Tutti si aspettano una legge di bilancio elettorale, ma proprio qui si proverà la serietà delle forze politiche. Al bando le mancette. Non hanno senso perché ci sarà anche qualcuno che apprezzerà il piccolo vantaggio nell’immediato, ma lo pagherà con il peggioramento futuro. La politica deve tornare a privilegiare la spiegazione sull’annuncio.
Basta parlare sempre di cose che solleticano la pancia dell’opinione pubblica. Ci si impegni piuttosto in un ragionamento serio sul futuro di questo Paese. Tutti facciano proprio un appello alla responsabilità delle classi politiche in un momento globale così delicato. Anche la fase di passaggio elettorale, più o meno lunga, andrebbe depoliticizzata nel senso più deteriore del termine per dare spazio al primato indiscutibile della politica e a un confronto-scontro che ne sia degno.
Non si tratta di raccogliere qualche voto lì e qualche voto qua. È una questione che riguarda davvero il nostro futuro come immagine del Paese per essere forti sia in Europa sia sulla scena internazionale. Se ti presenti come una classe politica che per raccogliere due voti è disposta a vendere tutto, allora non hai scampo. Bisogna almeno essere consapevoli che l’economia è una parte fondamentale della politica: che non può essere ridotta solo a tecnicismo. Perché con l’economia, al di là del pensiero superficiale che appare dominante, si orienta l’animo del Paese sulla rappresentazione di quello che è il suo presente e, soprattutto, di quello che potrà essere il suo futuro. Perché solo in questo modo puoi costruire la fiducia che è necessaria per sopportare le inevitabili difficoltà. Perché il Paese di Bengodi non esiste. Più prometti cose non realizzabili e più non avrai la fiducia che cerchi. Perché la delusione delle promesse non realizzate spingerà a rifugiarsi negli estremismi di destra o di sinistra.
Bisogna prendere atto che il consenso del brevissimo termine, quello dei sondaggi a ritmo quasi quotidiano, mostra la corda rapidamente e si traduce in un boomerang. Perché svela l’irrealizzabilità di ciò che propagandi in un tempo ormai sempre più rapido. La politica, al contrario, dovrebbe avere il coraggio di spiegare perché è necessario fare responsabilmente visto che non basta più neppure solo agire responsabilmente. Viviamo tempi in cui bisogna fare con la testa. Per capirci, la ripetizione è voluta, o incidi sulla testa delle persone, spieghi, convinci, elenchi i fatti, o te ne sbatti in modo miope e carichi un’ipoteca sugli anni a venire per tutti. È sempre grave questo modo di comportarsi, ma lo è particolarmente nel momento in cui stai finendo una legislatura tutta impegnata a pagare i debiti fatti nella legislatura precedente per circa 40 miliardi annui e altri 27 che ne restano per l’anno prossimo. Questo sterile dibattito politico sul “taglio più tasse io o tagli più tasse tu” appartiene alle irresponsabilità bipartisan degli ultimi decenni. Si nutre dell’annuncio, a volte realizzato a volte no, di “tasse bandiera” che non scalfiscono il peso della pressione fiscale su una dinamica lunga e strutturale. Perché sono tutti tagli di imposta appunto bandiera che non sono mai accompagnati da una seria analisi e conseguente ripensamento della spesa pubblica, nella sua quantità alta e qualità bassa. Questo tipo di spesa lo accetti come qualcosa di intoccabile e agisci con misure fiscali che non devono costare troppo e fare in compenso molta scena. Proseguire su questa strada sarebbe miope e, come detto, il solco è stato tracciato e consolidato nel tempo in modo bipartisan con promesse onorate o non onorate o magari solo a metà o solo per un periodo breve.
Il punto di fondo è che viviamo in un mondo segnato da un rialzo dei tassi per una crisi inflattiva congiunta a una crisi del debito nata negli Stati Uniti. I rendimenti dei titoli sovrani si alzano un po’ già di loro perché c’è un rischio di sostenibilità del debito globale generato prevalentemente dal peso e dalla crescita del debito americano e un po’ perché le banche centrali alzano i tassi per l’aumento dell’inflazione. La contemporaneità di questi due fenomeni determina il rischio di una tempesta perfetta sui bond. Che va evitata in modo assoluto sul piano globale così come, anche rispetto alle fibrillazioni già in atto, l’Italia ne deve continuare a rimanere fuori in modo altrettanto assoluto.
Questo rischio capitale obbliga a guardare meno al risultato del collegio delle suppletive a Reggio Calabria e più al contesto globale in cui operi con un’ulteriore rottura della catena globale del valore. Nel Regno Unito hanno sforato di 8,1 miliardi di sterline a maggio le proiezioni di deficit fatte a marzo. La Francia si appresta a fare l’ennesima revisione al rialzo del deficit di quest’anno, già previsto al 5,1% del Pil. La Germania è impegnata in un incremento strutturale del deficit che ha fatto salire i rendimenti dei Bund con il tentativo, rovinosamente fallito, di contenere attraverso la spesa pubblica l’avanzata dell’estrema destra.
Noi, nonostante il vuoto psicodramma del 3,1%, siamo gli unici ad andare in senso opposto. Nelle stesse due ore che l’Istat confermava questo dato, che ha alimentato la tempesta del solito bla bla italiano, gli investitori internazionali sommergevano il nostro Btp green con il consueto diluvio di domanda per oltre 110 miliardi a fronte di un collocamento di 8 miliardi. La politica, oggi più che mai, da parte di chi governa come di tutte le opposizioni, deve dimostrare il coraggio della responsabilità. Bisogna fare con la testa e muovere quelle degli elettori parlando al loro cuore con i fatti non con i proclami.
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