Cancro al colon, la prevenzione può arrivare fino a casa: la nuova sfida partita da Palermo


C’è un esame che richiede pochissimo tempo, non comporta una preparazione particolare, non richiede di andare in ospedale e, soprattutto, può arrivare prima del tumore. È il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, quello che molti ricevono gratuitamente nell’ambito dello screening del colon-retto e che, nonostante la sua semplicità, continua a essere sorprendentemente ignorato.

Il paradosso è tutto qui: abbiamo uno strumento di prevenzione capace di trovare una malattia in una fase nella quale può essere curata con grande efficacia, ma una parte consistente delle persone che potrebbero utilizzarlo non lo fa.

I numeri più recenti dell’Osservatorio Nazionale Screening, relativi al 2025, mostrano che in Italia sono state invitate oltre 8,2 milioni di persone tra i 50 e i 69 anni a eseguire il test per la ricerca del sangue occulto. L’estensione degli inviti ha raggiunto il 98,2% della popolazione avente diritto, un dato che racconta una capacità ormai molto ampia del Servizio sanitario di raggiungere i cittadini. Il problema arriva subito dopo: l’adesione è rimasta al 35,8%. In altre parole, essere invitati non significa automaticamente partecipare.

Ed è qui che emerge la distanza tra le diverse parti del Paese: al Nord l’adesione allo screening colorettale nel 2025 è stata del 47,2%, al Centro del 31,1%, mentre nel Sud e nelle Isole si è fermata al 22,1%. La differenza non è marginale: significa che, a parità di programma sanitario, la probabilità che un cittadino risponda all’invito cambia ancora molto a seconda del territorio nel quale vive. Il dato meridionale è comunque in lieve crescita rispetto al 21,1% del 2024, ma resta lontano dai livelli delle regioni settentrionali.

La fotografia diventa ancora più interessante se si guarda alla capacità di offrire concretamente lo screening. Nel 2025 il 91% della popolazione target del Sud e delle Isole è stata raggiunta dall’invito, contro oltre il 100% al Nord e al Centro. È un miglioramento importante per il Mezzogiorno, che nel 2024 si fermava all’84,5%, ma dimostra anche che il problema non è soltanto quello di “mandare la lettera”: bisogna riuscire a trasformare quella lettera in un esame realmente eseguito. E infatti l’indicatore complessivo di copertura da esami dello screening colorettale nel 2025 si è fermato al 34,9%. Il dato è leggermente migliorato rispetto all’anno precedente, ma il divario territoriale rimane molto marcato, proprio questa rimane dunque una delle grandi sfide della prevenzione oncologica italiana: lo screening esiste, viene offerto gratuitamente, ma non tutti arrivano fino in fondo.

Perché questo controllo è diverso da tanti altri

Il tumore del colon-retto ha una caratteristica che rende la prevenzione particolarmente preziosa. Molti carcinomi nascono infatti attraverso una trasformazione progressiva di lesioni inizialmente benigne, come i polipi adenomatosi e questo processo può richiedere anni. Nel frattempo una persona può sentirsi perfettamente bene, mangiare normalmente e non avere alcun disturbo intestinale evidente, quindi è proprio in questa fase silenziosa che lo screening può fare la differenza.

Il test del sangue occulto cerca piccolissime quantità di sangue non visibili a occhio nudo nelle feci, non dice da solo che c’è un tumore: un risultato positivo può dipendere anche da altre condizioni. Ma proprio per questo, quando il test risulta positivo, il percorso prevede un approfondimento, generalmente attraverso la colonscopia, che consente di esaminare direttamente il colon e, quando necessario, prelevare tessuto o rimuovere polipi.

La parola importante è “precoce”

Parlare di diagnosi precoce non significa promettere che un tumore verrà sempre sconfitto ma implica intervenire quando la malattia è ancora localizzata e non ha avuto il tempo di diffondersi. Il Ministero della Salute sottolinea che lo screening ha proprio l’obiettivo di intercettare e trattare eventuali lesioni nelle fasi iniziali, prima che diventino sintomatiche, quando il trattamento può essere più efficace e le complicazioni minori. I dati del rapporto I numeri del cancro in Italia 2025 indicano inoltre che l’introduzione dello screening per individuare i precursori e diagnosticare precocemente il tumore, insieme ai progressi delle terapie, ha prodotto un significativo miglioramento delle percentuali di guarigione e della sopravvivenza. Oggi in Italia la sopravvivenza netta a cinque anni dalla diagnosi è stimata al 65% negli uomini e al 66% nelle donne, ma questi valori comprendono tumori diagnosticati a stadi diversi e quindi non descrivono la prognosi di una singola persona.

Il vero problema è convincere chi sta bene a farsi controllare

È una delle difficoltà più antiche della prevenzione: quando una persona ha dolore, febbre o un disturbo evidente, cercare un medico è naturale, quando invece sta bene, l’idea di occuparsi della propria salute sembra poter essere rimandata.

Per il colon-retto questa dinamica è particolarmente importante perché nelle fasi iniziali il tumore può essere silenzioso. Il sangue può non essere visibile e i cambiamenti dell’intestino possono non esserci affatto. Il fatto di “sentirsi bene” quindi non significa che lo screening sia inutile; al contrario, è proprio una delle ragioni per cui viene proposto alle persone che non hanno sintomi. Il programma organizzato dal Servizio sanitario nazionale rientra nei Livelli essenziali di assistenza, i LEA. Questo significa che le Regioni e le aziende sanitarie devono garantire gratuitamente il percorso organizzato dello screening alla popolazione target, dall’invito fino agli eventuali approfondimenti e al trattamento secondo protocolli strutturati. La fascia prevista a livello nazionale è quella dei 50-69 anni, mentre alcune Regioni hanno esteso l’invito anche ai 70-74 anni.

Il test inoltre viene generalmente ripetuto ogni due anni, ciò non è un mero dettaglio burocratico: la periodicità è legata proprio al fatto che il tumore colorettale si sviluppa generalmente nell’arco di molti anni e che controlli ripetuti aumentano la possibilità di intercettare una lesione nel momento giusto, così come suggerito dal Ministero della Salute.

Il Sud sta recuperando, ma il divario resta enorme

Il dato più interessante dei numeri recenti è che il Mezzogiorno non è fermo: nel 2025 l’estensione degli inviti allo screening colorettale nel Sud e nelle Isole è salita al 91%, oltre sei punti in più rispetto al 2024. È un passo avanti importante. Ma quando si guarda alla partecipazione, il quadro cambia: il 22,1% di adesione resta meno della metà del 47,2% registrato al Nord. Anche le differenze tra Regioni sono impressionanti: nel 2025 la Calabria ha registrato il dato più basso di adesione, appena il 6,4%, mentre il Veneto ha raggiunto il 65,3%. Non si tratta soltanto di differenze nella sensibilità individuale: dietro questi numeri ci sono organizzazione dei servizi, modalità di comunicazione, accessibilità, rapporto con il territorio, capacità di recuperare chi non risponde al primo invito e condizioni sociali ed economiche differenti.

In Sicilia il colon-retto è uno dei tumori più frequenti

I dati dell’Atlante Sanitario Oncologico della Sicilia 2025, elaborato dalla Regione, stimano una media di 3.468 nuovi casi di tumore del colon-retto ogni anno: 1.871 negli uomini e 1.597 nelle donne. Il colon-retto risulta così al secondo posto tra le sedi tumorali più frequentemente diagnosticate nella popolazione siciliana, con il 14,1% del totale dei tumori considerati nell’analisi.

Non è quindi una malattia rara né un problema confinato a una piccola parte della popolazione, eppure la stessa Regione si trova dentro quel divario meridionale che rende difficile raggiungere una partecipazione adeguata agli screening. Il Ministero della Salute, nel monitoraggio LEA 2024 pubblicato nel 2026, ha inoltre segnalato la Sicilia tra le Regioni con un valore insufficiente nell’area della prevenzione, un dato che va oltre il solo screening colorettale ma che restituisce bene la difficoltà complessiva del sistema regionale nel raggiungere alcuni obiettivi di prevenzione.

A Palermo il test è entrato nelle farmacie

L’ASP di Palermo ha scelto proprio questa strada e infatti, nel giugno 2026, ha avviato insieme a Federfarma Palermo una campagna che coinvolge 395 farmacie della città e della provincia, con l’obiettivo di rendere più familiare e accessibile lo screening del colon-retto. L’iniziativa ha utilizzato anche una campagna di comunicazione con volti noti come Maria Grazia Cucinotta, Ernesto Maria Ponte e Sasà Salvaggio.

I primi risultati della campagna sono particolarmente interessanti: secondo i dati diffusi dall’ASP, a giugno nelle farmacie erano state richieste 1.128 provette per il SOF test e 1.254 erano state riconsegnate; ad agosto le richieste sono salite a 3.338, con 2.919 test riconsegnati. Rispetto a giugno, l’aumento delle richieste è stato del 195,9%, mentre le riconsegne sono cresciute del 132,8%. L’obiettivo dichiarato dall’ASP e da Federfarma è arrivare ad almeno 40mila test aggiuntivi entro la fine del 2026, dimostrando come la comunicazione possa essere efficace nel migliorare la quotidianità dei cittadini.

Se la persona non va allo screening, lo screening può arrivare a casa

Dal 3 ottobre 2026 la prevenzione del tumore del colon-retto è entrata anche nella rete delle Cure Domiciliari Integrate dell’ASP di Palermo. Gli operatori delle cure domiciliari, durante i normali accessi a casa degli assistiti, possono verificare se la persona rientra nella fascia prevista per lo screening, spiegare l’importanza del test e, in caso di adesione, consegnare direttamente il kit per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Il prelievo viene effettuato a domicilio; la riconsegna avviene poi attraverso la rete delle farmacie e il percorso coinvolge anche familiari e caregiver quando essi rientrano nei requisiti. 

SDunque, sebbene tradizionalmente la prevenzione parta dal sistema sanitario e chieda al cittadino di raggiungerlo qui avviene qualcosa di diverso: un servizio che già entra nelle case viene utilizzato anche come occasione per intercettare un bisogno di prevenzione.

Perché queste esperienze possono diventare un modello

Il valore dell’iniziativa palermitana non sta soltanto nel numero di provette distribuite ma nella domanda che pone alle altre Regioni, soprattutto a quelle che fanno più fatica: se sappiamo che l’invito tradizionale non basta, perché non provare a portare la prevenzione nei luoghi che le persone frequentano già?

In passato l’ASP di Palermo aveva già sperimentato gli Open Day itineranti con i camper della prevenzione, raggiungendo diversi comuni del territorio e distribuendo anche il SOF test per il colon-retto e oggi il modello si è evoluto: farmacie e assistenza domiciliare diventano nuovi punti di contatto. Non è detto che una singola soluzione possa essere trasferita identica in ogni Regione. Le organizzazioni sanitarie sono diverse, così come lo sono i territori e le popolazioni maa il principio può essere replicato: non aspettare soltanto che il cittadino risponda alla chiamata del sistema sanitario; costruire più occasioni perché quella risposta diventi possibile.

Fonti 

Osservatorio Nazionale Screening (ONS), dati 2024/2025

Ministero della Salute – I numeri del cancro in Italia 2025

Regione Siciliana – Atlante Sanitario Oncologico 2025

ASP Palermo


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