degli ospiti, è dura. I concorsi non riescono quasi mai a soddisfare le richieste di personale: all’ultimo concorso della mia Unité c’erano 19 posti ma sono state assunte solo 18 persone. 

Le strutture in cui lavorate sono adeguate alle condizioni attuali degli ospiti? 

ALESSIA: Con l’aggravarsi delle condizioni degli ospiti, le ristrutturazioni diventano sempre più necessarie. Nella mia micro sono previsti dei lavori di ampliamento, perché le attrezzature di ausilio per alzare gli utenti non passano più. 

EMILY: Anche nell’assistenza domiciliare a volte ci sono dei problemi infrastrutturali, perché quando uno acquista o ristruttura una casa non pensa che un giorno non potrà viverci in carrozzina. Comunque, spesso l’ultima volontà degli anziani è quella di morire a casa propria, dove hanno i loro ricordi. 

Come giudicate le vostre condizioni di lavoro?

EMILY: Sul Sad non mi posso lamentare, è gestito davvero bene. Il mio contratto copre le festività e i weekend, oltre a qualche giorno su settimana. Inizio alle 7 e stacco alle 21.30. Passo dai vari utenti per alzarli dal letto, distribuire i pasti, fare loro compagnia, metterli a letto, curare l’ambiente o l’igiene personale. C’è chi vedo una volta a settimana e chi ha bisogno di passaggi continui. La cosa difficile è entrare in casa: devi andare in punta di piedi e presentarti bene, chiedendo prima di fare qualsiasi cosa. Altrimenti, capita che le famiglie chiamino il servizio per chiedere di cambiare Oss. Il fatto di doversi sempre spostare in macchina a volte è difficile, soprattutto quando c’è la neve oppure devi andare in case sperdute, ma permette anche di spezzare tra un passaggio e l’altro. Il nostro Sad è diviso in tre aree e per fortuna io mi muovo solo tra Aymavilles e Sarre, più raramente Villeneuve o Saint-Pierre. Nel Sad però ci sono anche dei ‘jolly’ che per contratto devono coprire un po’ tutte le aree. Per fortuna possiamo contare sulle auto aziendali, che sono tre per tutta la struttura. 

ALESSIA: Il carico di lavoro è pesante e se c’è un collega in mutua o in ferie ti devi un po’ arrangiare. Io lavoro 7 ore al giorno e i turni cambiano ciclicamente ogni quattro settimane. Posso ad esempio lavorare dalle 7 alle 14 o dalle 14 alle 21, oppure fare la notte, che è l’unico turno di 9 ore, dalle 22 alle 7. I colleghi nella mia struttura sono più grandi di me, hanno tutti dai 35 anni in su e a volte mi sento un po’ a disagio quando devo formare delle persone più anziane che iniziano a lavorare come Oss. Infatti ci sono persone che iniziano a fare questo lavoro anche a una certa età. 

Quanto spazio resta per la relazione con l’anziano?

ALESSIA: C’è sempre il rischio di diventare delle macchine e non essere più delle persone. Io cerco di creare ogni volta una relazione con ogni nuovo ospite, ma a volte si è talmente stremati che, quando senti di qualche operatore che ha risposto in modo un po’ scontroso, non ti stupisci più di tanto, purtroppo. Una buona notizia è che qualche mese fa hanno iniziato a tenere nella mia struttura dei corsi sul coordinamento del gruppo. È utile perché possiamo conoscerci di più e parlare delle questioni che non stanno andando, con l’aiuto di un counselor che cerca di mediare per farci arrivare a una soluzione. 

EMILY: Sicuramente un supporto psicologico sarebbe importante, per riuscire a non perdere la dimensione umana di questo lavoro. Trovo molto utili, in questo senso, i corsi di aggiornamento. Ti aiutano a ricaricarti, a motivarti quando il lavoro diventa un po’ piatto. Anche a dare una rispolverata, perché a lungo andare prendi delle cattive abitudini e dimentichi la teoria. 

Quali sono oggi, secondo voi, i bisogni più importanti degli anziani che vivono nelle microcomunità?

ALESSIA: I bisogni degli anziani non sono solo assistenziali ma anche relazionali. Noi cerchiamo di mantenere il più possibile le loro autonomie residue, a partire dalla semplice capacità di lavare la faccia o di mangiare da soli. Se riusciamo, cerchiamo anche di dare loro dei momenti di privacy. Il che è difficile, visto che non sono praticamente mai da soli. Cerchiamo anche di distrarli, soprattutto dalla solitudine. Molti anziani hanno famiglie distanti o disastrate. Per fortuna nella nostra micro c’è un gruppo di animazione super: ogni mese facciamo una festa, per esempio a Natale o per un compleanno, e invitiamo un ospite speciale a suonare. È per dare loro un pomeriggio diverso e spezzare dalla solita routine…Anche se il giorno dopo non si ricordano più niente!
EMILY: Per quanto riguarda il Sad i casi sono i più diversi. Magari c’è chi ha una rete di caregiver super e ha solo bisogno di un’assistenza concreta, e chi invece ha bisogno di compagnia, si butta giù, vede che le condizioni di salute peggiorano e non lo accetta. Ci sono utenti che magari vedono solo noi per un’oretta e nessun altro per tutto il resto della giornata. Abbiamo molti pazienti che soffrono di disturbi psichiatrici, che sono abbandonati a loro stessi e si lasciano andare. Un utente è un uomo senzatetto, che vive in un prato solo con un tavolo. Abbiamo provato a proporgli almeno una tenda, ma non ha voluto niente. In base all’utente facciamo quello che riusciamo, sostituendoci a lui dove non riesce ad arrivare e facendolo vivere il meglio possibile. 

Qual è il ricordo più bello che portate con voi da quando fate questo lavoro?

ALESSIA: A volte, degli utenti che non ti aspetteresti mai iniziano a cantare a squarciagola. Allora capisci che hai fatto qualcosa di buono. 

EMILY: Tutti i caffè offerti, gli sguardi felici, le lacrime e i ringraziamenti anche se fai solo piccole cose. È un lavoro che dà molte soddisfazioni, perché ti fa sentire utile. Dico sempre che i miei utenti mi danno molto di più di quello che io do loro. Un utente compra i pasticcini ogni volta che passo, un altro invece vuole sempre che andiamo a prendere il gelato. Un altro ancora, quando mi sono sposata, mi ha fatto inviare dei fiori a casa. Sono piccole cose che fanno capire che stai facendo del bene e andando dalla parte giusta. 

Qual è stato invece il momento più difficile o il ricordo peggiore?

EMILY: In ospedale era dura la preparazione della salma, soprattutto quando si trattava di persone seguite per mesi e mesi.

ALESSIA: Di recente, mi è capitato di trovare un anziano morto. Era la prima volta che mi succedeva, perché di solito c’era sempre un parente oppure qualche collega. Questa volta invece ero sola. È stato brutto, ma penso sempre che adesso lui sta meglio. È vero che non possiamo più ridere e vivere insieme, ma mi dico sempre che ora sta meglio, che tutte le sue sofferenze sono passate.

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Ente strumentale: cosa prevede l’analisi sulla nuova azienda regionale dei servizi alla persona

di Silvia Savoye

È una delle riforme di cui si parla da tempo, ma che fatica a trasformarsi in realtà. È l’Ente strumentale regionale per la gestione dei servizi alla persona, destinato a riunire in un unico soggetto una parte dei servizi oggi distribuiti tra Regione, Società di servizi e Unités.

Nei mesi scorsi Poleis Soc. Coop. ha elaborato un’analisi sul possibile nuovo assetto, presentata a diversi tavoli politici, amministrativi e sindacali. Il documento ricostruisce i servizi da trasferire, il personale coinvolto, i possibili modelli organizzativi e i costi della nuova struttura.

La Regione, in coerenza con quanto previsto dal Piano per la Salute e il Benessere Sociale 2022-2025 e dal Documento di Economia e Finanza regionale 2023-2025, ha impostato il percorso con l’obiettivo di separare la funzione di programmazione da quella di gestione dei servizi. La proposta è quindi quella di istituire un’Azienda regionale pubblica per i servizi alla persona, quale ente strumentale della Regione. 

L’obiettivo è concentrare in un unico soggetto la gestione di una parte consistente dei servizi sociali e sociosanitari, mentre alla Regione resterebbero le funzioni di programmazione, indirizzo, finanziamento e controllo.

La costituzione del nuovo ente dovrebbe inoltre consentire di unificare i servizi oggi gestiti direttamente dalla Regione per minori, adulti e persone con disabilità, superando l’utilizzo della Società di servizi, e alcuni servizi attualmente gestiti dalle Unités, a partire dalle microcomunità per anziani. L’analisi prevede inoltre la possibilità che, in futuro, possano essere conferiti all’ente ulteriori servizi. 

Il percorso dovrebbe essere graduale e, almeno nella fase iniziale, alcuni servizi resterebbero in capo agli Enti locali. L’analisi definisce l’azienda come un soggetto dotato di personalità giuridica pubblica e autonomia organizzativa, amministrativa, contabile e patrimoniale, e individua in questo modello una soluzione per affrontare le criticità dell’attuale gestione e rafforzare il ruolo regionale di programmazione e controllo. 

I servizi che confluirebbero nel nuovo ente

Nella prima configurazione delineata dallo studio sono quattro le principali aree destinate a confluire nel nuovo soggetto: il servizio sociale professionale, l’assistenza educativa e il sostegno scolastico agli alunni con disabilità, i servizi per la disabilità adulta, compresi i Centri educativi assistenziali, e le microcomunità per anziani non autosufficienti. 

Proprio sulle microcomunità si concentrerebbe uno dei cambiamenti più rilevanti: dalla gestione attualmente affidata alle Unités si passerebbe a una gestione regionale attraverso il nuovo ente. 

L’analisi considera questa scelta legata alla complessità organizzativa delle strutture e alla possibilità di ottenere una gestione più coordinata di risorse e servizi. Le microcomunità interessate sono complessivamente 21, per 499 posti, potenzialmente elevabili a 510 sulla base delle autorizzazioni già rilasciate. 

Circa 800 dipendenti da trasferire

Uno dei nodi principali della riforma riguarda il personale. Il censimento effettuato nello studio individua 798 dipendenti da trasferire al nuovo ente, tra personale della Società di servizi, della Regione e delle Unités, impiegato nei quattro principali ambiti di intervento. 

A questi numeri va aggiunto il personale amministrativo, per il quale la situazione è più complessa perché in molti casi le mansioni svolte non sono interamente riconducibili ai servizi destinati al trasferimento. Il censimento individua al momento 26 figure amministrative delle Unités e 11 della Regione, per un totale di 37 persone, alle quali potrebbe aggiungersi un numero variabile di nuove assunzioni. 

L’analisi sottolinea comunque l’opportunità di valorizzare il personale già presente, evitando duplicazioni di funzioni e costi. Per le Unités, in particolare, le 26 figure amministrative prevalentemente impegnate nella gestione delle microcomunità potrebbero essere riassegnate alla struttura amministrativa dell’azienda. Per la Regione vengono individuate, in prima battuta, anche due figure che si occupano di affidamenti e appalti. 

Il nodo del modello e dei contratti

Il documento prende in esame due possibili forme giuridiche: un ente pubblico non economico, sul modello delle Aziende pubbliche di servizi alla persona, oppure un ente pubblico economico, sul modello dell’azienda speciale.

La differenza principale riguarda soprattutto la gestione del personale. Il modello di ente economico consentirebbe procedure di reclutamento più snelle e una maggiore flessibilità nella gestione delle risorse umane, mentre l’ente non economico sarebbe soggetto alle procedure proprie della pubblica amministrazione, con il ricorso ai concorsi pubblici. 

L’analisi indica inoltre, anche nell’ipotesi di un ente pubblico economico, l’applicazione del contratto di lavoro pubblico. La scelta consentirebbe di garantire continuità alle condizioni di lavoro del personale pubblico destinato a transitare nel nuovo ente e di uniformare il trattamento contrattuale dei dipendenti.

Quanto costerebbe il nuovo ente

Un’altra voce destinata a pesare sulla riforma è quella relativa alla nuova struttura amministrativa. Lo studio quantifica in 1,399 milioni di euro i costi aggiuntivi per il funzionamento generale dell’ente: nella stima rientrano, tra le altre voci, 54mila euro per il CdA, 130mila per il direttore, 30mila per l’organo di revisione, 200mila per i responsabili delle aree amministrative e 430mila per il personale amministrativo da assumere, oltre a software, consulenze, formazione e altre spese. Considerate le variabili ancora da definire, l’analisi suggerisce prudenzialmente di considerare un costo complessivo che potrebbe arrivare a circa 1,5 milioni di euro. 

Si tratta però dei costi aggiuntivi legati alla costituzione e al funzionamento della nuova struttura, non del costo complessivo dei servizi che verrebbero trasferiti. Questi ultimi sono infatti già oggi sostenuti dalla Regione, dalle Unités o attraverso gli altri soggetti che li gestiscono.

Per le microcomunità, ad esempio, la proiezione dello studio sul 2025 quantifica in circa 22,7 milioni di euro i costi diretti, a fronte di 16,2 milioni di trasferimenti regionali e 7,6 milioni di euro di rette degli utenti. La stima non comprende i servizi di Aosta gestiti attraverso convenzioni con il privato sociale, quantificati nell’analisi in circa 3 milioni di euro. 

La parola all’assessore Marzi: “Dobbiamo ripensare il sistema per gli anziani”

di Silvia Savoye

Carlo Marzi
Carlo Marzi

Assessore, partiamo dalla riforma dell’assistenza agli anziani. A che punto è la Valle d’Aosta?

La riforma sugli anziani, partita nel 2024 con i relativi decreti legislativi, in Valle d’Aosta è largamente inserita all’interno del Piano per la non autosufficienza che stiamo gestendo. Molte delle misure previste dalla riforma, peraltro, sono già attive.

Abbiamo già gli otto Punti unici di accesso e quattro Case della comunità, aperte secondo i criteri previsti dalla normativa. In una realtà ordinaria ne sarebbe prevista una, noi ne abbiamo quattro: due con un’attività sulle 24 ore e due sulle 12 ore.

All’interno delle Case della comunità siamo riusciti a prevedere anche la presenza dei medici di medicina generale e degli assistenti sociali. Stiamo quindi già applicando quell’integrazione sociosanitaria prevista dalla riforma.

Abbiamo avuto anche un confronto con tutto il mondo associativo di riferimento. Quindi, più che essere semplicemente “sul pezzo”, in qualche modo avevamo già anticipato alcuni degli elementi della riforma. 

Dove vede invece il problema principale?

Il vero problema non è tanto la riforma in sé, quanto il rapporto che la persona anziana e il suo nucleo familiare devono avere con il sistema.

Oggi, a monte di tutto, c’è una valutazione multidisciplinare del pubblico nelle sue componenti sociali e sanitarie. Questa valutazione viene effettuata soprattutto quando la persona è intercettata dal sistema sanitario.

Pensiamo, per esempio, a una persona anziana con una malattia cronica che arriva in ospedale. Viene ricoverata, stabilizzata e poi entra nel percorso di collegamento tra l’ospedale, che dovrebbe occuparsi degli acuti, e la medicina territoriale. A quel punto viene valutata sotto il profilo sanitario, sociale e socioassistenziale e inserita nei servizi necessari.

Il problema è che, se quella stessa persona è a casa, questo passaggio non necessariamente avviene. Per questo stiamo sperimentando i cosiddetti ambulatori di fragilità, che hanno l’obiettivo di intercettare la persona anziana con problemi sanitari prima che arrivi in ospedale.

Abbiamo una serie di servizi sociali previsti dalla legge regionale 23, che intervengono nelle diverse fasi della vita delle persone anziane, anche attraverso contributi dedicati che passano dal rapporto tra il nucleo familiare e l’assistente sociale.

Poi ci sono i servizi a domicilio, il Sad, gestito dalle Unités, e l’Adi, sulla quale sono stati fatti passi avanti importanti. La Valle d’Aosta è diventata, credo, la prima regione d’Italia per livello di assistenza domiciliare integrata.

In questo caso il regista non è più l’ente locale di residenza della persona anziana, ma l’Azienda Usl.

Ci sono poi una serie di servizi, come il sistema delle microcomunità, che sono gestiti attraverso un intreccio tra Assessorato, Azienda Usl e Politiche sociali. 

Qual è la condizione delle persone in lista d’attesa?

Dei circa 250 nuclei familiari in lista d’attesa, poco più di cento sono persone che si trovano a domicilio e aspettano di essere inserite. Le altre sono già in una struttura, pubblica o privata, ma aspettano un posto in una struttura più adeguata, più vicina a casa o più rispondente alle proprie esigenze sanitarie.

Ed è importante capire questo dato. Quasi sempre il problema non riguarda le situazioni di maggiore criticità sanitaria. Siamo molto efficaci nella gestione delle persone che hanno bisogno di un’assistenza sanitaria elevata.

La maggior parte delle persone in attesa ha invece bisogno di strutture con un livello di assistenza sanitaria medio, con una necessità relativamente bassa di medicina ma una necessità importante di assistenza infermieristica.

Questo si inserisce in un problema legato al numero delle strutture. È indubbio che oggi, con oltre 700 posti a sistema, ci siano necessità alle quali non si riesce a dare risposta.

Crescono le persone anziane con patologie croniche e comorbidità, ma al contempo abbiamo un problema sul personale, in particolare sugli infermieri.

La figura dell’infermiere oggi è carente in tutti gli ambiti. Quest’estate, per esempio, il problema principale nella gestione delle sale operatorie non è stato quello dei flussi turistici, per i quali ci eravamo preparati, ma la difficoltà nel reperire infermieri strumentisti.

Servono quindi più strutture?

Abbiamo oggi oltre 700 posti nel sistema, considerando pubblico, privato e privato accreditato. Poco più della metà sono pubblici. Ma il tema non è semplicemente costruire nuove strutture.

Negli ultimi anni abbiamo investito moltissimo nell’adeguamento delle microcomunità. Dal 2023 in poi abbiamo messo in campo una quantità significativa di risorse: solo con l’ultima legge di assestamento abbiamo stanziato 6,5 milioni di euro.

Oggi non c’è praticamente una microcomunità pubblica valdostana sulla quale non sia in corso un intervento strutturale o una fase di progettazione.

Il problema è che adeguare una struttura non significa necessariamente aumentare il numero dei posti. Può capitare di spendere milioni per passare, per esempio, da una struttura di 20 posti a una di 21. Ma quei posti diventano adeguati dal punto di vista antincendio, antisismico e della salubrità, condizioni fondamentali quando parliamo di persone anziane e spesso malate.

A questo si aggiunge l’investimento previsto per il secondo ospedale di comunità, con una dotazione iniziale di circa 15 milioni di euro.

Dire che gli interventi sono fermi sarebbe sbagliato. Gli interventi strutturali stanno andando avanti.

Le microcomunità valdostane scontano un modello degli anni Settanta-Ottanta: strutture per anziani pensate in un periodo in cui gli anziani avevano 60 anni, concepite come modelli alberghieri, dove le persone, che stavano meglio rispetto ad adesso e magari avevano una sola malattia, potevano socializzare. Quel modello oggi, in termini numerici, non corrisponde e non corrisponderà alle esigenze di questo territorio, che è più anziano della seconda nazione più anziana al mondo.

È una situazione che abbiamo rappresentato al presidente del Celva e al coordinatore dell’area anziani, anche attraverso uno studio demografico, perché vogliamo arrivare a una legge quadro generale sulla famiglia.

Nel 2025 abbiamo accreditato l’ultima struttura, la R2 di Verrès, che è una struttura sanitaria e prevede un investimento finanziario importante, di un milione e mezzo annui. Questo è un ambito sul quale dobbiamo fare delle valutazioni, anche per le difficoltà di reperimento del personale.

Il privato non lo gestisce il pubblico, ma, secondo me, è un ambito sul quale chi è del mestiere può fare delle scelte che hanno delle risposte.

Noi dobbiamo fare delle scelte sulla tariffazione, perché un sistema che deve andare a tutelare le famiglie più in difficoltà, con maggiori problemi sanitari, deve essere sostenibile anche sotto questo profilo. 

A che punto siamo con la riforma sull’ente strumentale?

Il tema dell’ente strumentale è invece legato soprattutto alla necessità di ripensare il modello di gestione e, soprattutto, di affrontare il problema del personale.

L’ente strumentale parte da tre situazioni diverse. Una è la valorizzazione del personale della Società di servizi. All’interno ci sono tante figure professionali diverse, di cui abbiamo un bisogno assoluto, che si trovano da anni a fare lo stesso lavoro dei loro colleghi inseriti nel pubblico, con una valorizzazione, anche in termini stipendiali, non adeguata.

Il problema numero uno è la ricerca e l’assunzione di determinate figure professionali.

Parliamo di OSS, infermieri, assistenti sociali, educatori e psicologi. Oggi chiunque debba cercare queste professionalità si trova davanti allo stesso problema: non ce ne sono abbastanza.

E questo vale per tutti: Regione, Usl, enti locali, Società di servizi, cooperative. Ognuno cerca le stesse figure professionali e nessuno riesce a trovarne abbastanza.

Il problema è particolarmente evidente nelle vallate laterali. Ci sono operatori economici che rinunciano a partecipare alle gare perché non sono in grado di garantire il personale necessario per gestire una struttura lontana dai centri principali.

Gli enti locali, che gestiscono i servizi per anziani e minori nell’ambito unico valdostano, hanno più volte chiesto alla Regione di trovare una soluzione diversa.

Alla fine del 2023 è stato affidato a una società specializzata uno studio su questo tema. Lo studio è arrivato alla fine del 2024 ed è stato condiviso con i sindaci, con i presidenti delle Unités, con le maggioranze e le minoranze consiliari e con le organizzazioni sindacali.

Non è un progetto pensato per “rompere le scatole” a qualcuno. È una soluzione che va presa seriamente in considerazione. Come maggioranza regionale siamo impegnati a portare avanti questo percorso, ma anche ad ascoltare eventuali proposte alternative. 

Quando arriveremo a varare questa riforma?

Nel 2025 ci è stato chiesto di sospendere, per tutta una serie di ragioni, le decisioni. Nel 2026 abbiamo ripreso tutto in mano, abbiamo già dato delle risposte e abbiamo già incontrato il Cda del Celva e le Unités. 

Contiamo, entro la fine di quest’anno, di arrivare ad avere una bozza di documento da condividere con tutti, per riavviare un percorso che richiederà a tutti la volontà di ascoltare. 

Il sistema, dal punto di vista economico, può reggere nel futuro?

È una domanda che mi preoccupa. Oggi circa il35% del bilancio regionale è destinato alle politiche sociali e sanitarie. È una cifra molto importante.

Non dobbiamo però confrontare semplicemente la Valle d’Aosta con le altre regioni, perché noi autofinanziamo il nostro sistema e sosteniamo attraverso il bilancio regionale una serie di interventi che altrove sono finanziati dallo Stato.

Io sono contento che questa Regione abbia scelto di investire così tanto nella sanità e nelle politiche sociali. Ma questa crescita non può essere considerata automatica e infinita. Dobbiamo capire quali livelli di servizio abbiamo, riconoscerne il valore e contemporaneamente cercare soluzioni migliori o diverse.

Se pensiamo che ciò che abbiamo sia scontato, rischiamo di non prepararci al cambiamento demografico.

Significa che dobbiamo ragionare come comunità. Se vuoi tutelare un diritto e preservare un servizio, devi sederti al tavolo e cercare soluzioni.

Una volta potevamo avere 60 giovani, 30 persone adulte e 10 anziani. Oggi possiamo trovarci davanti a una piramide completamente diversa, con molti più anziani e meno giovani. I giovani devono quindi sostenere una parte molto maggiore della società, sia economicamente sia attraverso il lavoro di cura.

Il pubblico deve continuare a dare una mano, ma non può sostituirsi completamente a ciò che la società e le famiglie non riescono più a garantire. 

Quindi la sfida è ripensare complessivamente il sistema?

Sì. I problemi sono talmente grandi che nessuno può pensare di avere da solo la ricetta. Il tema è l’incastro tra demografia, aumento delle persone anziane e crescita delle persone con problemi di salute, invalidità e disabilità.

La soluzione che vedo è sederci tutti attorno a un tavolo, riconoscere che abbiamo un problema comune e cercare insieme una soluzione. Perché oggi abbiamo leggi, servizi e adempimenti che richiedono persone per essere concretamente realizzati. E il problema è che proprio quelle persone stanno diventando sempre più difficili da trovare.

Questa, quindi, è una questione che riguarda già il presente e non soltanto il futuro.

Esattamente. È il problema del presente e del futuro. La Valle d’Aosta è già cambiata e non possiamo pensare che sia automatico continuare ad avere domani ciò che abbiamo avuto fino a oggi.

Dobbiamo cominciare a parlarne come comunità, perché riguarda ciascuno di noi. 

La fatica quotidiana dei caregiver familiari 

di Elena Del Col

Per certe persone, la fine di un turno lavorativo è solo l’inizio di un altro incarico, spesso molto più faticoso, che si svolge tra le mura di casa. Quelle di casa propria o, più spesso, quelle della casa della propria infanzia, dove i compiti nel tempo si sono ribaltati e sono i figli di una volta a esercitare, ora, il ruolo di cura e di assistenza che prima spettava ai genitori. 

Accompagnamento durante le visite, ritiro dei farmaci, cura della casa e talvolta dell’igiene personale, acquisto della spesa domestica, o anche semplice compagnia: questi sono solo alcuni dei compiti quotidiani che spettano ai caregiver familiari. A chi, cioè, si prende cura in modo continuativo, volontario e gratuito di un congiunto malato, disabile o non autosufficiente.

In un Paese dove gli anziani costituiscono una fascia sempre più consistente della popolazione, sono numerosi coloro che scelgono di prendersi cura in prima persona dei propri genitori. Complici anche le rette sempre più elevate delle strutture residenziali per la terza età e il difficile reperimento di assistenti personali.  

Monica è tra questi. Classe 1975 e residente ad Aosta, Monica assiste i genitori, entrambi invalidi al 100 per cento. La madre, ottantenne, ha una patologia oncologica, soffre di osteoporosi e ha già subito una ventina di interventi. Il padre, di ottantaquattro anni, è stato sottoposto all’amputazione di una gamba. 

È da cinque anni che la situazione dei suoi genitori si è deteriorata e da due anni che si susseguono continui ricoveri. Oltre a occuparsi di loro, Monica è impiegata bancaria a tempo pieno e ha due figli, di 22 e 17 anni. 

Quella di far restare i tuoi genitori a casa è stata una scelta voluta o anche una necessità?

È stata una scelta voluta, perché sono entrambi coscienti e non vogliono andare in struttura. Ma anche una necessità, perché mancano i posti nelle microcomunità. Quando erano entrambi ricoverati e dovevano essere dimessi, speravo che ci fosse posto in struttura per mia mamma, giusto per il tempo di rimettersi, ma la lista d’attesa era lunghissima. 

Poi, bisogna guardare anche i costi. I miei genitori ricevono mediamente intorno ai 1900 euro netti in totale al mese di pensione. Assumere una badante costa all’incirca 2600-2800 euro al mese, mentre per le strutture ci si aggira tra i 2500 e i 3000 euro mensili.

Come si organizza concretamente l’assistenza durante la giornata e quanto di questo lavoro ricade sulla famiglia?

Io sono figlia unica, quindiil carico più grosso ricade su di me. Per fortuna ho una persona che viene a fare l’igiene al mattino e una conoscente di famiglia che mi sta dando una grande mano, facendo le pulizie nel pomeriggio e tenendo loro un po’ di compagnia. Non mi chiedono soldi, ma do sempre loro un’offerta.

Quali servizi domiciliari ricevono oggi i tuoi genitori e sono sufficienti rispetto ai bisogni reali?

Siamo assistiti solo in Adi per quanto riguarda le medicazioni e la fisioterapia. Non ci affidiamo invece al Sad per i pasti o l’igiene: mia mamma, anche se con fatica, continua a preparare da mangiare. 

Diciamo che la loro è una situazione un po’ borderline: vogliono continuare a fare le cose da soli, ma al tempo stesso non sono completamente autosufficienti. Conta tanto anche la difficoltà di accettare tutto questo. Loro abitano in una casa di proprietà con cui hanno un forte legame, dove però non c’è l’ascensore e per salire e scendere bisogna fare diversi piani di scale. Mio papà con la protesi pian piano ce la fa, ma se vivessero in una casa con l’ascensore avrebbero sicuramente più vita sociale. Così, invece, sono praticamente segregati in casa. 

Ricevete contributi economici o assegni di cura?

L’assistenza è il costo più pesante. Io ho la 104 per entrambi. Non ne abuso, ma la uso solo per portarli a fare le visite in ospedale. L’assegno di invalidità è di circa 500 euro circa al mese, ma copre un quarto o un quinto delle spese. Per gli spostamenti spesso devono chiamare l’ambulanza, ma è un servizio che l’Usl non passa e ogni trasporto costa circa 100 euro.

Avete mai pensato di affidarvi a un assistente personale?

Le badanti che abbiamo trovato sono rimaste 15 giorni al massimo e poi sono scappate via. Non è facile badare ai miei genitori, perché sono coscienti e magari vogliono stare svegli fino a mezzanotte, mentre le badanti volevano metterli già a letto alle nove di sera. Poi spesso fanno un passo indietro quando vengono a sapere che devono assistere due persone. 

Qual è l’aspetto più difficile dell’assistenza a casa: il carico pratico, quello economico o quello emotivo?

Direi sia la mancanza di tempo sia la consapevolezza di essere insostituibili nella loro cura. Non puoi delegare a qualcun altro l’accompagnamento alle visite mediche. Mia mamma è ridotta così anche per un errore nella somministrazione delle medicine, che è sfuggito anche a me. Pesano la mancanza di una vita privata e la solitudine nel dover gestire quasi tutto da sola. È un carico emotivo non indifferente. Loro si appoggiano tanto su di me: questa situazione li ha resi molto vulnerabili e confusi. Quando l’anno scorso si doveva prendere la decisione di amputare una gamba a mio papà, ho dovuto decidere io per lui. Sono momenti emotivamente difficili da sostenere. 

Hai mai pensato che non fosse più possibile continuare a casa o preso in considerazione una struttura?

La struttura, per come la vorrei io, dovrebbe essere una sorta di albergo. I miei genitori sono coscienti e ancora abbastanza autonomi: avrebbero bisogno più che altro di qualcuno che li assista durante il giorno e che faccia loro compagnia. Io esco alle 17 da lavoro e spesso sono da loro fino alle 19, per poi tornare a casa dove ho da fare tutto il resto. Ormai i miei genitori vedono quasi soltanto me e la mia famiglia. Non vedono più le persone della loro età: all’inizio qualcuno li veniva a trovare, ma nel tempo le cose scemano. Se non riesci a farli camminare un po’ tu, rimangono isolati. Questa è la parte peggiore del diventare anziani. 

Secondo la tua esperienza, che cosa dovrebbe fare il sistema per consentire davvero agli anziani di restare a casa e di trascorrere una vita quotidiana dignitosa?

Ormai solo chi ha i soldi può permettersi di invecchiare. Sarebbe bello ci fosse un servizio di volontariato, con persone che mettono a disposizione il proprio tempo anche solo per un’ora di chiacchierata o un passaggio. Ma capisco che non è semplice. 

Un’altra cosa che crea problemi è la burocrazia. Io mi sto scontrando con il Fascicolo sanitario elettronico, perché mi è scaduta la delega, che dopo due anni deve essere rinnovata. Il numero verde mi dà una informazione e il Cup un’altra. Due persone anziane senza parenti non possono farcela da sole a gestire la burocrazia: solo chi ha figli o nipoti è aiutato. Ormai si è perso il contatto umano con il dottore e tutto è diventato burocratico e informatizzato, dalla richiesta di medicine alla prenotazione delle visite. Per fortuna il nostro medico di base è bravissimo, è giovane e ci ha aperto molte strade, dandoci dei buoni consigli, nonostante abbia un carico assurdo di pazienti. Ha messo i miei genitori sotto l’Adi e ogni mese viene a vederli e a controllare i parametri.

Unité Mont-Émilius, il presidente Fabrizio Bertholin: “Senza personale formato e qualificato è inutile fare tanti discorsi”

di Elena Del Col

Fabrizio Bertholin, Sindaco di Quart

Sono le Unités, più che le carte e gli uffici, il luogo in cui ogni giorno si misura la capacità della Valle d’Aosta di prendersi cura dei suoi anziani. Le Unités des Communes valdôtaines sono otto, da un capo all’altro della Regione – Valdigne-Mont-Blanc, Grand-Paradis, Grand-Combin, Mont-Émilius, Mont-Cervin, Évançon, Mont-Rose e Walser – e ciascuna tiene in piedi una parte fondamentale dell’assistenza alle persone non autosufficienti.

Il nostro breve viaggio nelle Unités fa una prima tappa nell’Unité Mont-Émilius. Qui l’assistenza agli anziani passa attraverso due strutture residenziali, a Gressan e Fénis.

A Gressan la struttura H12 dispone di 43 posti residenziali e tre diurni, mentre quella H6 di Fénis conta 24 posti più due diurni. I posti disponibili sono tutti occupati nell’immediato. 

Se a Gressan gli spazi sono considerati ancora adeguati, a Fénis emergono maggiori criticità. “La struttura di Fénis avrebbe bisogno di un ampliamento per creare nuovi spazi creativi”, spiega Fabrizio Bertholin, sindaco di Quart e presidente dell’Unité Mont-Émilius. “Ma soprattutto per ampliare la cucina, che prima era concepita solo per la preparazione dei pasti interni destinati agli ospiti, mentre ora è in affanno perché è utilizzata anche per i pasti del servizio domiciliare”.

Sul fronte del personale, la struttura di Gressan può contare su 38 operatori sociosanitari, oltre a un addetto alla lavanderia, mentre a Fénis gli operatori sono 22, più un addetto alla lavanderia. La copertura infermieristica è invece garantita dall’Azienda Usl sulla base del fabbisogno. 

Come ci si aspettava, è proprio il reperimento degli operatori sociosanitari a rappresentare una delle difficoltà maggiori. “Siamo in continuo affanno: nonostante avvisi pubblici e chiamate non riusciamo a trovare sostituzioni”, osserva Bertholin. 

La mancanza di graduatorie, la scarsa partecipazione ai corsi e ai concorsi e un lavoro fisicamente impegnativo rendono complicato coprire assenze e limitazioni del personale, con il ricorso, quando possibile, ad assunzioni a tempo determinato o a forme interinali. 

Una situazione che si riflette anche sul benessere di chi lavora nelle strutture, costretto spesso a turni aggiuntivi e straordinari, tanto che l’Unité sta valutando anche percorsi di formazione sugli aspetti psicologici e relazionali del lavoro di cura. 

Il sistema di assistenza per anziani nell’Unité Mont-Emilius assorbe complessivamente quasi 5,3 milioni di euro all’anno, senza conteggiare l’assistenza domiciliare: circa il 25 per cento dei costi è coperto dalle rette, il 48 per cento dalla Regione e il restante 27 per cento dai Comuni. Il costo medio indicato per un posto è di circa 52 euro al giorno, con variazioni legate all’Isee. 

“Siamo una delle Unités che spende di più in assoluto e stiamo cercando di capire dove sia possibile intervenire”, aggiunge Bertholin, secondo cui, se l’aumento generale dei costi dovesse proseguire, sarà difficile lasciare una quota così rilevante della spesa in capo ai Comuni. 

Parallelamente, l’Unité punta a contenere per quanto possibile l’ingresso nelle strutture rafforzando l’assistenza a domicilio, che nei territori serviti raggiunge circa 200 utenti. Il servizio è attivo ogni giorno al mattino e al pomeriggio, compresi i festivi infrasettimanali, mentre la domenica è garantito fino alla consegna dei pasti. 

Anche qui, però, le risorse non consentono di rispondere a tutte le richieste. Per Bertholin, proprio l’assistenza domiciliare rappresenta uno degli ambiti su cui investire per alleggerire le strutture. Senza rinunciare alla possibilità di realizzarne di nuove qualora la riorganizzazione regionale lo rendesse necessario. 

La priorità immediata resta tuttavia il personale: “Senza personale formato e qualificato è inutile fare tanti discorsi”. 

E, in un sistema in cui il privato può offrire una risposta solo a chi ha la possibilità economica di sostenerne i costi, per il presidente dell’Unité “la presenza del servizio pubblico resta fondamentale”.

Unité Grand-Paradis: quando ci sono tanti posti letto ma pochi operatori per farli funzionare

di Elena Del Col

Quella del Grand-Paradis è una delle Unités valdostane con più posti letto nelle strutture per anziani in rapporto alla popolazione: 83 in tutto, con uno stacco notevole dalla seconda classificata, l’Unité Mont-Émilius, che conta 67 posti. 

Ma quella che sulla carta rappresenta una maggiore capacità di risposta ai bisogni assistenziali porta con sé due problemi: costi più elevati da sostenere e personale sempre più difficile da trovare. 

Sono quattro le microcomunità per anziani sul territorio dell’Unité Grand-Paradis, seconda e ultima tappa del nostro breve itinerario: Introd, Saint-Pierre, Sarre e Cogne.

A tracciare il quadro dei servizi di assistenza agli anziani nel Grand-Paradis è Mauro Lucianaz, sindaco di Arvier e presidente dell’Unité.

Dalle ‘case di riposo’ agli anziani non autosufficienti

Il primo cambiamento riguarda proprio le persone che entrano nelle strutture. Le microcomunità del Grand-Paradis sono un classico esempio di quelle che comunemente chiamiamo ‘case di riposo’, lontane dal soddisfare le esigenze sanitarie degli ospiti attuali. 

“Originariamente le nostre strutture erano quasi dei mini appartamenti”, spiega Lucianaz. “C’erano camere con cucina e gli anziani potevano autogestirsi. Nel tempo non è più stato così: oggi gli anziani sono veri e propri ospiti con necessità di servizi sanitari oltre che socio-assistenziali”.

Il crescente livello di non autosufficienza delle persone accolte ha anche qui reso necessario l’adeguamento non solo dell’organizzazione e del personale, ma anche degli edifici stessi.

Nel Grand-Paradis gli interventi di ristrutturazione per far fronte alle esigenze sanitarie sempre più gravi degli utenti si stanno moltiplicando negli ultimi anni. 

Le microcomunità di Introd e Saint-Pierre sono state di recente adeguate agli standard stabiliti dalla Regione. A Saint-Pierre i lavori sono stati realizzati mantenendo gli ospiti all’interno della struttura, mentre per Introd è stato necessario trasferirli temporaneamente a Morgex.

Il prossimo intervento importante riguarderà, nel 2027, la struttura di Cogne, dove è previsto un ammodernamento e l’adeguamento agli standard richiesti. Anche su Sarre, l’Unité sta valutando un ampliamento per rispondere meglio alle esigenze attuali.

Mauro Lucianaz
Mauro Lucianaz

Introd, quattro posti ancora vuoti per mancanza di personale

Il caso di Introd mostra quanto il problema dei posti letto sia legato anche alla disponibilità degli operatori.

Durante i lavori di ristrutturazione gli ospiti erano stati trasferiti a Morgex, dove i posti utilizzati erano 18. Al rientro a Introd la capacità, a lavori ultimati, è salita a 24, ma il personale disponibile non era sufficiente per attivare immediatamente l’intera struttura.

“Non siamo ancora a pieno regime”, dice Lucianaz. “Siamo fermi a 20 posti, quindi ce ne sono quattro ancora liberi che non riusciamo a coprire perché il personale assunto non ha ancora preso servizio”.

L’Unité ha svolto un concorso e ha potuto assumere gli operatori necessari. L’obiettivo è arrivare alla piena capacità nei prossimi mesi.

Il problema delle liste d’attesa, precisa comunque Lucianaz, non può essere letto soltanto a livello della singola Unité. 

Come si è visto, infatti, gli inserimenti sono gestiti attraverso una valutazione multidimensionale e le strutture non sono necessariamente riservate ai residenti del territorio nel quale si trovano. 

“Una volta il concetto era quello della microcomunità per Arvier e per i Comuni limitrofi. Oggi tutte le strutture per anziani servono l’intera Regione: una persona residente ad Aosta può essere inserita anche a Perloz in funzione della disponibilità dei posti”.

AAA cercasi Oss

Anche qui, come nell’Unité Mont-Emilius, le figure più difficili da reperire sono proprio gli Operatori socio-sanitari (Oss).

Secondo Lucianaz il ricambio generazionale esiste e i pensionamenti sono sostituiti in buona parte da lavoratori e lavoratrici giovani. Il problema è però riuscire a mantenere un numero sufficiente di persone nel sistema.

“Negli anni una parte degli Oss è andata a lavorare in Svizzera e una parte in ospedale e quindi ha lasciato le nostre strutture. Adesso pian piano ce ne sono alcuni che tornano dalla Svizzera o dall’ospedale,perché è un lavoro completamente diverso. Rimane comunque una carenza generale di personale: le chiamate pubbliche spesso vanno deserte”.

Per gli operatori socio-sanitari la scelta privilegiata dall’Unité è quella dell’assunzione diretta a tempo indeterminato attraverso concorso. Si fa invece ricorso a cooperative e personale esterno soprattutto per attività complementari come pulizie e supporto alle cucine.

Il Sad, vera alternativa alle microcomunità 

Il secondo pilastro dell’assistenza agli anziani, ovvero il Servizio assistenziale a domicilio (Sad),nel Grand-Paradis raggiunge circa 100 utenti ed è garantito da una trentina di operatori, sette giorni su sette. La lista d’attesa è generalmente contenuta perché, a differenza dei posti nelle strutture, il servizio è rivolto agli abitanti dei Comuni dell’Unité.

Anche in questo caso la difficoltà principale riguarda il personale. Per il domicilio il reclutamento può risultare persino più complesso rispetto alle microcomunità, perché molti incarichi sono part-time e le aree da coprire comprendono spesso paesi e frazioni distanti tra loro. 

“La difficoltà maggiore è riuscire a erogare il servizio nelle vallate”, conferma Lucianaz. “Una volta c’era più personale che proveniva dalle vallate stesse. Poteva esserci, ad esempio, un operatore di Valgrisenche che lavorava direttamente in quella zona. Oggi questo succede meno”.

Anche per Lucianaz, comunque, come per Bertholin, il potenziamento dell’assistenza domiciliare deve restare uno degli obiettivi principali. “Bisogna fare tutto il possibile per garantirla perché costa meno alla collettività rispetto all’accoglienza in struttura”.

Non è soltanto una questione economica. “È importante anche per il benessere dell’anziano. Se una persona può continuare a stare a casa, la qualità della vita è migliore”.

Il conto più salato lo pagano i Comuni

A complicare il quadro generale, c’è poi la sostenibilità economica.

Il sistema prevede un trasferimento regionale per ogni posto letto occupato. Secondo i dati forniti da Lucianaz, la quota massima derivante dalla retta dell’utente e dal trasferimento regionale arriva a 135 euro al giorno per posto letto, che diventano 145 euro nelle strutture protette plus.

Queste risorse, spiega il presidente, non sono però sufficienti a coprire l’intero costo.

“Ogni Unité deve integrare con risorse proprie per coprire il disavanzo. Questo crea una disparità tra le Unités, perché sono i Comuni a mettere a disposizione risorse per finanziare un servizio che ormai ha rilevanza regionale”.

Il Grand-Paradis, secondo Lucianaz, ha un numero elevato di posti letto in rapporto alla popolazione e i suoi Comuni sostengono una quota importante del disavanzo.

Il confronto diretto tra i costi delle diverse Unités resta comunque complesso. Le modalità di contabilizzazione non sono omogenee e anche la conformazione degli edifici incide sulla spesa.

“Una struttura con 24 utenti su un unico piano non ha le stesse necessità di personale e gli stessi costi da sostenere, rispetto a una con lo stesso numero di ospiti distribuiti su tre piani”, esemplifica Lucianaz.

Negli ultimi anni sui bilanci, oltretutto, hanno pesato l’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia e il rinnovo del contratto del pubblico impiego. 

“Le rette sono rimaste sostanzialmente ferme e il disavanzo è ricaduto quindi sulle Unités e, a cascata, sui Comuni”, spiega Lucianaz.

Per il 2026, fortunatamente, la Regione ha messo a disposizione circa 5 milioni di euro aggiuntivi per sostenere le Unités. Le risorse sono state ripartite tenendo conto dell’aumento del costo del personale. Secondo Lucianaz lo stanziamento aggiuntivo è previsto per tre anni e per il 2027 e il 2028 dovranno ancora essere definiti i criteri di distribuzione.

“La priorità è una gestione unica regionale”

È proprio il carattere regionale del servizio a portare Lucianaz a vedere nella famigerata riforma sull’ente strumentale la misura più urgente.

“Sicuramente il percorso prioritario è arrivare a un nuovo ente regionale che gestisca le strutture e sotto cui sia trasferito il personale oggi in capo alle diverse Unités”, afferma il sindaco di Arvier.

Per il presidente del Grand-Paradis, sarebbe il passaggio necessario per superare un sistema nel quale le strutture accolgono utenti provenienti da tutta la Valle d’Aosta, mentre una parte dei costi continua a essere sostenuta in maniera differente dai singoli territori. 

Sul futuro resta invece aperta la stessa questione che, come un leitmotiv, torna sulle labbra di tutti gli attori intervistati: come garantire servizi sufficienti a una popolazione che invecchia, mentre diventa sempre più complicato trovare le persone necessarie per assisterla.




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