L’Italia è ancora un Paese di risparmiatori e le famiglie conservano un patrimonio superiore alla media europea in rapporto al reddito disponibile. Ma dove finisce tutta questa ricchezza? Perché i salari non crescono, gli affitti aumentano e i servizi pubblici peggiorano? Per Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di ‘La finanza è colpevole’ (Einaudi, dal 20 ottobre 2026), una parte della risposta sta nella finanziarizzazione dell’economia: il processo per cui il risparmio, anche quello di lavoratori e pensionati, viene convogliato verso fondi e mercati finanziari alla ricerca di rendimenti. Un sistema che, dice Volpi, finisce per alimentare gli stessi problemi dai quali i risparmiatori vorrebbero proteggersi. Volpi ne parlerà oggi, sabato 10 ottobre alle 12, alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, nell’incontro La finanziarizzazione e i suoi derivati, nell’ambito del Festival dell’Economia Critica. Con lui Mauro Magatti, Annalisa Rosselli e Andrea Barolini. Intanto, con il Fatto, ha accettato di utilizzare questa lente per analizzare la stretta attualità, dal lavoro alla casa fino alle prossime elezioni, e suggerire qualche soluzione che, sostiene, a volerle applicare “basterebbe avere la coerenza di una prospettiva di rappresentanza sociale”.
Professore, dove finiscono risparmio e ricchezza italiani?
In Italia convivono due fenomeni: un risparmio diffuso ancora considerevole e una fortissima concentrazione della ricchezza. Entrambi sono legati alla finanziarizzazione. Le grandi ricchezze si spostano sempre più dagli immobili verso azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari. Anche il risparmio viene attirato dalla finanza perché le persone non possono più contare come prima sulla sanità pubblica, sulle pensioni, sull’istruzione. Devono quindi destinare una parte crescente dei loro soldi a fondi pensione e assicurazioni, talvolta riducendo perfino i consumi. E quei risparmi finiscono spesso nelle mani di grandi gestori internazionali che, per ottenere rendimenti elevati, investono sui mercati finanziari.
Dove sta il problema?
Prendiamo un lavoratore che versa soldi in un fondo pensione. Il gestore può investirli, attraverso grandi operatori come BlackRock, in azioni Nvidia o Microsoft. Quel lavoratore diventa così, indirettamente, un piccolo azionista delle grandi società tecnologiche americane. Sperando che i rendimenti gli garantiscano una pensione migliore, contribuisce però ad alimentare una possibile bolla finanziaria e sottrae risorse al sistema produttivo del proprio Paese. È un cortocircuito: il risparmio dovrebbe proteggere il singolo, ma può finire per danneggiare la collettività di cui fa parte.
Come evitarlo e dove dovrebbero andare quei risparmi per essere utili al Paese?
Partirei da qualcosa che abbiamo già: Cassa Depositi e Prestiti. Potremmo trasformarla in una grande banca interamente pubblica, che potrebbe emettere obbligazioni con rendimenti ragionevoli, magari del 3 o 4%, indicizzati all’inflazione, acquistabili anche dai fondi pensione dei lavoratori. In questo modo il risparmio previdenziale potrebbe finanziare le piccole imprese italiane, gli enti locali, la manutenzione del territorio, i servizi pubblici. Il lavoratore avrebbe un rendimento sul proprio risparmio e, contemporaneamente, potrebbe beneficiare di un Comune che dispone di risorse per costruire un asilo o mantenere le strade. Parlo di ricostruire un legame tra il rendimento del risparmio e la crescita dell’economia reale. Abbiamo una Borsa che realizza risultati straordinari mentre il Paese cresce pochissimo.
Qual è invece il nesso con il problema di riuscire a pagare affitti sempre più cari?
Il mercato immobiliare italiano è ormai caratterizzato dalla presenza di fondi creati dalle società di gestione del risparmio. Questi fondi raccolgono capitali, anche attraverso il risparmio previdenziale, e comprano o costruiscono interi quartieri. Possono poi decidere di sottrarre una parte degli immobili al mercato, facendo aumentare gli affitti. Il paradosso è evidente: un lavoratore può ritrovarsi con una pensione integrativa che dipende dai rendimenti di un fondo immobiliare, ma quei rendimenti possono essere alimentati proprio dall’aumento dell’affitto che lui stesso deve pagare. È uno degli effetti socialmente più visibili della finanziarizzazione.
Lei sostiene che la finanza non voglia più soltanto sottopagare il lavoro, ma eliminarlo. Perché?
Perché oggi il valore finanziario di una società può crescere enormemente senza che aumentino nella stessa misura la produzione e l’occupazione. Pensiamo alle capitalizzazioni gigantesche dei grandi colossi tecnologici che hanno un numero relativamente contenuto di dipendenti. Il valore dei loro titoli è alimentato anche dall’enorme quantità di risparmio che affluisce sui mercati. In questo modo il lavoro diventa sempre meno centrale nella produzione della ricchezza finanziaria. A questo si aggiunge l’intelligenza artificiale, sulla quale investono proprio le società che puntano a sostituire una parte dell’occupazione umana. Del resto la finanziarizzazione si è affermata anche attraverso le delocalizzazioni e l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori: alla ricchezza prodotta dal lavoro è stata progressivamente sostituita quella generata dalla rendita.
Se la finanza riduce il lavoro, chi paga il conto?
Il sistema finanziario mondiale si regge su una montagna di debiti, arrivata a circa 370mila miliardi di dollari. Ma tutti cercano capitali: gli Stati devono finanziarsi, le grandi società tecnologiche emettono obbligazioni per sostenere gli investimenti nell’intelligenza artificiale, i governi aumentano la spesa per il riarmo. Tutti si fanno concorrenza per attirare il risparmio e per riuscirci devono offrire rendimenti più alti. Questo fa crescere gli interessi che gli Stati pagano sul debito, sottraendo risorse ad altre spese, come la sanità. Ma c’è un secondo meccanismo, ancora più perverso.
Quale?
Da un lato c’è la già citata contrazione dello Stato sociale che spinge le persone a cercare protezione nella finanza privata, alimentando così il sistema finanziario. Dall’altro la progressiva riduzione del carico fiscale su determinate forme di ricchezza, mentre il peso delle imposte continua a gravare soprattutto sui lavoratori dipendenti. È un circolo vizioso: meno risorse pubbliche, più privatizzazioni, maggiore dipendenza dalla finanza. Ma impoverendo progressivamente la popolazione si riduce anche il risparmio disponibile per alimentare i mercati. E le bolle finanziarie, sempre più lontane dall’economia reale, finiscono per esplodere.
Arriviamo alla politica. Se li guardiamo attraverso la lente della finanziarizzazione, come cambiano gli schieramenti?
Il Campo largo non esiste proprio rispetto al modello della finanziarizzazione. Penso a una parte considerevole del Partito democratico, insieme naturalmente a Italia Viva, che non collocherei mai in uno schieramento che voglia definirsi di sinistra. Penso a Delrio, a Bonaccini, a quanti hanno sostenuto a lungo la necessità di alleggerire il carico fiscale sulle imprese, comprese quelle grandi, e di favorire le privatizzazioni. C’è poi il modello di Draghi, secondo cui bisognerebbe costruire una grande finanza europea, magari sostituendo i colossi internazionali con quelli nostrani, ma continuando a indirizzare il risparmio dei cittadini verso strumenti finanziari anziché privilegiare l’investimento pubblico. È un modello largamente condiviso.
Il campo favorevole alla finanziarizzazione sembra molto più largo di quello che dovrebbe sfidare Meloni alle prossime elezioni.
Direi proprio di sì. È un fronte che comprende buona parte del Pd, Forza Italia, le forze di governo, Renzi e Calenda. Arriva persino a Vannacci, che su questi temi non mi sembra abbia detto nulla di particolarmente significativo. L’idea comune è che la finanza sia lo strumento fondamentale per produrre ricchezza, che vadano favorite le assicurazioni private, che il risparmio debba affluire sempre più ai mercati e che non si debbano tassare le grandi ricchezze finanziarie. È un asse trasversale molto più forte di quello che si oppone alla finanziarizzazione.
E dall’altra parte?
Vedo le forze della sinistra radicale, spesso fuori dal Parlamento. Avs avanza proposte interessanti, ma rischia di scontrarsi con gli alleati che quelle stesse proposte non vogliono realizzarle. Il Movimento 5 Stelle, invece, non mi sembra abbia ancora chiarito fino in fondo la propria posizione. È restio a parlare di patrimoniale, probabilmente perché la considera impopolare, senza comprendere che è indispensabile per modificare la struttura finanziaria del Paese. Propone una tassa sugli extraprofitti, ma senza inserirla in un progetto sufficientemente organico. Lo stesso vale per alcune ipotesi di agevolazioni fiscali alle partite Iva. Il problema è che manca una visione complessiva.
Visto che un programma unitario ancora non c’è, lei da dove partirebbe?
Da una riforma fiscale radicale, costruita su tre interventi. Il primo è riportare dentro l’Irpef i redditi che oggi godono di regimi sostitutivi. Se guadagno 70mila euro vendendo azioni, pago il 26% sulla plusvalenza, mentre un lavoratore dipendente con lo stesso reddito può arrivare a un’aliquota marginale del 43%. Lo stesso problema riguarda gli affitti. Bisogna stabilire un principio semplice: a parità di reddito, si devono pagare le stesse imposte. Il secondo intervento riguarda le grandi imprese bancarie ed energetiche, che negli ultimi anni hanno realizzato profitti straordinari. Invece di inventare ogni volta una tassa sugli extraprofitti, aumenterei stabilmente l’aliquota Ires per questi settori. Il terzo intervento è una patrimoniale sulle grandi ricchezze.
Quanto dovrebbe pagare chi possiede un grande patrimonio?
Sono favorevole alla proposta di un’imposta dell’1% sulla parte di patrimonio che supera i due milioni di euro, escludendo la prima casa e tenendo conto dei mutui. Si può discutere anche di una soglia più alta, ma non possiamo rinunciare a tassare i patrimoni finanziari. Oggi chi possiede azioni che aumentano enormemente di valore non paga imposte su quell’incremento finché non vende. Eppure è diventato più ricco, può ottenere prestiti offrendo quei titoli in garanzia e beneficiare di condizioni che altri cittadini non hanno. Quella ricchezza produce vantaggi concreti senza essere sostanzialmente tassata nella sua crescita. Se non interveniamo, continueranno ad aumentare sia la concentrazione della ricchezza sia le disuguaglianze.
Ma perché la sinistra fatica tanto a proporre un programma di questo tipo, visto che potrebbe parlare proprio a milioni di italiani che si stanno impoverendo?
Perché non ha più chiaro chi vuole rappresentare. Se chiedessimo ai protagonisti del Campo largo a quale classe sociale intendono rivolgersi, credo che non saprebbero dare una risposta precisa. Eppure in Italia esiste un blocco sociale enorme che si sta impoverendo. Bisognerebbe spiegare che una riforma fiscale serve a salvare la sanità pubblica, l’istruzione, a garantire pensioni dignitose e magari a recuperare forme di indicizzazione dei salari. Bisognerebbe denunciare gli effetti delle privatizzazioni dei servizi locali e della finanziarizzazione delle città. Milano, con la giunta Sala, è un esempio evidente di questo modello, che finisce per scontentare gran parte dei cittadini che ricchi non sono. Una proposta chiara potrebbe ricostruire una base popolare e anche ricomporre diversamente le forze della sinistra.
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