ZES unica, il modello del Sud che ora chiede anche il Nord. Sbarra: ” semplifica i procedimenti senza ridurre le tutele”


 

La ZES unica non è una zona franca dalle regole e neppure uno strumento per aggirare i controlli ambientali e paesaggistici. È un diverso modo di organizzare le decisioni pubbliche: le valutazioni previste dalla legge rimangono, ma vengono ricondotte a un procedimento unitario, con tempi più certi e responsabilità più chiare.

È questo il punto politico dell’intervento svolto alla Camera dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra. Rispondendo a un’interpellanza urgente, Sbarra ha difeso l’autorizzazione unica ZES dalle accuse di ridurre il ruolo delle Regioni e degli enti territoriali.

«Non si tratta di un potere derogatorio eccezionale, ma di una tecnica di semplificazione già nota all’ordinamento, volta a ridurre aggravamenti regolatori e oneri per le imprese», ha spiegato. Una precisazione importante, perché il successo della ZES unica si gioca proprio sulla capacità di conciliare due esigenze spesso considerate incompatibili: accelerare gli investimenti e conservare tutte le garanzie previste dalla legge.

Il caso affrontato alla Camera riguardava la costruzione di una struttura in località Mogale, nel Comune di Ostuni. Sbarra ha ricordato che l’amministrazione ha tenuto conto del parere favorevole espresso dalla sezione Paesaggio della Regione Puglia, secondo la quale il progetto non avrebbe arrecato «pregiudizio alla conservazione dei valori paesaggistici dei luoghi». L’autorizzazione, inoltre, è stata subordinata all’esito positivo della valutazione di impatto ambientale e alla successiva fase di progettazione.

Non siamo quindi davanti a un’autorizzazione concessa cancellando i controlli, ma a un procedimento che li coordina e impedisce che valutazioni, pareri e competenze differenti si trasformino in una corsa a ostacoli senza una scadenza. Anche la Commissione europea, rispondendo il 23 settembre a un’interrogazione parlamentare sul progetto di Mogale, avrebbe confermato, secondo quanto riferito da Sbarra, la correttezza dell’azione amministrativa della ZES.

Il dato politico più significativo è però un altro. Alla data del 28 settembre 2026 risultavano rilasciate 1.563 autorizzazioni uniche. È il segnale di una macchina amministrativa che ha cominciato a funzionare e che può accompagnare investimenti, nuovi insediamenti produttivi e occupazione nel Mezzogiorno.

La ZES unica, entrata in vigore il primo gennaio 2024, ha sostituito le otto precedenti strutture regionali e interregionali con una sola governance. La misura, concepita inizialmente per Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, ha unificato procedure prima frammentate, istituendo uno sportello digitale e una struttura centrale di coordinamento.

Alle semplificazioni si aggiunge il credito d’imposta per gli investimenti. La misura è stata prorogata fino al 2028, con 2,3 miliardi disponibili nel 2026, un miliardo nel 2027 e 750 milioni nel 2028. Il beneficio è stato esteso anche alle aree assistite di Marche e Umbria.

Questi risultati aiutano a rileggere le polemiche che accompagnarono la nascita della ZES unica. La riforma fu ideata e costruita dall’allora ministro per gli Affari europei e la Coesione Raffaele Fitto, oggi vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Una parte dell’opposizione contestò fin dall’inizio l’accorpamento delle precedenti ZES, sostenendo che un perimetro troppo ampio avrebbe indebolito i vantaggi e disperso le risorse.

Il deputato del Partito democratico Claudio Stefanazzi arrivò a parlare di «esperimento fallito», accusando Fitto di aver allargato eccessivamente l’area interessata e di aver alimentato aspettative incompatibili con le risorse inizialmente stanziate.

Le difficoltà della prima fase sono esistite, soprattutto sul credito d’imposta e sulla quantità delle richieste presentate dalle imprese. Ma la risposta del governo non è stata quella di abbandonare lo strumento. Le risorse sono state aumentate, il beneficio è stato rifinanziato e la misura è diventata strutturale. Il punto, dunque, non è negare i problemi iniziali, ma riconoscere che la ZES unica ha superato la fase sperimentale e oggi rappresenta uno degli strumenti più concreti della politica industriale per il Mezzogiorno.

La conferma arriva paradossalmente proprio dal Nord. I presidenti delle Regioni settentrionali hanno chiesto al governo di discutere aree di accelerazione industriale ispirate al modello ZES. Tra i promotori figurano i governatori di Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Luca Zaia. La richiesta riguarda soprattutto procedure autorizzative più rapide, minori adempimenti e, dove possibile, incentivi mirati. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha aperto il confronto, convocando i governatori.

È difficile immaginare una rivincita politica più evidente per Fitto. Lo strumento che una parte della sinistra liquidava come inefficace o addirittura dannoso per il Sud viene oggi osservato con interesse dalle regioni più industrializzate del Paese. Se Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia chiedono di applicarne almeno il metodo, significa che la semplificazione introdotta dalla ZES non è più considerata una soluzione emergenziale riservata al Mezzogiorno, ma un possibile modello nazionale.

Questo non significa trasferire automaticamente al Nord il credito d’imposta destinato alle aree economicamente svantaggiate. Gli incentivi sono legati alla disciplina europea sugli aiuti di Stato e alla necessità di ridurre i divari territoriali. Estenderli indistintamente avrebbe costi molto elevati e rischierebbe di sottrarre alla ZES meridionale la sua funzione principale.

Diverso è il discorso sulle procedure. Autorizzazioni concentrate, tempi definiti, uno sportello unico e una responsabilità amministrativa chiaramente individuata potrebbero essere applicati anche nel Centro-Nord. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica osserva infatti che, mentre le agevolazioni fiscali devono rimanere legate alle politiche territoriali, la velocizzazione delle pratiche amministrative può essere estesa al resto del Paese.

La ZES unica può diventare così qualcosa di più di una misura per recuperare il ritardo del Sud. Può trasformarsi in un laboratorio per riformare il rapporto tra pubblica amministrazione e impresa. Non meno controlli, ma controlli coordinati. Non deroghe indiscriminate, ma decisioni assunte entro tempi compatibili con quelli degli investimenti.

Il Mezzogiorno conserva incentivi e strumenti specifici perché deve colmare divari che restano profondi. Il metodo sperimentato dalla ZES, però, può aiutare l’intero sistema produttivo italiano. Le 1.563 autorizzazioni rilasciate mostrano che una pubblica amministrazione più rapida è possibile. La richiesta arrivata dal Nord dimostra che quella riforma, tanto criticata quando Fitto la propose, ha ormai oltrepassato i confini per i quali era stata concepita.

La sfida adesso è trasformare le autorizzazioni in cantieri, investimenti e posti di lavoro. Se questo passaggio riuscirà, la ZES unica potrà rappresentare uno dei pochi casi in cui una politica pensata per ridurre il divario meridionale diventa anche il modello da cui partire per rilanciare l’economia nazionale.


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