Sanità, le Regioni chiedono quasi 18 miliardi: il conto dei prossimi tre anni
Quanto vale il diritto alla salute se, per una visita, un intervento o un esame, occorre macinare centinaia di chilometri? E quanto può dirsi davvero universale un servizio sanitario se la qualità delle risposte resta legata al luogo di residenza? Sono interrogativi tornati centrali dopo la richiesta avanzata dalle Regioni all’Esecutivo: oltre 18 miliardi di euro aggiuntivi nel triennio 2027-2029.
La dote invocata è così ripartita: 6,8 miliardi per il 2027, 5,4 per il 2028 e 5,7 per il 2029. Tra le priorità individuate figurano il rafforzamento del personale, gli adeguamenti retributivi di medici e infermieri, l’emergenza-urgenza, nonché l’accesso a farmaci e terapie innovative. Il tutto mentre il Servizio sanitario nazionale fa i conti con liste d’attesa, criticità organizzative e divari territoriali: non è solo una questione di spesa, ma di servizi che arrivano davvero ai cittadini e in quali tempi.
Ventuno Regioni, ma tutele diseguali
Sulla carta i Livelli essenziali di assistenza (LEA) dovrebbero assicurare a tutti le medesime prestazioni di base. Nella pratica, però, prevenzione, assistenza territoriale e ospedaliera offrono risultati non omogenei. Il monitoraggio 2024 del Ministero della Salute certifica che 18 tra Regioni e Province autonome su 21 raggiungono la sufficienza in tutte e tre le aree assistenziali: un dato in apparenza confortante, che però nasconde forti scarti quando si osserva la distribuzione dei punteggi.
La Fondazione GIMBE, rielaborando gli stessi numeri, segnala che tra le prime dieci realtà sette sono del Nord, due del Centro e solo una del Mezzogiorno (la Puglia). Nelle ultime sette, fatta eccezione per Bolzano, compaiono esclusivamente Regioni meridionali. È qui che la statistica diventa esperienza: a parità di diritto riconosciuto, la possibilità concreta di essere curati varia sensibilmente da un territorio all’altro. “21 Regioni non possono significare 21 sistemi sanitari differenti”, ammonisce Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up, ricordando che l’autonomia non può tradursi in opportunità di cura disuguali.
I 5,15 miliardi che raccontano i viaggi per curarsi
Un indicatore rende plastica la frattura: la mobilità sanitaria interregionale, ossia le prestazioni erogate in una Regione diversa da quella di residenza e successivamente rimborsate dal sistema di provenienza. Non ogni spostamento è un segnale patologico: si può scegliere un centro di eccellenza, una struttura oltreconfine più vicina o una prestazione specifica. La mobilità, dunque, non coincide automaticamente con una fuga. Ma quando i flussi diventano imponenti e si polarizzano in poche aree, misurano anche la diversa capacità di risposta dei sistemi regionali.
Secondo GIMBE, nel 2023 il valore della mobilità interregionale ha toccato 5,15 miliardi di euro. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano il 95,1% del saldo attivo; all’opposto, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna sommano il 78,2% del saldo passivo. Dietro le cifre ci sono persone e famiglie, orari di lavoro da riorganizzare, spese di viaggio e alloggio, la necessità di un accompagnatore. Il tema non è impedire la libera scelta, ma fare in modo che non sia imposta dall’assenza di risposte vicino a casa.
Aree interne: quando il diritto alla salute si misura in chilometri
Il divario non è solo Nord-Sud: attraversa anche la frattura tra grandi città e territori periferici, dove raggiungere un ambulatorio, un ospedale o un servizio diagnostico richiede più tempo e risorse. Il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat stima che nelle aree interne vivano 13,3 milioni di persone, pari al 22,6% della popolazione. Tra i residenti under 75, rispetto a chi risiede nei poli centrali, si registrano minore ricorso all’assistenza ambulatoriale, più ricoveri, maggiore mobilità ospedaliera fuori Regione e una più alta mortalità evitabile.
Numeri che impongono di guardare oltre la mappa delle strutture: un servizio può esistere, ma essere di fatto inaccessibile per chi non ha un’auto, vive solo o ha difficoltà di movimento. “Non possiamo accettare che la distanza da un servizio sanitario diventi distanza dal diritto alla salute”, ribadisce De Palma.
Rinunce alle cure: quando l’accesso diventa un ostacolo
Il dato forse più tangibile è quello delle rinunce. L’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana” rileva che nel 2024 circa 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico necessario; erano 4,5 milioni nel 2023. Le cause sono molteplici — attese, difficoltà organizzative, costi — e il fenomeno racconta un nodo cruciale: il bisogno di salute non coincide sempre con la possibilità di ottenere una prestazione.
La distanza tra un servizio accessibile e uno difficilmente raggiungibile può tradursi in diagnosi rinviate, controlli saltati, problemi gestiti senza il supporto dovuto. Anche per questo il finanziamento della sanità non può essere letto unicamente in base all’ammontare degli stanziamenti.
Italia sotto la media UE: il peso della spesa sanitaria
Il confronto europeo aggiunge prospettiva. Secondo il Country Health Profile 2025 di OCSE e Commissione europea, nel 2023 la spesa sanitaria italiana è stata pari all’8,4% del PIL, contro una media UE del 10%. In termini pro capite a parità di potere d’acquisto, l’Italia si ferma a 3.086 euro per abitante, a fronte dei 3.832 euro europei: circa il 19% in meno. Dati che inquadrano la richiesta delle Regioni, ma non esauriscono il punto decisivo: come trasformare eventuali risorse aggiuntive in miglioramenti percepibili.
Più fondi non bastano: la sfida è convertirli in cure
Il confronto tra Governo e Regioni si muove su due piani: reperire risorse per un sistema sotto pressione e garantire che gli investimenti migliorino davvero l’accesso. Per il Nursing Up, l’occasione va colta per rafforzare gli organici, rendere più omogenea la capacità di risposta sul territorio e intervenire su liste d’attesa e assistenza di prossimità. Il presidente De Palma sollecita un dialogo permanente tra Governo e amministrazioni regionali, fondato su una reale unità di intenti. In fondo, il principio è semplice: il luogo in cui si vive non dovrebbe determinare quanto sia difficile ottenere una cura.
I quasi 18 miliardi chiesti dalle Regioni aprono una discussione che va oltre la Legge di Bilancio: la misura del loro impatto non sarà soltanto quanto verrà stanziato, ma se nei prossimi anni un cittadino dovrà ancora cambiare Regione per essere assistito, attendere troppo a lungo o rinunciare a una prestazione necessaria. Perché un servizio sanitario nazionale non si giudica solo dai fondi che riceve, ma anche dalle distanze — geografiche e sociali — che riesce a ridurre.
Fonti: Ministero della Salute – Monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza, dati 2024; Fondazione GIMBE – Analisi dei punteggi LEA e Report sulla mobilità sanitaria interregionale, dati 2023; ISTAT – Rapporto Annuale 2026; ISTAT – Indagine “Aspetti della vita quotidiana”, dati 2024; OCSE e Commissione europea – Country Health Profile 2025: Italy; Conferenza delle Regioni – Quantificazione delle risorse aggiuntive richieste per il triennio 2027-2029; Nursing Up – Dichiarazioni di Antonio De Palma
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