La situazione spagnola, con la casa diventata protagonista di una crisi di governo che porterà ad elezioni anticipate dall’esito incerto, potrebbe coinvolgere altri Paesi. Gli alti costi delle abitazioni, la conseguente espulsione dai centri storici, l’architettura urbana non in sintonia con i residenti, gli spazi inesistenti per i bambini: tutti i Paesi d’Europa (e non solo) debbono fare i conti con uno sviluppo delle città non sempre funzionale a chi vi abita o vorrebbe abitarvi. In Italia, a intervalli più o meno regolari, spuntano i pani casa, che regolarmente non riescono a trovare completa attuazione.
A che punto è lungo la Penisola il problema-casa, che tanto sta angustiando la Spagna? Secondo Valentina Ferraris, senior economist nella società Ref-Ricerche: «La poca disponibilità di abitazioni per la locazione riscontrata in particolare nelle aree urbane e nei centri ad alta densità abitativa si riflette sui canoni richiesti, che aumentano. In più, la presenza di poche opzioni a disposizione può spingere chi cerca una casa – e in particolare coloro che sono sottoposti a vincoli di bilancio più stringenti – ad accettare soluzioni di più bassa qualità, piccole, maltenute o situate in aree marginali, vivendo in condizioni più precarie.
La difficoltà nel trovare un alloggio adeguato a prezzi accessibili amplifica il disagio abitativo, rendendo sempre più difficile per le famiglie e gli individui soddisfare il bisogno fondamentale di una casa sicura e dignitosa».
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Le grandi campagne di edilizia pubblica e i fondi europei
Le grandi campagne di edilizia pubblica, che consentivano di soddisfare la domanda di abitazione dei ceti più vulnerabili e di alleggerire la pressione sul mercato, sono terminate da tempo. Il sostanziale disimpegno statale nell’ambito delle politiche abitative e i vincoli di bilancio che hanno condizionato l’operare delle amministrazioni locali hanno comportato un drastico calo degli investimenti pubblici nell’edilizia residenziale popolare. Aggiunge Ferraris: «Le risorse stanziate per la casa dalle ultime leggi di bilancio sono modeste, pari a 660 milioni di euro su un profilo pluriennale. Tra le proposte, ad ogni modo, c’è quella di ricorrere alle risorse provenienti dal fondo europeo InvestEU, dall’accesso ai prestiti della Bei, nonché dalla costituzione di un Fondo rotativo per l’abitare sostenibile e dalla creazione di un ulteriore fondo destinato ad accogliere risorse residue, comprese quelle non utilizzate del Pnrr. Quante di queste proposte saranno poi effettivamente realizzate, e con quali ricadute, è tutto da verificare».
La stima del disagio abitativo in Italia
Nel piano casa del governo Meloni manca una quantificazione attendibile del disagio abitativo. Precisa Giuseppe Roma, ex docente di Urbanistica all’università RomaTre ed ex direttore del Censis: «Sono 320 mila le domande per accedere a un alloggio dell’edilizia residenziale pubblica, ma si tratta di un dato fortemente sottovalutato, in quanto la mancanza di assegnazioni scoraggia la presentazione delle domande. Stime accreditate valutano la domanda abitativa disagiata attorno al milione e mezzo di nuclei familiari».
Che vi sia bisogno di case lo sottolinea uno studio dell’università Bocconi: la popolazione totale diminuisce, ma il numero di famiglie cresce, con stime di un aumento di 700mila famiglie nei prossimi 15 anni, a causa dell’invecchiamento della popolazione e della riduzione della dimensione media dei nuclei familiari con l’aumento delle persone che vivono da sole e la crescita delle separazioni. Da qui al 2050, in Italia serviranno 3,6 milioni di nuove case, nella sola città di Milano il fabbisogno stimato è di 180mila case, con investimenti per 39 miliardi di euro.
Il ruolo dei Comuni e delle Regioni
In occasione della presentazione del piano casa, la presidente Meloni ha annunciato la disponibilità della Conferenza episcopale italiana e ha fatto appello alla «collaborazione dei corpi intermedi e della società civile, penso a Confindustria ma non solo». Non ha citato Regioni e Comuni, che secondo Marianna Filandri (università di Torino) e Violetta Tucci (università di Milano) sono protagonisti indispensabili di un potenziamento del sistema abitativo: «Senza questi enti, le possibilità di successo di un piano casa sono pressoché nulle, a meno che non si voglia ridare alle amministrazioni centrali le competenze in materia urbanistica e edilizia che oggi sono delle Regioni e dei Comuni. Se si vuole incrementare l’offerta di abitazioni private e di case popolari, compete alle Regioni legiferare per trovare un equilibrio tra la necessità di contenere il consumo di terreno agricolo e la realizzazione di nuove costruzioni. Non meno rilevanti sono le decisioni dei Comuni sulle destinazioni urbanistiche dei suoli, sugli indici di edificabilità e sulla definizione delle convenzioni con gli operatori per le abitazioni di edilizia convenzionata, che influiscono sui costi e sui prezzi delle abitazioni».
Efficientamento energetico e incentivi fiscali
Inoltre vi è la necessità, parallela alle nuove costruzioni, di adeguare e migliorare l’esistente, anche per ridurre le bollette (oggi si guarda soprattutto a quelle di gas ed elettricità) e quindi i costi di gestione. Il Centro Studi Unimpresa propone un innalzamento dal 50% al 65% della detrazione fiscale per gli interventi di efficientamento energetico sull’abitazione principale, ciò potrebbe imprimere una spinta significativa agli investimenti delle famiglie, mobilitando, in uno scenario di piena risposta all’incentivo, fino a circa 1,5 miliardi di euro aggiuntivi all’anno. La legislazione vigente riconosce per il 2025 e il 2026 una detrazione del 50% per gli interventi sull’abitazione principale e del 36% negli altri casi; per l’abitazione principale l’aliquota è destinata a scendere al 36% nel 2027. Portare al 65% la detrazione sulla prima casa significherebbe quindi aumentare di 15 punti percentuali l’incentivo rispetto all’attuale 50% e di ben 29 punti rispetto all’aliquota prevista per il 2027.
L’impatto economico e industriale secondo Unimpresa
Un salasso per il fisco? Risponde no Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa: «Una detrazione più forte non deve essere considerata esclusivamente come una spesa fiscale: può diventare uno strumento di politica industriale, energetica e patrimoniale, capace di sostenere contemporaneamente consumi, investimenti, occupazione e valore delle abitazioni».
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