«Il problema di Palermo? Il traffico», si diceva ormai trentacinque anni fa in “Johnny Stecchino”, lo stracitato film di Roberto Benigni. Era il 1991, e il peggio doveva ancora venire. Trentacinque anni dopo, il problema del traffico a Palermo non solo non è stato risolto, si è maledettamente complicato, insieme ad altri che sembrano irrisolvibili, come le montagnole di rifiuti sparsi qua e là per la città, o l’infinita attesa dell’acqua. E c’è una parte di Palermo che in questi giorni è finalmente – era ora – scesa in piazza per «vibrante protesta», come direbbe Fabrizio De André. Per farla finita con questa idea dei siciliani fatalisti, i siciliani sempre conquistati e mai in rivolta, i siciliani apatici. Finalmente.
Ma non è né per l’acqua o per i rifiuti, né per la violenza che insanguina la movida o per i cantieri a rilento che si protesta, in questi giorni a Palermo, con i cartelli e i picchetti, i cortei e le strade bloccate. Si protesta per un altro motivo. Questo: l’arcivescovo vuole che i bambini facciano il catechismo. Sul serio.
Corrado Lorefice ha infatti deciso di riorganizzare il percorso dell’iniziazione cristiana: cinque anni, un maggiore coinvolgimento delle famiglie, comunione e cresima riunite nella stessa celebrazione. La riforma, avviata nel 2024 dopo un confronto all’interno della diocesi, prova a correggere un’abitudine abbastanza riconoscibile: si accompagna il bambino in parrocchia, si fa quello che c’è da fare, si riceve il sacramento e ci si rivede alla prossima necessità. Una specie di sportello, ma con il crocifisso. Lorefice vorrebbe una comunità.
Il problema è che, tra il sacramento e la comunità, c’è il ristorante. E insieme al ristorante ci sono la sala ricevimenti, il fotografo, il fioraio, il negozio di abbigliamento, le bomboniere, i confetti, l’animazione per i bambini. Un’economia, fatta anche di piccole imprese e lavoratori, costruita intorno alla certezza che, prima o poi, quel bambino avrebbe prodotto un ricevimento. Possibilmente due: uno per la comunione e uno per la cresima. La loro unificazione, da questo punto di vista, è una dolorosa razionalizzazione. Due sacramenti, un solo pranzo.
Da qui la protesta in questi giorni di operatori, esercenti, commercianti, animatori e tiktoker. Non è soltanto una questione di feste accorpate. Nel passaggio al nuovo sistema gli operatori denunciano un vuoto di celebrazioni fino al 2029. Le cifre che circolano sono considerevoli: oltre tremila prime comunioni all’anno nella situazione precedente; un danno economico che, nelle stime degli esercenti, arriva a trenta milioni di euro. Insomma, alla faccia della Silicon Valley, a Palermo l’economia è ancora fondata sul calendario dei sacramenti.
Si scende in piazza, pertanto, si protesta. Lorefice, armato di pazienza, ascolta e spiega a tutti. Ma nel frattempo i comitati nati spontanei in questi giorni hanno messo su dei gruppi di lavoro, in base alla specializzazione e alle necessità. Nel ramo confetteria, ad esempio, sono messi male: hanno messo nero su bianco che, se si ritarda la comunione, a dodici o tredici anni i ragazzi potrebbero non volere più bomboniere e grandi ricevimenti, potrebbero preferire una festa con gli amici. Ecco il rischio supplementare della riforma. I bambini crescono. Sviluppano perfino dei gusti propri.
C’è una Palermo che può essere senza una lira, ma non senza un’occasione per mettersi il vestito buono, riunire la famiglia e dimostrare che, almeno quel giorno, non manca niente. La comunione diventa il piccolo matrimonio prima del matrimonio. Il fatto è che Lorefice, peraltro, non è un prelato sensibile al fatturato. Scelto da papa Francesco per Palermo nel 2015, ha studiato la Chiesa dei poveri. Nella sua formazione c’è anche il rapporto con don Pino Puglisi. A Palermo si è speso contro la piaga del crack, accanto alle famiglie che hanno perso un figlio e a chi domanda prevenzione, assistenza, luoghi di cura. All’ultima marcia antimafia ha ricordato ai giovani come la mafia li trasformi prima in consumatori e poi in spacciatori, e ha sollecitato l’attuazione della legge regionale contro il crack. Un impegno che riguarda la possibilità dei ragazzi di arrivarci, all’età adulta, non soltanto il modo in cui festeggiarla.
E non è nemmeno nemico dei commercianti. A maggio è andato nel quartiere di Sferracavallo, colpito da attentati incendiari legati al racket, e ha abbracciato gli esercenti presi di mira. Ha detto che non bisogna avere paura. Dunque sa benissimo che cosa significhi difendere un’attività economica. Evidentemente ritiene che difenderla dal racket e garantirle un certo numero di comunioni siano due compiti diversi.
Gli operatori si sono organizzati con Confimprese e con un comitato dal nome che sarebbe difficile migliorare: Fede, Economia e Comunità. L’ordine dei fattori è rassicurante. Il prodotto, un po’ meno. La mobilitazione ha ottenuto incontri, una lettera del sindaco, attenzione pubblica.
Il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, per evitare tumulti (e per non passare alla storia come il sindaco fatto fuori dalla lobby delle confettate…) sta lavorando ad una mediazione. E i gruppi di lavoro hanno già partorito il piano per la tregua: la richiesta concreta è quella di un percorso intensivo per i bambini più grandi, così da tornare a celebrare le comunioni già nel 2027, intanto. A fianco degli esercenti ci sono anche molti genitori, perché i gruppi mamme esistono anche a catechismo. Hanno firmato una petizione, perché ci sono bambini che avevano cominciato con il vecchio sistema e si sono ritrovati nel nuovo. Che primavera palermitana.
La Curia, però, ha risposto che un corso accelerato contraddirebbe il senso del progetto: se serve tempo per costruire un percorso educativo, non lo si può comprimere per riaprire il calendario dei ricevimenti. Ha anche ribadito che i sacramenti non dipendono dalle abitudini commerciali che vi si sono sovrapposte. Una precisazione abbastanza elementare, diventata a Palermo una posizione negoziale.
Il sindaco Lagalla incontra, scrive, media. Nel frattempo, annuncia, parlando degli esercenti e della crisi da comunione posticipata: «Stiamo prevedendo nella distribuzione dell’avanzo di amministrazione una quota anche per loro». Per loro: i commercianti danneggiati dalle comunioni rinviate. L’idea è notevole: una scelta religiosa modifica le prospettive di incasso di alcune attività private e il Comune valuta di intervenire con denaro pubblico. Il ristoro ai ristoratori, questa volta, non per una chiusura imposta dallo Stato o per un’alluvione. Per un vescovo che allunga il catechismo. Il nuovo appuntamento di protesta è annunciato per il 5 ottobre davanti al palazzo arcivescovile. C’è ancora tempo per il dialogo. E per salvare qualche prenotazione.
A seguire fino in fondo la logica del compromesso, una soluzione potremmo perfino suggerirla noi: una festa a metà percorso. Chiamiamola mezza prima comunione. Una festa intermedia sarebbe il coronamento perfetto di questa storia. L’ideale, per un’isola dove ogni soluzione transitoria, ogni cosa lasciata a metà, diventa definitiva.
Immaginate. Il bambino continua a prepararsi, il vescovo conserva i suoi cinque anni, il ristorante apre la sala. Si festeggia il fatto che non si è ancora arrivati, ma si è comunque partiti. Una cerimonia di avanzamento lavori. Come si fa nei cantieri che si inaugurano e che non finiscono mai. Il sacramento resta intero, il ricevimento si può anticipare. E, terminato finalmente il percorso, nessuno impedirà di celebrare anche l’arrivo. Sarebbe spiacevole privare la comunità di un secondo momento di condivisione. L’acqua continua ad arrivare un giorno sì e un giorno no, una nuova banda dei kalashnikov prende il posto della precedente per gettare il panico in città, i cantieri del Pnrr aspettano. Ma la mezza prima comunione, almeno quella, è salva.
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