La provocazione di Mister Amarone: «A livello nazionale, due Doc su tre potrebbero esser cancellate senza contraccolpi. Per risolvere la crisi del vino meglio investire su generici regionali, come un “rosso veneto” o simili»
Quello del Prosecco Doc è un impero che si estende su quasi trentamila ettari e due Regioni. Quello dei Colli di Conegliano è un piccolo feudo da 17 ettari. Analizzare questi due estremi rende la varietà del Veneto del vino: 14 Docg, 29 Doc e 10 Igt. Realtà nell’ultimo periodo alle prese con il dibattito innescato da Mister Amarone, Sandro Boscaini, presidente di una realtà quotata in Borsa e attiva sui mercati mondiali come Masi Agricola. La sua è una voce ascoltata a livello globale. «A livello nazionale, due Doc su tre potrebbero esser cancellate senza contraccolpi. Molto meglio per risolvere la crisi del vino investire su generici regionali, ad esempio su un ‘rosso veneto’ o simili», aveva detto a inizio settembre, ragionando di una vendemmia alle prese con i cambiamenti climatici e delle soluzioni per affrontare un mercato in crisi: «Siamo in periodo di sovraproduzione – aveva aggiunto – non dobbiamo creare confusione nei consumatori».
I numeri
Declinato il ragionamento per dimensioni, in Veneto, tra le Doc, al netto della «corazzata» Prosecco (12.322 viticoltori, 1.110 aziende vinicole e 350 case spumantistiche), capace di investire ovunque, dalle Olimpiadi al Motomondiale, riesce a spingere sulla promozione solo il Pinot Grigio, seguito dal mondo dell’Amarone e a distanza tutti gli altri. Per il resto, sono investimenti locali, quello che diceva Boscaini: «Non riescono a vendere il loro vino fuori dal proprio territorio». I numeri danno l’idea più di mille parole. Sul fronte Docg, il Conegliano Valdobbiadene opera su 8.665 ettari, l’Asolo Prosecco su 2.469. Delle altre, solo i Colli Euganei superano i 100 ettari (sono 158). Alcuni esempi? Piave Malanotte a 18, Bardolino Superiore a 30. Per le Doc, oltre al già citato Prosecco, il Delle Venezie del Pinot Grigio tocca 11.314 ettari, il Valpolicella 8.614 e il Soave 4.353. In fondo alla classifica, tra quelle con più di 100 ettari, Lison Pramaggiore, 132, Vicenza, 150, Monti Lessini, 179.
Piccoli consorzi
Sotto, ancora, ci sono le «micro-denominazioni». Il caso emblematico è il consorzio Vini Colli di Conegliano. Guidato dalla presidente principessa Isabella Collalto de Croÿ, promuove eccellenze come il Bianco, il Rosso, il Refrontolo Passito (a base Marzemino) e il rarissimo Torchiato di Fregona. È la più piccola denominazione veneta (17 ettari, se la gioca con il Bagnoli Friularo) e produce circa 70 mila bottiglie all’anno (di cui 50 mila di rosso) nelle terre che il mondo conosce per le «bollicine». «Chi coltiva qui lo fa per amore della tradizione, non per guadagnare -, spiega Andrea Affili, giovane enologo e segretario del consorzio -. La terra costa, conviene piantare Glera. Preserviamo una tradizione, per tramandare il sapere anche nella vinificazione dei rossi, che altrimenti rischia di perdersi tra gli spumanti».
Comanda il Pinot Grigio
Un caso interessante è il Consorzio Vini Venezia, che oltre alle Docg Malanotte del Piave e Lison, ha tre Doc: Piave (160 ettari), Venezia (2.284, la parte del leone è del Pinot Grigio), Lison-Pramaggiore (132). In breve, su 10 milioni di bottiglie, 8 sono di Pinot Grigio e il resto si divide. Il presidente è Giorgio Piazza: «Concordo con Boscaini sul fatto che non abbia senso che una piccola Doc faccia vini di basso prezzo. Va cercata l’eccellenza nei prodotti di nicchia – dice -. Ma la soluzione non è cancellare identità e storia delle piccole produzioni. Piuttosto s’investa in comunicazione coi fondi europei o si chieda aiuto alle denominazioni più grandi».
Lavoro consortile,
Come si gestiscono Doc così piccole? Il Consorzio di Soave (5.000 ettari, 45 milioni di bottiglie, 150 milioni di valore) negli spazi della «Casa del Vino» ospita le «piccole» realtà di Arcole (300 ettari, 150 mila bottiglie, 400 mila euro), Merlara (50 ettari, 25.000 bottiglie e 100 mila euro) e Monti Lessini. Stessi uffici, stesso direttore (Igor Gladich) e presidenti diversi. Il consorzio dei Monti Lessini ha diviso in due la Doc: produce 1,3 milioni di bottiglie (35% metodo classico, resto Charmat) grazie al lavoro di 34 aziende (valore: 6 milioni). Gianni Tessari ne è il presidente: «Grazie al lavoro consortile, anche i piccoli produttori colgono opportunità che da soli non avrebbero la forza economica né organizzativa di affrontare».
Il mercato
Anche Giorgio Polegato, presidente di Coldiretti Treviso e della consulta regionale vitivinicola è scettico sull’abolizione delle Doc: «Sono prodotti di nicchia, non portano via nulla alle grandi denominazioni, non vanno demonizzate – dice -. La verità è che oggi il consumatore vuole vini diversi: si cercano prodotti leggeri, senza troppo alcol. Io non berrò mai un Amarone di 12 gradi, ma rimane il fatto che ora si cercano rossi più light, moderni, beverini rispetto a qualche anno fa».
«Il tema che si pone è la sopravvivenza stessa delle piccole denominazioni -, conclude Roberto Dellai, export manager della storica cantina di Breganze che rappresenta 400 soci (la Doc è di 339 ettari) -. Se facessimo parte di consorzi più grandi, chi tutelerebbe il Torcolato? Credo che il problema attuale sia che il mercato vuole sempre meno vini rossi e che i produttori dovrebbero decidere se cambiare completamente le loro produzioni».
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