Spendiamo di più ma compriamo meno, come cambiano i consumi degli italiani


I prezzi salgono, gli scontrini diventano più pesanti e le quantità acquistate si riducono. È la fotografia che emerge dagli ultimi dati sul commercio al dettaglio pubblicati oggi, 2 ottobre, dall’Istat, relativi ad agosto 2026.

Rispetto allo stesso mese dello scorso anno, il valore delle vendite è infatti aumentato dello 0,5%, mentre i volumi sono diminuiti dell’1%. In termini semplici: nei negozi italiani gira complessivamente più denaro, ma vengono vendute meno quantità di prodotti.

Una dinamica che acquista particolare significato proprio mentre l’inflazione italiana è tornata ad accelerare: a settembre, secondo la stima preliminare Istat, il tasso annuo ha raggiunto il 4,2%, spinto soprattutto dall’energia.

Più euro spesi, meno prodotti acquistati

Il dato più significativo emerge dal confronto tra agosto 2026 e agosto 2025.

Le vendite al dettaglio sono cresciute dello 0,5% in valore, ma contemporaneamente sono diminuite dell’1% in volume.

È importante comprendere bene cosa significa. Il valore indica sostanzialmente l’ammontare monetario delle vendite, mentre il volume cerca di rappresentare l’andamento delle quantità vendute depurando l’effetto delle variazioni dei prezzi.

Non significa quindi che ogni singola famiglia abbia necessariamente speso lo 0,5% in più. Il dato fotografa l’insieme del commercio al dettaglio italiano e può essere influenzato anche dalle diverse tipologie di prodotti acquistati.

La direzione generale è però chiara: il valore economico delle vendite cresce mentre le quantità scendono.

Anche per gli alimentari la spesa sale più delle quantità

La stessa dinamica appare osservando ciò che acquistiamo per mangiare.

Rispetto ad agosto dello scorso anno, le vendite di beni alimentari sono aumentate dello 0,9% in valore, mentre i volumi sono diminuiti dello 0,4%.

In altre parole, il fatturato del comparto alimentare cresce, ma la quantità complessivamente acquistata risulta leggermente inferiore.

Il fenomeno è ancora più evidente nei prodotti non alimentari: +0,2% in valore e -1,3% in volume rispetto ad agosto 2025.

È proprio questa distanza fra valore e volume a rendere interessante il dato: guardare soltanto agli euro incassati dai negozi potrebbe infatti restituire l’impressione di consumi in crescita, mentre le quantità raccontano uno scenario differente.

Ad agosto c’è stato comunque un piccolo recupero

Il quadro non è interamente negativo.

Confrontando agosto con il mese precedente, le vendite sono aumentate dello 0,3% in valore e dello 0,1% in volume, interrompendo due mesi consecutivi di calo. A trainare il recupero è stato soprattutto il settore alimentare, salito dello 0,8% in valore e dello 0,5% in volume.

Per i beni non alimentari, invece, le vendite sono rimaste ferme in valore e hanno perso lo 0,1% in volume.

Allargando però lo sguardo al trimestre giugno-agosto, emerge nuovamente una situazione debole: rispetto ai tre mesi precedenti, le vendite sono diminuite dello 0,3% in valore e dello 0,5% in volume.

Il piccolo rimbalzo di agosto non basta quindi, almeno per ora, a cancellare la fragilità dei consumi osservata nei mesi precedenti.

L’e-commerce va in controtendenza

C’è però un canale che continua a crescere in maniera molto più sostenuta: gli acquisti online.

Rispetto ad agosto 2025, il commercio elettronico registra un aumento del 5,4% in valore e del 3,6% in volume.

Qui, diversamente dal dato complessivo del commercio al dettaglio, crescono quindi sia gli euro spesi sia le quantità acquistate.

Anche la grande distribuzione mostra un andamento positivo, con vendite in aumento dell’1,1% in valore e dello 0,1% in volume.

I numeri sembrano quindi suggerire anche uno spostamento delle abitudini di acquisto verso canali nei quali il consumatore può più facilmente confrontare prezzi, offerte e alternative.

Tecnologia in crescita, calzature in difficoltà

Non tutti i prodotti stanno seguendo lo stesso andamento.

Tra i beni non alimentari, il maggiore incremento tendenziale in valore riguarda le dotazioni per informatica, telecomunicazioni e telefonia, che segnano un +6,7%.

Dall’altra parte troviamo invece calzature, articoli in cuoio e da viaggio, con una diminuzione del 4,1%.

La composizione della spesa sta quindi cambiando: alcune categorie continuano a crescere, mentre altre risentono maggiormente della prudenza dei consumatori.

L’inflazione rende il quadro ancora più delicato

Il dato sui consumi arriva praticamente insieme a un altro numero importante.

A settembre l’inflazione italiana è salita, secondo le stime preliminari, al 4,2% annuo, contro il 3,3% di agosto. L’aumento è legato soprattutto ai prezzi dell’energia, con gli energetici nel complesso cresciuti del 22,3% su base annua.

Il dato di settembre non può essere utilizzato per spiegare direttamente le vendite di agosto, perché riguarda un mese successivo. Mostra però il contesto nel quale le famiglie stanno entrando nell’autunno: pressioni sui prezzi nuovamente in accelerazione mentre i volumi delle vendite al dettaglio risultano già inferiori rispetto a un anno prima.

Per i prodotti ad alta frequenza d’acquisto, inoltre, l’Istat stima a settembre un aumento dei prezzi del 5,3% su base annua.

Valore e volume sono due numeri da guardare insieme

È proprio la distinzione tra valore e volume a evitare interpretazioni sbagliate.

Se le vendite aumentano in valore del 5%, per esempio, non significa necessariamente che i consumatori abbiano comprato il 5% di prodotti in più. Se contemporaneamente aumentano i prezzi, parte o tutto quell’incremento può derivare semplicemente dal fatto che gli stessi prodotti costano di più.

Viceversa, la diminuzione dei volumi indica che le quantità effettivamente vendute stanno scendendo.

Ad agosto 2026 il divario è particolarmente esplicito: +0,5% negli incassi rispetto a un anno fa, -1% nelle quantità.

Le famiglie stanno diventando più prudenti?

I numeri da soli non permettono di attribuire con certezza il calo dei volumi a una singola causa. Il comportamento dei consumatori dipende infatti da redditi, prezzi, risparmi disponibili, aspettative economiche e dalla composizione degli acquisti.

C’è però un altro segnale da considerare: a settembre la fiducia dei consumatori è scesa da 94,5 a 91,2, secondo l’Istat.

Anche in questo caso non si può stabilire automaticamente un rapporto di causa ed effetto con le vendite di agosto, ma il dato indica un clima di maggiore cautela tra le famiglie.

La vera domanda per i prossimi mesi sarà quindi se l’aumento dei prezzi porterà i consumatori a ridurre ulteriormente le quantità, rinviare gli acquisti non essenziali o spostarsi maggiormente verso offerte, grande distribuzione ed e-commerce.

Per ora la fotografia dell’estate è abbastanza nitida: il commercio italiano incassa leggermente di più rispetto a un anno fa, ma vende meno prodotti. Ed è probabilmente questo, più del solo dato sugli scontrini, il numero da osservare per capire come sta cambiando realmente il comportamento dei consumatori.



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