ripartiamo da giovani e lavoratori


C on il suo saio da frate minore conventuale, Marco Tasca, è per Genova il segno di una Chiesa locale che non teme di vivere dentro le contraddizioni, le crisi e le ricchezze di un territorio complesso e articolato, quello che Avvenire ha esplorato in questi giorni e raccontato sul giornale, sul sito, con il podcast in uscita oggi e con un docufilm che sarà proiettato stasera al Quadrivium durante l’incontro aperto al pubblico che sarà concluso proprio dall’arcivescovo (il programma qui a lato). In questi sei anni da pastore, il religioso di origine veneta ha intrecciato la sua vita con quella della città, imparando a conoscerne bene potenzialità e risorse, ma anche limiti e ferite. E ora indica alcuni punti fermi, approdi per dare alla metropoli portuale un futuro in cui le persone – soprattutto i giovani, chi è solo, i lavoratori e le famiglie – vengano prima di tutto.

Eccellenza, quali sono oggi, a suo giudizio, le fragilità più profonde che attraversano il tessuto sociale genovese e che la preoccupano maggiormente come pastore?

«Dopo sei anni di permanenza a Genova, posso dire che non dobbiamo avere paura di guardare la realtà con verità: l’invecchiamento della popolazione, la solitudine, le nuove povertà, le difficoltà di tante famiglie e le fragilità legate al lavoro sono problemi reali. Nel Discorso alla città di quest’anno, poi, ho parlato della solitudine come di una vera “povertà silenziosa”. Non significa soltanto essere senza qualcuno accanto, ma perdere legami, senso di appartenenza, sentirsi esclusi dalla vita della comunità. La risposta non può essere soltanto assistenziale: dobbiamo far circolare il calore delle relazioni, esprimere presenza, farci carico gli uni degli altri. E credo che Genova abbia già molte risorse per farlo: il volontariato, le associazioni, le parrocchie, le reti di solidarietà, tante persone che ogni giorno si prendono cura degli altri. Dobbiamo valorizzarle e metterle maggiormente in relazione».

Molti giovani continuano a cercare altrove opportunità di crescita. Che cosa servirebbe oggi per restituire fiducia alle nuove generazioni e far percepire Genova come una città nella quale costruire il proprio futuro?

«La prima cosa di cui i giovani hanno bisogno è di sentirsi dire che il loro futuro ci interessa. Non possiamo chiedere loro di rimanere a Genova se non creiamo le condizioni perché possano studiare, lavorare, formare una famiglia e realizzare i propri progetti. È necessario investire nella formazione e nell’inserimento lavorativo dei giovani. Il lavoro stabile e dignitosamente retribuito non è soltanto una questione economica: riguarda la possibilità di costruire relazioni, una famiglia, un progetto di vita. Ma credo che dobbiamo anche aiutare i giovani a sentirsi protagonisti della città, non semplicemente destinatari delle nostre iniziative. Una città che ascolta i giovani e dà loro responsabilità è una città che guarda davvero al futuro».

Dal porto ai servizi, dalle nuove tecnologie alle trasformazioni dell’industria, il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente. Quali fatiche e quali speranze raccoglie più spesso incontrando lavoratori e famiglie della diocesi?

«Il lavoro rimane una delle questioni fondamentali per il futuro di Genova. La nostra città ha grandi competenze, professionalità e realtà produttive importanti, ma attraversa anche trasformazioni profonde. Incontrando lavoratori e famiglie raccolgo soprattutto la preoccupazione per la stabilità e per la qualità del lavoro, insieme però a tanta voglia di continuare a costruire. La perdita di occupazione stabile e qualificata non produce soltanto un danno economico: può significare maggiore fragilità per le famiglie, fuga dei giovani e indebolimento dei legami sociali. Per questo dobbiamo guardare al lavoro come a un investimento sulla persona e sul futuro della comunità. Salute, istruzione, lavoro, casa e partecipazione sociale non sono privilegi, ma dimensioni concrete della dignità della persona».

Nel suo recente Discorso alla città del 24 giugno 2026 ha indicato nel volontariato e nelle reti di solidarietà una delle grandi ricchezze di Genova. In un tempo segnato dall’individualismo e dalla frammentazione sociale, che cosa rappresentano queste esperienze e che cosa insegnano alla città?

«Questa è una delle grandi ricchezze di Genova e dobbiamo esserne consapevoli. Ci sono migliaia di persone che, spesso senza clamore, dedicano tempo, competenze e affetto agli altri. In una società nella quale rischiamo di essere sempre più individualisti, queste esperienze ci ricordano che il vero senso della vita si scopre nella comunità. Il volontariato non è semplicemente una risposta alle emergenze: è un modo di costruire cittadinanza e di prendersi cura del bene comune. Credo che una delle sfide che abbiamo davanti sia proprio quella di mettere in rete queste energie. La Chiesa, le istituzioni, il Terzo settore, le associazioni e il mondo del volontariato non devono procedere ciascuno per conto proprio. Abbiamo bisogno di relazioni e di collaborazione».

Nella sua lettera di Quaresima del 2025, Cammino di libertà, ha richiamato l’attenzione sul mondo del carcere e sulle famiglie dei detenuti, indicando anche nuove iniziative di sostegno promosse dalla diocesi. Che cosa dice questa realtà alla Chiesa e alla società genovese?

«Il carcere ci ricorda che una persona non può essere identificata con il proprio errore. Dietro ogni detenuto c’è una persona, c’è una storia, ci sono spesso una famiglia e delle relazioni che continuano anche durante la detenzione. Cammino di libertà nasce proprio dagli incontri che ho avuto con le persone detenute. Il carcere non è un corpo estraneo alla comunità ecclesiale e civile: è parte della nostra città. La Chiesa può e deve essere un ponte tra il dentro e il fuori, accompagnando le persone detenute e le loro famiglie e favorendo il ritorno alla vita sociale. Per questo abbiamo voluto dare concretezza a questa attenzione anche con il Centro di ascolto diocesano per le famiglie delle persone detenute. Le seconde opportunità non significano dimenticare il male commesso o le vittime, ma credere che la persona possa ricominciare e che la comunità possa accompagnare questo cammino».

Viviamo in un tempo attraversato da conflitti che sembrano lontani ma che arrivano anche nelle nostre città attraverso paure, divisioni e tensioni sociali. Come si costruisce concretamente una cultura della pace, nelle parrocchie, nelle famiglie e tra i giovani?

«La pace non si fa soltanto nei grandi negoziati internazionali. Comincia dalle nostre relazioni quotidiane. In un tempo nel quale vediamo guerre, violenza e divisioni, rischiamo di abituarci a un linguaggio aggressivo e alla contrapposizione. La polarizzazione oggi è dominante. Invece dobbiamo educarci all’ascolto, al dialogo, alla capacità di riconoscere nell’altro una persona. Questo riguarda le famiglie, la scuola, le parrocchie, i luoghi di lavoro, le nostre comunità. E riguarda soprattutto i giovani, ai quali dobbiamo insegnare che il conflitto non si risolve eliminando l’altro, ma cercando strade di incontro. Essere portatori di pace significa scegliere ogni giorno la fraternità, anche quando costa fatica. È una responsabilità personale e insieme comunitaria».

Da francescano, quale tratto del messaggio di san Francesco considera oggi più urgente per una città come Genova, alle prese con nuove povertà, disuguaglianze e ricerca di futuro?

«Da francescano sento particolarmente forte il richiamo alla fraternità. Francesco ci insegna a riconoscere nell’altro un fratello, specie quando è povero, fragile, escluso o diverso da noi. Credo che sia un messaggio estremamente attuale per Genova. Una città che invecchia, che conosce nuove forme di povertà e che cerca un futuro deve essere capace di prendersi cura. E Francesco ci insegna anche una cosa molto concreta: non basta parlare del povero, bisogna incontrarlo. Non basta parlare della fragilità, bisogna avvicinarsi. La fraternità diventa vera quando si trasforma in prossimità».

I n questi anni da arcivescovo di Genova, c’è un incontro, un volto o una storia che l’ha segnata particolarmente e che continua ad accompagnare il suo ministero?

«Penso agli anziani soli, alle famiglie che fanno fatica, ai giovani che cercano il loro posto nel mondo, alle persone detenute che ho incontrato in carcere, ai volontari che dedicano tempo agli altri senza cercare riconoscimenti e ai tanti sacerdoti che ogni giorno sono impegnati nelle parrocchie, accompagnando le persone nelle diverse stagioni della vita, ascoltando, sostenendo, condividendo gioie e fatiche. Sono tanti i volti che porto con me e sarebbe difficile sceglierne uno solo. Ma forse proprio questo è ciò che più mi ha segnato in questi anni a Genova: scoprire che dietro ogni realtà che incontro ci sono sempre persone, storie, domande. Ogni incontro mi ricorda che il nostro compito di pastori è prima di tutto stare con le persone, ascoltarle e camminare con loro. E credo che anche la speranza per Genova passi da qui: dalla capacità di non fermarsi alle difficoltà, ma di riconoscere e mettere in rete il bene che già esiste e le tante persone che, ogni giorno, contribuiscono a farlo crescere».


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