In Italia cresce l’interesse verso gli investimenti. Secondo la Ing Global Investment Survey, il 44% degli italiani investe già in prodotti finanziari. Un altro 32% sarebbe disposto a iniziare in futuro. Solo il 24% esclude questa possibilità. Il dato porta a tre su quattro la quota di italiani già attivi o potenzialmente interessati ai mercati finanziari.
In questo articolo:
- Investimenti, l’Italia è seconda in eurozona
- Italiani e investimenti, paura delle perdite e complessità frenano le scelte
- Dalla disponibilità all’investimento: il ruolo di semplicità e trasparenza
- Paolo Pizzoli: la sfida è trasformare l’interesse in comportamenti concreti
Investimenti, l’Italia è seconda in eurozona
Il dato italiano si inserisce in una tendenza più ampia. In Europa sta aumentando il peso degli investimenti nei patrimoni delle famiglie. Nell’eurozona, i fondi rappresentano oggi il 23% delle attività finanziarie. È la quota più elevata dall’inizio del secolo. Nello stesso periodo, il peso dei depositi bancari è diminuito. Nel 2019 rappresentavano il 67% delle attività finanziarie delle famiglie. Nel 2025 la quota è scesa al 62%, il livello più basso dal 2008. Anche la destinazione dei nuovi risparmi sta cambiando. Dal 2025, il 37% delle nuove risorse finanziarie delle famiglie europee viene destinato a investimenti come fondi, obbligazioni e azioni. Tra il 2015 e il 2024 la percentuale era stata del 24%.
La ricerca evidenzia anche il possibile costo della scelta di mantenere una quota elevata dei risparmi nei depositi. Se dal 2002 le famiglie dell’eurozona avessero destinato ai fondi un quarto delle risorse confluite nei depositi bancari, il loro patrimonio complessivo avrebbe potuto essere superiore di circa 1.170 miliardi di euro entro il 2025. Il calcolo utilizza il rendimento medio effettivo dei portafogli delle famiglie europee.
Lo stesso esercizio riferito all’Italia porta a una differenza stimata in 130 miliardi di euro, cifra equivale al 5,8% del Pil italiano. Il dato non rappresenta una previsione futura ma è una simulazione basata sui comportamenti finanziari osservati e sui rendimenti effettivamente realizzati.
L’Italia occupa inoltre una posizione rilevante nel confronto tra i Paesi dell’eurozona considerati dalla ricerca. Il 44% degli intervistati dichiara di investire. La Germania è al 46%. Solo il 24% degli italiani afferma invece di non voler investire in futuro, la percentuale più bassa tra i Paesi dell’eurozona inclusi nell’indagine.
Un altro elemento riguarda il risparmio disponibile. Il 76% degli italiani dichiara di possedere risparmi. Esiste quindi una platea potenziale ampia, anche se la disponibilità di capitale non coincide automaticamente con la scelta di investirlo.
Italiani e investimenti: paura delle perdite e complessità frenano le scelte
La ricerca mostra che l’interesse non elimina la prudenza. Il principale ostacolo indicato dagli italiani è l’avversione al rischio. Oltre il 64% preferisce investimenti più sicuri anche accettando rendimenti inferiori. Circa quattro persone su dieci sarebbero inoltre propense a vendere i propri investimenti dopo una perdita del 10%.
La percezione del rischio riguarda anche la decisione di non investire. Il 72% degli investitori ritiene che lasciare i risparmi fermi rappresenti a sua volta un rischio. La stessa opinione è condivisa dal 65% dei non investitori. L’inflazione e il timore di una perdita di valore reale dei risparmi contribuiscono quindi a modificare l’atteggiamento verso i mercati.
Rimane tuttavia una distanza tra consapevolezza e comportamento. Il 43% degli italiani considera ancora troppo complicato aprire un conto di investimento. Il 51% dichiara che potrebbe investire di più se i prodotti fossero più semplici da comprendere. Un altro 47% aumenterebbe la propria partecipazione se i costi fossero più bassi.
Anche la fiscalità pesa sulle decisioni. Il 57% degli intervistati afferma che potrebbe investire di più in presenza di una tassazione nulla o agevolata. La ricerca evidenzia inoltre un livello di fiducia ancora limitato nella conoscenza degli strumenti finanziari. Solo il 51% degli italiani si sente sicuro della propria comprensione di prodotti relativamente semplici, come azioni e obbligazioni.
La consulenza finanziaria può rappresentare un ulteriore elemento di supporto. Circa il 40% degli italiani si affiderebbe a un consulente per comprendere meglio l’economia e gli investimenti, analizzare aziende e settori oppure monitorare i mercati finanziari.
Dalla disponibilità all’investimento: il ruolo di semplicità e trasparenza
I risultati della Ing Global Investment Survey indicano quindi che il problema non sembra essere soltanto la mancanza di interesse. Una parte consistente degli italiani guarda agli investimenti con maggiore apertura, ma incontra ancora alcune barriere.
La prima riguarda la semplicità. Un prodotto difficile da comprendere può allontanare il risparmiatore anche quando esiste la volontà di investire. La seconda è il costo. Quasi metà degli intervistati indica infatti una riduzione delle spese come possibile incentivo. La terza riguarda la fiscalità, indicata dal 57% del campione.
A queste condizioni si aggiungono educazione finanziaria e consulenza. La ricerca mostra che molti risparmiatori non hanno piena fiducia nelle proprie conoscenze. Rendere più accessibili le informazioni può quindi contribuire a ridurre la distanza tra interesse e decisione. Per l’Italia, il potenziale appare particolarmente significativo. Il 76% degli intervistati dispone di risparmi. Il 44% investe già. Un ulteriore 32% si dichiara disponibile a farlo. La quota di chi esclude l’investimento è invece contenuta al 24%.
Paolo Pizzoli: la sfida è trasformare l’interesse in comportamenti concreti
“La ricerca restituisce un’immagine degli italiani diversa da quella spesso associata al nostro Paese. Molte persone investono già e una quota significativa di chi oggi non investe si dichiara aperta a farlo in futuro”, commenta Paolo Pizzoli, senior economist di Ing Italia. “Cresce inoltre la consapevolezza che, in un contesto caratterizzato da inflazione e incertezza sul futuro previdenziale, lasciare i risparmi fermi può comportare una perdita di valore nel tempo”.
Secondo Pizzoli, il punto centrale non è quindi soltanto aumentare l’interesse verso gli investimenti, “quanto aiutare i risparmiatori a trasformare questa disponibilità in comportamenti concreti”, sottolinea.
Per raggiungere questo obiettivo, la ricerca individua alcune leve. “È necessario ridurre le barriere che ancora frenano molti italiani, a partire dalla paura di perdere, dalla complessità percepita e dalla limitata familiarità con i mercati finanziari”, spiega Pizzoli. Educazione finanziaria, semplicità e trasparenza dei prodotti possono quindi assumere un ruolo centrale.
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