l’inflazione presenta il conto agli stipendi


Speciale Per Senza Bavaglio
Fiorina Capozzi
25 settembre 2025

L’inflazione torna a correre e riapre una questione che l’Italia non ha mai veramente chiuso: quella dei salari. Ogni volta che i prezzi accelerano, l’attenzione si concentra sui tassi d’interesse e sulle prossime mosse della Banca centrale europea. Molto meno su un problema altrettanto decisivo: quanto cresce l’economia, quanto crescono i redditi di chi lavora e quanto resta di quella crescita una volta pagato il conto dell’inflazione.

Perché un’economia non vive soltanto di stabilità dei prezzi. Vive di crescita, produttività, investimenti e redditi. E se il costo della vita aumenta più rapidamente delle retribuzioni, il risultato pesa nella vita di tutti i giorni. Detta in altri termini, la progressiva erosione del potere d’acquisto pesa sulle famiglie anche quando l’emergenza inflazione sembra rientrata.

Quanto costa questa distanza?

La questione va valutata in funzione del tipo di lavoro svolto. Tuttavia il caso dei lavoratori dell’handling aeroportuale, cioè i servizi svolti a terra per garantire il volo, è un caso utile a capire di cosa stiamo parlando. Secondo quanto ha ricostruito la Cub Trasporti, nel 2017 il minimo contrattuale della fascia più alta, il livello 1°S, era di 2.204,98 euro al mese. Nel giugno 2026 è arrivato a 2.419,75 euro. Ma, rivalutando il salario sulla base delle tabelle Istat, per conservare il potere d’acquisto di allora dovrebbe raggiungere oggi.

La distanza indicata è di 538,02 euro al mese. Già questa cifra basterebbe a far intuire la dimensione del problema. Ma la questione diventa inquietante se si proietta quel dato su dieci anni e sulle tredici mensilità: si arriva a quasi 70 mila euro.

Per un lavoratore collocato all’ultimo livello della tabella, il nono, la retribuzione è passata da 1.127,71 a 1.207,26 euro, contro un valore rivalutato di 1.501,83 euro. Il differenziale indicato è di 374,12 euro al mese, che proiettato su tredici mensilità per dieci anni equivale a 48.636 euro.

Non è la somma materialmente persa negli ultimi dieci anni, perché il differenziale si è formato progressivamente. È la proiezione decennale del divario esistente oggi. Ma rende immediatamente visibile la dimensione economica di una perdita di potere d’acquisto che le percentuali rischiano di nascondere. E racconta l’impoverimento della classe operaia e della classe media italiana, oltre che l’aumento delle diseguaglianze, come spiega il segretario della Cub, Antonio Amoroso.

Il problema non riguarda soltanto gli aeroporti

Il dato nazionale mostra che l’handling non è un’eccezione. Nel 2025 le retribuzioni contrattuali italiane sono aumentate del 3,1% e quelle effettive per unità di lavoro del 2,6%. Con un’inflazione armonizzata dell’1,6%, è stato il secondo anno consecutivo di recupero in termini reali. Ma il terreno perso negli anni precedenti è tutt’altro che recuperato.

Alla fine del 2025, secondo l’Istat, il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali era ancora inferiore dell’8,6% rispetto al 2019. Per il 2026 la dinamica salariale acquisita è stimata sopra il 2%, ma lo stesso Istituto avverte che nuove pressioni sui prezzi, in particolare energetici, rischiano di rallentare il recupero. Il punto, dunque, non è che gli stipendi siano rimasti nominalmente immobili. Sono aumentati. Ma sono aumentati troppo poco e troppo tardi per recuperare completamente ciò che l’inflazione aveva già portato via.

Il confronto europeo

Ed è guardando agli altri grandi Paesi europei che la debolezza italiana emerge con forza. L’Istat confronta le retribuzioni reali lorde effettive per dipendente nel 2025 con quelle del 2019. In Italia risultano ancora inferiori del 3,5%. In Francia il calo è più contenuto, -1,8%. In Germania sono tornate sopra i livelli del 2019, +0,7%, mentre in Spagna l’incremento raggiunge il 4%. Dietro questa differenza c’è anche una diversa dinamica delle retribuzioni nominali.

Prezzi salati
Prezzi salati

Tra il 2019 e il 2025 sono cresciute di circa il 16% in Italia e Francia, contro il 25,9% della Germania e il 26,4% della Spagna. Ma dietro i salari c’è soprattutto il problema della crescita. Nel lungo periodo il divario diventa ancora più evidente. Tra il 2007 e il 2025 il Pil reale italiano è aumentato appena dell’1,9%, mentre Francia, Germania e Spagna hanno registrato incrementi prossimi al 20%. L’Istat descrive una crescita italiana modesta accompagnata da una dinamica stagnante della produttività e segnala ritardi rispetto ai principali partner europei in tecnologia, innovazione, digitalizzazione e capitale umano.

Inflazione e tassi versus crescita

Il confronto europeo suggerisce che la questione salariale non si risolve inseguendo l’inflazione rinnovo dopo rinnovo. Un’analisi pubblicata nel 2026 dalla Direzione generale Affari economici e finanziari della Commissione europea rileva che i salari reali italiani sono diminuiti nell’arco degli ultimi tre decenni in un contesto di debole crescita della produttività e indica nel lento e incompleto adeguamento dei salari ai fondamentali economici uno dei problemi del sistema, richiamando anche un maggiore ricorso alla contrattazione di secondo livello.

È forse questo il punto che rischia di scomparire mentre tutta l’attenzione torna a concentrarsi sui tassi della BCE. Contenere l’inflazione protegge il valore dei salari. Ma senza crescita e produttività non ci sono salari più alti da proteggere.

Fiorina Capozzi
fi.capozzi@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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