Bottiglie più leggere, 60 tonnellate di vetro risparmiate ogni anno, minori emissioni nei trasporti, fotovoltaico ed una filiera di sessanta famiglie coinvolte.
Di Mario Vacca, 4 ottobre 2026 – La certificazione FairChoice ottenuta dall’Abbazia di Novacella racconta qualcosa che va oltre il vino, essere sostenibili significa innanzitutto costruire un’organizzazione capace di durare. E quando un’attività attraversa quasi nove secoli, forse qualche lezione da impartire alle imprese moderne ce l’ha.
C’è una frase pronunciata da Werner Waldboth, direttore della cantina dell’Abbazia di Novacella, che vale più di molte definizioni accademiche di sostenibilità: «Senza un approccio sostenibile non sarebbe mai stato possibile portare avanti un’attività per quasi 900 anni».
Ed è probabilmente da qui che bisogna partire perché abbiamo commesso spesso l’errore di identificare la sostenibilità esclusivamente con l’ambiente, meno emissioni, meno plastica, energie rinnovabili. Tutto corretto, naturalmente ma per chi osserva le aziende attraverso i numeri, l’organizzazione e la loro capacità di attraversare le generazioni, la sostenibilità assume un significato ancora più ampio.
Un’impresa è sostenibile quando riesce a continuare ad esistere senza consumare le condizioni che le consentiranno di esistere domani, Vale per le risorse naturali, ma vale allo stesso modo per quelle economiche, finanziarie, umane e sociali.
È in questa prospettiva che assume particolare interesse la certificazione FairChoice appena ottenuta dall’Abazia di Novacella, realtà vitivinicola attiva dal 1142.
Non siamo infatti davanti ad una certificazione limitata alla dimensione ambientale, FairChoice nasce da una concezione integrata della sostenibilità e considera contemporaneamente tre dimensioni: ecologica, sociale ed economica. Il sistema prevede criteri definiti e verifiche effettuate da auditor esterni indipendenti ed è proprio la componente economica a rendere particolarmente interessante il caso Novacella.
Prendiamo una bottiglia, può sembrare un dettaglio marginale davanti alla complessità di un’azienda vitivinicola eppure l’Abbazia ha adottato per tutti i propri vini bottiglie del peso di 410 grammi.
Il risultato dichiarato è un risparmio di circa 60 tonnellate di vetro ogni anno, accompagnato da una riduzione del 16% delle emissioni di CO₂ legate al trasporto, sessanta tonnellate in meno significano naturalmente minore utilizzo di materia prima e minore impatto ambientale, ma significano anche meno peso da movimentare, trasportare e distribuire.
Ed ecco il punto che spesso sfugge quando parliamo di ESG e sostenibilità, una scelta ambientale ben progettata può diventare contemporaneamente una scelta di efficienza industriale.
Lo stesso ragionamento vale per l’energia, nel 2025 l’Abbazia ha installato un impianto fotovoltaico da 145 kWp, capace, secondo i dati diffusi dalla cantina, di coprire circa il 50% del proprio fabbisogno energetico ed anche qui possiamo leggere il dato in due modi.
Il primo è ambientale: produrre energia da fonte rinnovabile significa ridurre l’impatto dell’attività.
Il secondo è strettamente aziendale, aumentare l’autoproduzione significa ridurre almeno in parte l’esposizione dell’impresa alla volatilità del costo dell’energia.
È la differenza che passa tra considerare la sostenibilità un costo da sopportare oppure un investimento da governare.
C’è però un altro elemento che considero ancora più interessante, la certificazione non ha coinvolto soltanto la cantina, infatti intorno all’Abbazia gravitano circa sessanta famiglie del territorio che conferiscono le proprie uve, anch’esse chiamate ad aderire ai criteri previsti dal percorso.
Qui entriamo in un tema molto caro a chi si occupa di organizzazione aziendale: la filiera.
Un’impresa può modificare i propri comportamenti, acquistare energia verde, cambiare bottiglie e automobili ma se vuole incidere realmente sul proprio modello produttivo deve riuscire a portare parte di questa cultura anche fuori dai propri confini societari.
E convincere sessanta famiglie, con storie, esigenze e aziende differenti, significa affrontare prima di tutto un problema di organizzazione e condivisione.
Waldboth ha raccontato che proprio questo era uno degli aspetti che inizialmente riteneva più complessi e che, al contrario, i conferitori hanno accolto il progetto con grande disponibilità.
Questo passaggio merita attenzione perché dimostra che la sostenibilità diventa realmente efficace quando smette di essere una decisione della direzione e diventa un comportamento della comunità economica che ruota intorno all’impresa.
Quando scriviamo ESG, probabilmente la lettera meno raccontata è l’ultima: Governance.
Eppure è quella che tiene insieme le altre infatti non basta installare un pannello fotovoltaico per essere sostenibili ma bisogna misurare, programmare, coinvolgere fornitori e collaboratori, verificare i risultati e soprattutto avere un’organizzazione economicamente capace di sostenere nel tempo quelle scelte.
Non è casuale che FairChoice comprenda espressamente anche parametri economici, lo standard prevede infatti una valutazione della capacità economica dell’impresa e contempla l’analisi di indicatori aziendali, accanto ai criteri ambientali e sociali.
È un passaggio culturale importante perché un’azienda economicamente fragile difficilmente potrà essere sostenibile nel lungo periodo, indipendentemente dalla bontà delle proprie intenzioni ambientali.
Allo stesso modo, un’azienda economicamente florida che depaupera il territorio, perde continuamente collaboratori o consuma risorse senza preoccuparsi di rigenerarle sta probabilmente costruendo risultati presenti a discapito del proprio futuro.
La sostenibilità autentica nasce dall’equilibrio ed è qui che torniamo all’Abbazia di Novacella.
Nel mondo aziendale siamo circondati da indicatori quali EBITDA, ROI, ROE, PFN, cash flow, marginalità, strumenti indispensabili. Io stesso difficilmente riuscirei ad immaginare un’impresa senza numeri capaci di raccontarla ma davanti ad una realtà nata nel 1142 viene spontaneo pensare che esista un KPI ulteriore, difficilmente inseribile in un foglio Excel: il tempo.
Attraversare quasi nove secoli significa avere conosciuto guerre, epidemie, crisi economiche, trasformazioni politiche, cambiamenti climatici e sociali, evoluzioni dei consumi e rivoluzioni tecnologiche.
Significa soprattutto che qualcuno, generazione dopo generazione, ha saputo ricevere qualcosa dal passato senza consumarlo interamente nel presente. Waldboth lo sintetizza con un principio che dovrebbe essere scritto all’ingresso di molte aziende familiari: lasciare alla generazione successiva una struttura nelle stesse condizioni, o possibilmente migliori, di come la si è ricevuta.
Non è soltanto sostenibilità.
È cultura d’impresa.
Ed è probabilmente anche la più efficace definizione di passaggio generazionale. Da questa prospettiva anche la certificazione assume un significato differente.
Il valore di FairChoice non dovrebbe essere cercato semplicemente nel logo che dalla vendemmia 2026 comparirà sulle bottiglie.
Un bollino, da solo, non rende sostenibile nessuna azienda, il valore sta nei due anni di lavoro che hanno preceduto quel bollino: analizzare i processi, misurarli, modificarli, coinvolgere la filiera e sottoporre il risultato alla verifica di soggetti indipendenti.
Lo stesso sistema FairChoice è costruito secondo una logica di miglioramento progressivo e prevede controlli successivi alla prima certificazione, è questa, probabilmente, la differenza tra sostenibilità e greenwashing, la prima produce numeri verificabili e modifica i processi, il secondo produce soprattutto comunicazione.
E forse è proprio questa la lezione economica che arriva oggi dalla Valle Isarco.
La sostenibilità non consiste semplicemente nel consumare meno energia o produrre meno CO₂. Significa costruire aziende capaci di creare valore senza distruggere le condizioni necessarie per continuare a produrlo.
Ambientali. Economiche. Sociali. Umane.
L’Abbazia di Novacella lo fa, in forme necessariamente diverse, da quasi novecento anni.
Oggi una certificazione lo misura.
La storia, in qualche modo, lo aveva già certificato.
La Bussola d’Impresa – Mario Vacca
“Mi presento, sono nato a Capri nel 1973, la mia carriera è iniziata nell’impresa di famiglia, dove ho acquisito la cultura aziendale ed ho potuto specializzarmi nel management dell’impresa e contestualmente ho maturato esperienza in Ascom Confcommercio per 12 anni ricoprendo diverse attività sino al ruolo di vice presidente.
Per migliorare la mia conoscenza e professionalità ho accettato di fare esperienza in un gruppo finanziario inglese e, provatane l’efficacia ne ho voluta fare una anche in Svizzera.
Le competenze acquisite mi hanno portato a collaborare con diversi studi di consulenza in qualità di Manager al servizio delle aziende per pianificare crescite aziendali o per risolvere crisi aziendali e riorganizzare gli assetti societari efficientando il controllo di gestione e la finanza d’impresa.
Un iter professionale che mi ha consentito di sviluppare negli anni competenze in vari ambiti, dalla sfera Finanziaria, Amministrativa e Gestionale, alle dinamiche fiscali, passando attraverso esperienze di “start-up”, M&A e Turnaround, con un occhio vigile e sempre attento alla prevenzione del rischio d’impresa.
Un percorso arricchito da anni di esperienza nella gestione di Risorse Umane e Finanziarie, nella Contrattualistica, nella gestione dei rapporti diretti con Clienti e Fornitori, nella gestione delle dinamiche di Gruppo con soci e loro consulenti.
Nel corso degli anni le esperienze aziendali unite alle attitudini personali mi hanno permesso di sviluppare la capacità di anticipare e nel contempo essere un buon risolutore dei problemi ordinari e straordinari delle attività.
Il mio agire è sempre stato caratterizzato da entusiasmo e passione in tutto quello che ho fatto e continuo a fare sia in ambito professionale che extra-professionale, sempre alla ricerca dell’innovazione e della differenziazione come caratteristica vincente.
La passione per la cultura mi ha portato ad iscrivermi all’Ordine dei Giornalisti ed a scrivere articoli di economia pubblicati nella rubrica “La Bussola d’Impresa” edita dalla Gazzetta dell’Emilia ed a collaborare saltuariamente con altre testate.
La stessa passione mi porta a pianificare ed organizzare eventi non profit volti al raggiungimento di obiettivi filantropici legati alla carità ed alla fratellanza anche attraverso club ed associazioni locali.
Mi piace lavorare in squadra, mi piace curare le pubbliche relazioni e, sono convinto che l’unione delle professionalità tra due singoli, non le somma ma, le moltiplica.
Il mio impegno è lavorare sodo con etica, lealtà ed armonia.”
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