Ormai è più che chiaro. Lo scontro che da mesi stiamo osservando intorno a Mps non è più soltanto un’operazione finanziaria, con i vari colpi di scena che si sono susseguiti, ma è il crocevia di un rimodellamento dell’intero sistema finanziario italiano, già partito peraltro con la caduta di Mediobanca nelle mani proprio del Monte dei Paschi. Non è un caso che i tre principali poli finanziari – Intesa Sanpaolo, Unicredit e Generali – siano adesso presenti sulla stessa scena. Unicredit è entrata nell’azionariato di Generali fino ad arrivare al circa 9 per cento. Intesa Sanpaolo, dopo aver acquisito un 3 e passa per cento della stessa Generali, con l’Opas su Mps (che con Mediobanca ha acquisito anche il pacchetto 13,2 per cento del colosso di Trieste) punta a portarsi a casa proprio quest’ultimo.
Il Monte dei Paschi di Siena ha convocato per lunedì pomeriggio il cda straordinario, ma smettiamo per un attimo di pensare a Mps e al suo ceo Luigi Lovaglio, uomo dalle mille risorse a cui anche adesso qualcuno attribuisce una prossima mossa per evitare l’abbraccio mortale di Intesa, e concentriamo sul resto. Intesa ha fatto un accordo con Unipol, che si comprerà – se l’Opas andrà a buon fine – la metà degli sportelli di Mps. E non è la prima volta che Intesa fa affari con Unipol: anche in occasione dell’acquisizione di Ubi Banca nel 2020, Intesa rivendette a Unipol e Bper (la banca sotto il suo controllo di fatto) 532 filiali Ubi e le fabbriche assicurative di Ubi, BancAssurance Vita, Aviva Vita, Cargeas.
Intesa è stata aiutata con Mps anche da Francesco Gaetano Caltagirone e da Delfin (la finanziaria della famiglia Del Vecchio), che hanno aderito da poco all’Opas della stessa banca e di cui diventeranno adesso automaticamente azionisti.
Qualcuno potrebbe dire che Intesa stia diventando, o sia già diventata, la nuova Mediobanca, quella che con l’allora presidente Enrico Cuccia è stata negli anni Settanta e Ottanta al centro di un complesso reticolo di partecipazioni incrociate. Ma il paragone non regge. Mediobanca aveva soltanto poche partecipazioni importanti, ma sostanzialmente esercitava un controllo di fatto su ciò che gli uni o gli altri potevano o non potevano fare. Agiva suggerendo a tutti i big finanziari di comprare piccole partecipazioni in altre imprese. Ciò per creare una barriera per evitare che qualcuno dall’estero potesse impossessarsi di qualche grande impresa italiana.
Intesa, invece, sembra adesso essere al centro di un potere concentrato nelle sue mani. Unipol e ora Caltagirone e Delfin (a cui si dovrebbe aggiungere la famiglia Benetton) sono satelliti che girano intorno a lei. Aggiungiamo anche che Crédit Agricole, che aveva il potere di far fallire l’Opas di Intesa se avesse aderito all’Opa su Banco Bpm lanciata da Mps, ha preferito non mettersi contro Carlo Messina.
Generali, che per lungo tempo è stata controllata da Mediobanca con il suo 13,2 per cento, si trova invece in procinto di avere un nuovo e ingombrante primo azionista, e cioè Intesa. È vero che il ceo di Intesa ha più volte ribadito che si tratta di una mera partecipazione finanziaria, ma è difficile che uno possa mettere sul piatto una decina di miliardi (più o meno questa è la cifra che potrebbe essere attribuita alla sola Generali) sui 35 miliardi di valore dell’Opas, soltanto per avere una presenza nel consiglio d’amministrazione della compagnia. Del resto, non sono passati molti anni da quando Messina aveva tentato di lanciare un’Opa su Generali, e questo dimostra quanto la consideri un oggetto del desiderio.
Ma Generali ha fatto presente che Intesa, attraverso la sua controllata Sanpaolo Vita, prima compagnia italiana in questo ramo, potrebbe influenzare le decisioni del consiglio d’amministrazione della sua principale concorrente, Generali Vita, orientandone le scelte anche soltanto per evitare che quest’ultima eserciti una pressione competitiva. Gli esperti hanno fatto notare che, per evitare questa conclusione, l’Antitrust – che ha attualmente in esame il dossier – potrebbe chiedere a Intesa di nominare dei consiglieri indipendenti, non suoi diretti rappresentanti. Resterebbe comunque un’anomalia. È evidente che Generali non vorrebbe finire nell’orbita di Intesa, che ha già le sue compagnie e vende i suoi prodotti assicurativi attraverso gli sportelli bancari. Mentre è dubbio che Intesa, un domani, possa essere autorizzata a fagocitare del tutto Generali con una nuova Opa, creandosi per questa via un gigantesco conglomerato finanziario concentrato peraltro tutto in Italia.
Non abbiamo fatto ancora i conti con Unicredit. Che ci fa la banca guidata da Andrea Orcel con quel 9 per cento in Generali? Il ceo aveva detto che stava alla finestra, divertito, a guardare la nuova puntata del risiko bancario. Certo, Unicredit è già molto impegnata sul fronte tedesco, dove la conquista di Commerzbank costa denaro e fatica, e promette di impegnare il gruppo italiano per molti anni ancora per le difficoltà di una fusione tra la stessa Commerzbank e l’altra controllata di Unicredit, Hypo Bank. Ma può un gruppo come Unicredit ignorare quel che sta succedendo in Italia?
Da qui nascono i molti rumors, di cui alcuni molto recenti. All’inizio era opinione di molti che Unicredit sarebbe intervenuta in modo residuale, per rilevare sportelli in caso di ulteriori fusioni (ad esempio Credit Agricole Italia con Banco Bpm). Di recente sono emersi altri rumors: Unicredit potrebbe acquisire quote di Banca Generali. Operazione che avrebbe senso. Perché, dopo la vendita di Fineco, Unicredit non ha più una rete di raccolta del risparmio, che invece ha Intesa con Fideuram e con Intesa Sanpaolo Private banking, che sono le prime del settore.
Va detto anche che nei mesi passati Generali e Unicredit avevano cominciato a discutere sulla possibilità di estendere gli accordi di distribuzione già esistenti nell’Est Europeo. Generali già offre propri prodotti nelle banche di quest’area geografica del gruppo Unicredit. Va detto che anche con Intesa sono in vigore accordi analoghi. Però Unicredit potrebbe adesso offrire la vasta prateria della Germania. E, in fondo, potrebbe anche fare un accordo in Italia per la distribuzione delle polizze di Generali. È vero, Orcel ha costituito – dopo al fine delle partnership con Allianz e Cnp – le sue due compagnie Vita e Danni, e le ha affidate al pur validissimo Alessandro Santoliquido. Ma certo, il nome di Generali ha il suo allure indiscutibile.
In teoria un accordo generale con Unicredit, corredato da uno scambio azionario e da un ingresso di quest’ultimo nella rete di Banca Generali, potrebbe andar bene al Leone di Trieste, che non vuol perdere la sua autonomia ma vede anche i vantaggi di disporre di un’enorme rete bancaria. Proprio quel che manca a Philippe Donnet, ceo di Generali, che oggi ha solo accordi secondari di bancassurance con banche minori. D’altro canto anche a Unicredit questa soluzione potrebbe andar bene.
Ma tutto questo non piacerebbe certo a Intesa. È possibile allora che si scateni una guerra fra Unicredit e Intesa? Pochi ci credono, anche se proprio di recente nuovi rumors parlano di ulteriori acquisti di azioni Generali da parte di Unicredit. La maggior parte degli addetti ai lavori esclude una guerra alla luce del giorno fra le due principali banche italiane. Anche perché, come ha ricordato in un’intervista, Messina ha solidi rapporti di amicizia con Orcel. E poi una guerra aperta non converrebbe a nessuno.
C’è però una seconda possibilità: che entrambi, in un modo o nell’altro, arrivino a spartirsi, alla fine, il bottino Generali. Se questo succederà, lo vedremo presto. Così come vedremo se, come alcune fonti confermano, il ceo di Mps, Lovaglio, ha ancora delle frecce nel suo arco per impedire a Intesa di portare a termine l’Opas.
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