di Salvatore Cernuzio
e Edoardo Giribaldi
Ha cambiato tutti i piani del summit su Amoris laetitia, in corso dal 7 ottobre in Vaticano, l’annuncio di Leone XIV, ieri all’Angelus, del suo ricovero per un intervento di rimozione di un «nodulo circoscritto al polmone». I partecipanti all’incontro — capi delle Chiese orientali, presidenti delle Conferenze Episcopali, coppie ed esperti — rivolgendo un pensiero al Pontefice e alla sua guarigione, si trovano ora a dover vivere una situazione inedita e inaspettata. L’operazione e la successiva degenza implicano «cambiamenti anche nel modo di concepire lo sviluppo del nostro incontro», ha spiegato padre Giacomo Costa, responsabile della metodologia del summit e consultore della Segreteria generale del Sinodo, in un briefing svoltosi nella Sala stampa della Santa Sede nella tarda mattinata di oggi, lunedì 12 ottobre.
Uno di questi cambiamenti è la messa prevista mercoledì 14 in piazza San Pietro con tutti i partecipanti all’evento. Non sarà più ovviamente il Papa a presiedere la celebrazione, ma lo stesso Leone XIV ha deciso di affidarla al cardinale Luis Antonio Tagle, recentemente eletto come decano del Collegio cardinalizio. «Nella messa pregheremo in modo particolare per la salute del Santo Padre oltre che per le famiglie», ha detto Costa.
Un’altra novità riguarda il Rapporto di sintesi che doveva essere redatto a fine summit. Il Papa «aveva il desiderio di ascoltare e dire una parola», quindi «ha chiesto che il report non venga pubblicato, differentemente da quanto previsto, perché vorrebbe ascoltarlo e dire la sua». Leone XIV si riserva quindi di ricevere il documento e «una volta uscito dal ricovero, riprendere anche i materiali e poter dire una sua parola». «Penso — ha osservato Costa — che sia bello questo suo desiderio di ascoltare, di non far passare l’incontro così, di avere la possibilità di dire una parola per aiutare l’impegno di tutta la Chiesa».
I lavori vanno comunque avanti e stamattina la sessione si è aperta con una preghiera per le vittime del terremoto dei giorni scorsi a Panamá. Quindi, il presidente della Conferenza episcopale della Colombia, Francisco Javier Múnera Correa, prendendo la parola ha ringraziato per la vicinanza che tutte le Chiese del mondo hanno mostrato verso le popolazioni di Colombia, Venezuela, Panamá durante simili momenti di tragedia.
Da venerdì 9 ottobre, (giorno dell’ultimo briefing) a oggi il clima è rimasto «sereno», ha detto padre Costa, e lo scambio di esperienze «ricco e franco». In particolare testimonianze e interventi «hanno alimentato la riflessione e aiutato i partecipanti a rileggere le proprie esperienze alla luce di quelle degli altri».
Il focus è stato ancora una volta sui giovani: «cosa cercano», «come accompagnarli nella scoperta del senso del matrimonio» e della loro «vocazione». Quindi riflessioni sui primi anni di unione, sul «desiderio di un amore duraturo» che «resta forte», come quello di «avere una famiglia felice, una casa felice», ma che va sostenuto per il resto della vita. In mezzo, ci sono infatti «paure e ferite»: sbagliare, perdere la libertà, ripetere le sofferenze della famiglia di origine, assumere responsabilità che sembrano troppo grandi. «Per alcuni il matrimonio resta desiderabile; per altri è difficile persino immaginarlo», ha detto Costa. A pesare ci sono poi «ostacoli» comuni in tante realtà del mondo: «Precarietà lavorativa, difficoltà a trovare casa, costi delle nozze e della dote, progetti migratori che rinviano altre decisioni». «Effettivamente è difficile promettersi un futuro quando non si sa se si avrà un lavoro o una casa».
Tra le domande emerse, anche quella sui rapporti uomo-donna: «Alcuni giovani, uomini e donne, esitano davanti a un matrimonio nel quale non intravedono sufficiente uguaglianza, reciprocità e rispetto a causa delle pratiche culturali o delle leggi del Paese. Altri interventi hanno richiamato l’immaturità affettiva e la distribuzione delle responsabilità. Ascoltare queste attese aiuta a capire quale vita di coppia desiderano e quale temono», ha spiegato ancora il relatore.
Tutti questi interrogativi sono stati analizzati alla luce delle indicazioni e proposte di Amoris laetitia, della quale resta valido l’invito «a conoscere aspirazioni e condizioni concrete delle persone».
Un’altra parola tornata ricorrente in questi tre giorni è «convivenza», realtà che «accomuna situazioni diverse» che «chiedono di essere comprese una per una: coppie che maturano un progetto familiare, persone segnate dalla paura, giovani bloccati dalle condizioni economiche, altri che seguono pratiche diffuse nei media». In alcuni contesti «esistono già un matrimonio consuetudinario o civile e responsabilità familiari condivise, mentre la celebrazione sacramentale viene rinviata», ha evidenziato Costa.
«Quando la convivenza è sostenuta da un progetto, per queste coppie non è un modo per aggirare la Chiesa o soltanto una prova, ma veramente un modo per affrontare tratti della personalità e fragilità che si scoprono solo condividendo il quotidiano». La convivenza di per sé, in ogni caso, non è «una via desiderabile di preparazione al matrimonio», né «una garanzia di maggiore libertà, maturità o stabilità coniugale», è stato ribadito in Aula. Dove «molti, moltissimi» hanno affermato la necessità di incontrare queste coppie conviventi, così da aiutarle a «capire se entrambi siano realmente capaci di acconsentire liberamente a ciò che la Chiesa intende per matrimonio: un’alleanza pubblica, fedele, indissolubile e aperta alla vita». Perché «la vita comune può diventare il punto di partenza per un discernimento serio».
Dalle discussioni e dai report dei diversi gruppi sono emerse poi diverse tematiche: i primi anni di matrimonio, la vita comune, la comunicazione reciproca, la gestione del denaro e dei conflitti, l’intimità, l’arrivo dei figli con il conseguente cambiamento di «abitudini, responsabilità e relazioni», ma anche la mancanza di figli che «può diventare una prova dolorosa, aggravata dalle pressioni dell’ambiente». In tutte queste situazioni è stata ribadita l’importanza di un «accompagnamento». Dopo Amoris laetitia sono state numerose le «risorse preziose» offerte da gruppi e movimenti in tal senso, ma resta «fragile» la continuità pastorale: «Il giorno delle nozze sappiamo dove incontrare gli sposi. Un anno dopo, dove siamo?».
Su questa scia, una proposta ricorrente è stata quella di «valorizzare le coppie sposate nell’accompagnamento di altre coppie». Rimane, però, il quesito di come «strutturare» l’accompagnamento delle coppie e delle famiglie nella missione della Chiesa. Accompagnare i nuclei familiari mette infatti alla prova orari, attività, priorità pastorali. «La vicinanza alle famiglie si vede anche dagli orari della parrocchia e da come vengono accolti i bambini nelle celebrazioni», è stato notato in Aula. Questioni molto concrete ma, al contempo, decisive: «Bisogna offrire agli sposi tempo insieme anche negli spazi parrocchiali».
Più volte, ha ribadito padre Costa, «è tornato l’invito a imparare di più dalle famiglie». E la domanda che rimane è «quanto Amoris laetitia sia diventata vita ordinaria delle nostre comunità. Rileggere questi anni permette di riconoscere frutti e fatiche: alcune intuizioni trovano conferma, altre attendono di diventare pratica ordinaria e condivisa».
Dopo l’intervento di padre Giacomo Costa, diversi partecipanti all’incontro, esperti e famiglie si sono resi disponibili a rispondere alle domande dei giornalisti presenti in sala Stampa. Il cardinale arcivescovo metropolita di Québec, in Canada, Gérald Cyprien Lacroix, ha constatato quanto il mondo sia cambiato, «ma non il bisogno di amare ed essere amati». L’arcivescovo metropolita di Olomouc, in Repubblica Ceca, Josef Nuzík, si è soffermato sul sostegno che ogni diocesi del suo Paese offre alle famiglie, a partire dalla preparazione al matrimonio arrivando alla risoluzione di problemi tra coniugi.
Suor Ester Lucas José Maria, dal Mozambico, ha raccontato del suo lavoro di assistenza a famiglie povere del Paese, «che hanno difficoltà a vivere il matrimonio come viene proposto dalla Chiesa». La professoressa Claudia Cristina Leal Luna, dal Cile, ha sottolineato l’impegno dell’istituto dove opera, dedicato a Giovanni Paolo II, attraverso una comunità internazionale che approfondisce la famiglia e la sessualità. I coniugi Marcelline Mendoume e Pierre-Flavien Mendoume Ba N’Nang, dal Gabon, hanno raccontato la loro personale storia familiare, fatta di difficoltà economiche, di «shock», di crisi e perdono, ma anche momenti di gioia dovuti alla nascita di quattro figli.
Infine, Valérie Daou, proveniente dal Libano, ha sottolineato l’importanza dell’ascolto nella condivisione di problemi legati alla vita familiare. Come psicoterapeuta, Daou segue i prigionieri di guerra nel suo Paese e con loro affronta, oltre ai traumi dovuti al conflitto, anche questioni più personali come, appunto, quelle familiari. A tutti, ha detto ai media vaticani a margine del briefing, offre vicinanza, perché «quando le prime parole che si sentono sono una condanna, la conversazione rischia di interrompersi. L’unica risposta è la presenza: essere accanto a loro ed essere capaci di ascoltarli».
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