Ambiti che accelerano, a fronte di ambiti che frenano (per ragioni esogene e forzate). Anche al consumo, diventa un must la sostenibilità utile all’individuo, il resto interessa meno. La divergenza spiega l’attuale passaggio (scomodo) di maturazione degli Esg
C’è un concetto che si sta imponendo nella sostenibilità: divergenza. Ed è un qualcosa di inusuale e scomodo a livello di sistema economico. Nei mesi passati, si è spesso parlato di divaricazione tra le direttive istituzionali (le normative americane, ma anche europee), orientate a una retromarcia sul fronte Esg, e la direzione di business e investitori, per cui la strada della sostenibilità è qualcosa di strutturale. Una contrapposizione che ha richiamato situazioni di bispensiero orwelliane.
Evidentemente, quella divaricazione ha posto le basi (o, se non altro, ha favorito) l’attuale fase di “divergenza” all’interno del sistema. La rilevanza del concetto l’ha evidenziata il “World Economic Forum’s Chief Sustainability Officers Outlook” pubblicato a metà settembre. Lo studio ha rilevato che il fenomeno della transizione globale «mostra chiari segni di progresso, sostenuta da slancio commerciale e tecnologico, nonostante il notevole freno rappresentato dalla frammentazione geopolitica e dal marcato scrutinio sulle performance a breve termine».
IL PROGRESSO IN UN PUZZLE
Circa il 63% dei sustainability officer, spiega il Wef, prevede che i progressi globali in materia di sostenibilità rimangano stabili o accelerino nei prossimi 12 mesi, e tre su quattro si aspettano che gli investimenti delle aziende legati alla transizione seguano lo stesso andamento, spinti da una chiara logica economica (64%) e da tecnologie sempre più applicabili (56%). Ma questa forza deve fare i conti con il fatto che circa il 78% delle organizzazioni della società civile prevede che i fattori geopolitici e macroeconomici sfavorevoli (dai conflitti alle politiche incoerenti e all’indebolimento del multilateralismo) peseranno sui progressi nel corso del prossimo anno.
Il risultato, secondo il rapporto, non è un rallentamento dello slancio sostenibile, bensì una “divergenza verde (green divergence)”, una transizione che si frammenta in diversi settori e regioni che procedono a velocità molto diverse. E questo anche se l’economia verde globale, spiega il rapporto, che oggi vale più di 5.000 miliardi di dollari all’anno, è sulla buona strada per superare i 7.000 miliardi di dollari entro il 2030 e rimane tra i segmenti in più rapida crescita dell’economia mondiale.
«I responsabili della sostenibilità ci dicono che la transizione non è più una questione di ambizione, ma di attuazione», ha affermato Sebastian Buckup, amministratore delegato del World Economic Forum. «Mentre le aziende integrano deliberatamente le strategie di sostenibilità nelle esigenze di crescita, sicurezza e resilienza, la velocità di attuazione e le priorità divergono sempre più tra le diverse regioni e i diversi settori».
LA DIVERGENZA NELLA FINANZA
L’aspetto interessante è che questa divergenza Esg ha viaggiato “sommersa”, cioè non percepita come fattore, anche nella finanza. Un interessante analisi di Commerzbank pubblicata nei giorni scorsi l’ha ben evidenziata. Il punto di partenza è stato il paradosso: i gestori e gli investitori credono in modo crescente agli Esg; dunque, perché ci sono flussi in uscita dai fondi? Alla base del paradosso c’è una questione di performance. Ma la ricerca fa chiarezza sulla eterogeneità delle performance a livello settoriale. Ed emerge chiaramente come, nella media dei risultati Esg, pesino in modo più che determinante le ridotte esposizioni sui settori “drogati” dalla politica negli ultimi 15 mesi: Oil & gas e Difesa. Considerando questo tracking error, diventa difficile parlare di sottoperformance Esg. Anzi.
Anche in finanza, dunque, non si parla di rallentamento degli Esg. Ma di un andamento in “divergenza” per effetto di investimenti in transizione che scontano, in modo differenziato a seconda delle pressioni politiche, la sottoesposizione ai rally “esogeni” di oil e armi.
LA DIVERGENZA AL CONSUMO
Ancora più interessante leggere la divergenza a livello di consumo. Un report di Bain della scorsa settimana, dal titolo emblematico, Navigating Divergence, parte sempre da un paradosso iniziale: la consapevolezza sostenibile dei consumatori risulta ancora in crescita; per contro, ci sono meno prese di posizione sul concetto di sostenibilità.
«Per la prima volta in tre anni – si legge nel report -, la preoccupazione per l’ambiente è in crescita. Quest’anno, l’85% delle persone ha dichiarato di essere preoccupato per la sostenibilità ambientale, in aumento rispetto al 79% dello scorso anno».
Per contro, la motivazione principale della scelta di uno stile di vita sostenibile «è spesso diversa dall’ambiente. Si tratta di una versione “al consumo” del divario tra fatti-e-parole (do-say gap) che abbiamo individuato nelle aziende lo scorso anno: le persone agiscono in modo sostenibile, ma spesso non descrivono le loro azioni come tali».
Qui, dunque, la divergenza è più complessa. C’è una divaricazione tra ciò che si dice e ciò che si fa. Questo perché il concetto di sostenibilità a livello di consumatore è stato scomposto. Non basta e non serve il concetto generico, ma deve essere associato ad altri fattori. C’è l’aspetto economico, ma, prima di esso, il consumatore guarda innanzi tutto alla salute [«Questo impegno a favore della salute si traduce nella disponibilità a pagare di più. I consumatori dichiarano di essere disposti a pagare il 18% in più per un prodotto che offra vantaggi in termini di sostenibilità. Sono disposti a pagare un sovrapprezzo ancora maggiore (pari al 24%) per un prodotto che offra benefici sia per la salute sia per la sostenibilità»].
E, dopo la salute, il comportamento del consumatore è guidato dalla “resilienza“: «Quando il mondo appare incerto, i consumatori cercano prodotti che diano un senso di affidabilità e che siano disponibili a livello locale. Ciò si traduce anche nel desiderio di garantire la sopravvivenza delle imprese locali».
Anche il consumo, insomma, si divarica. Da un lato la sostenibilità generica, astratta e puramente valoriale. Dall’altro, quella “personale”, dove l’interesse generale comincia a essere compreso, in modo tangibile, in un interesse del singolo.
In questa divergenza tra metafisica e fisica, anche coloro che non credono alla sostenibilità cominciano ad agire in modo sostenibile. Nel 2023, questi “praticanti sostenibili” erano il 35% dei non credenti. Quest’anno sono quasi il 50 per cento.
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