Conti pubblici, ecco di chi è la colpa del deficit al 3,1%


Non bastavano le toghe rosse. Di rosso ora si è tinto anche l’Istituto di Statistica presieduto dal professor Francesco Maria Cheli. Nominato, per onor di cronaca, dall’attuale governo. Le ricostruzioni giornalistiche concordano sull’irritazione di Giorgia Meloni per quel 3,1% del rapporto fra deficit pubblico e pIl con cui secondo l’Istat si è chiuso il 2025. Comprensibile: per un soffio (350 milioni o giù di lì) non siamo usciti dalla procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo. E in campagna elettorale è una cattiva notizia, perché non c’è biada da distribuire per raccattare voti.

Ma, essendo poco credibile un complotto dell’Istat contro il governo in vista delle elezioni, è utile cercare le ragioni per cui l’uscita dalla procedura d’infrazione è fallita. Perfino alcuni nell’opposizione, fra le pesanti critiche riservate al governo, hanno sempre riconosciuto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti la tenuta dei conti pubblici. E in effetti tale tesi si è impostacome credibile anche nei giudizi esterni, ad esempio quelli delle agenzie di rating. Tuttavia i dati della Ragioneria Generale dello Stato dimostrano che in questa narrazione non quadra tutto.

L’esplosione della spesa pubblica corrente

Una verità, come premessa, è incontrovertibile: a partire dal 2021, cioè più di un anno prima dell’ingresso di Meloni a Palazzo Chigi, la spesa pubblica in conto capitale è esplosa: gli stanziamenti di cassa per gli investimenti sono lievitati in un anno da 50,6 a 135,3 miliardi. Mantenendosi fra 140 e 150 miliardi fino allo scorso anno. Di certo una botta tremenda per il bilancio dello Stato. Ed è colpa delle risorse distribuite con il Superbonus: verissimo. Anche se bisognerebbe aggiungere che il gigantesco esborso è stato in parte generosamente compensato dai fondi europei del Pnrr.

Ma tant’è. Il governo ha sempre attribuito ogni difficoltà di bilancio agli esecutivi precedenti, sia pure dimenticando di aver sostenuto il Superbonus anche dall’opposizione. E a gran voce. Senza mai sottolineare, una volta arrivati al potere, il contributo decisivo che i fondi europei del programma Next Generation Eu ereditati dai predecessori hanno garantito alla crescita economica evitando il rischio di recessione.

Ma ciò che i riflettori hanno accuratamente evitato di inquadrare in questi quattro anni è la dinamica della spesa pubblica corrente, ossia quella che serve per il funzionamento dello Stato e dei suoi apparati, per pagare gli stipendi pubblici, provvedere a difesa, istruzione e welfare. Parliamo di una cifra che quest’anno, negli stanziamenti di cassa e al netto degli interessi sul debito, dovrebbe superare 788 miliardi. Con un aumento monetario di 104,8 miliardi rispetto al 2022, ma che per via dell’inflazione si riduce a un terzo. Comunque una bella cifra. Significa che il governo Meloni spende oggi per l’ordinario mantenimento della macchina pubblica, pensioni comprese, 34 miliardi l’anno più del precedente esecutivo tecnico di Mario Draghi.

Il conto della spesa sanitaria

Qui bisogna sgombrare il campo dall’idea che un aumento così rilevante sia dovuto ai maggiori impegni finanziari per il welfare decantati dalla maggioranza. Fra il 2022 e il 2026 la spesa sanitaria crescerebbe di 18 miliardi, ma considerando l’inflazione l’incremento reale è di appena 2,8 miliardi. Una miseria, alla luce del rapido invecchiamento della popolazione e dell’aumento delle aspettative di vita. Nel frattempo la spesa pensionistica lieviterebbe di 31 miliardi: tenendo però conto dell’inflazione (e per effetto dei limiti imposti alla rivalutazione degli assegni previdenziali) l’incremento monetario si tradurrebbe in un calo reale di 7 miliardi.

Dice invece molto la dinamica della spesa pubblica corrente di cassa anno per anno. Nel 2022, complice un’inflazione superiore all’8%, si è addirittura ridotta in termini reali del 2,3%. Ma l’anno dopo, il primo intero del governo Meloni, si sono aperti i rubinetti: la spesa corrente di cassa è aumentata entusiasticamente di 28,5 miliardi oltre l’inflazione: +3,84%. Nel 2024, a metà anno, scatta la procedura d’infrazione europea e la crescita della spesa corrente rallenta ma registrando pur sempre un aumento reale dell’1,7%: altri 13 miliardi in più. Fino a quando finalmente, nel 2025, scende dello 0,4%: 5 miliardi reali risparmiati. Ma non sufficienti per liberarsi della tenaglia di Bruxelles.

La non tanto rispettata spending review

Impossibile, nel mare dei capitoli di spesa del bilancio pubblico corrente, puntare il dito su alcune voci piuttosto che su altre. Di sicuro non si possono tirare in ballo le retribuzioni dei 3 milioni e passa di dipendenti pubblici: è noto che in questi anni hanno visto semmai diminuire il potere d’acquisto. Al contrario, le spese correnti dei ministeri hanno preso in alcuni casi a galoppare. Gli staff di ministri e sottosegretari si sono ingranditi in qualche circostanza fino all’inverosimile. Senza badare troppo a duplicazioni d’incarichi. Un esempio? I ministri delle Infrastrutture Matteo Salvini e degli Esteri Antonio Tajani dispongono ciascuno di un secondo staff a Palazzo Chigi per il ruolo di vicepremier. Quello di Tajani conta una quindicina di persone; Salvini ne ha invece 25. Con riflessi evidenti sui costi: 640 mila euro per Tajani, quasi 1,2 milioni per Salvini. Poi le consulenze, specialmente nella cosiddetta «transizione digitale», si sono moltiplicate in modo apparentemente incontrollato, a giudicare dai dati consultabili sul sito di Palazzo Chigi. Anche la presidenza del Consiglio ha registrato una massiccia iniezione di braccia: circa 600 persone in più fra il governo Conte-2 e l’attuale.

Fatti apparentemente marginali, ma che dimostrano una scarsa attenzione per un concetto basilare dell’aritmetica. Fondamentale anche per la gestione da «buon padre di famiglia» del denaro dei contribuenti. Concetto secondo il quale è la somma che fa il totale. Per rispettarlo era stato introdotto, vent’anni orsono al tempo del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, il principio della spending review, ossia la revisione della spesa pubblica per evitare sprechi e malversazioni grazie al controllo puntuale del portafoglio statale. La cosa è andata avanti fino al 2014, quando Carlo Cottarelli, commissario alla spending review nominato da Enrico Letta, ha spiattellato la prima vera ricetta per non buttare soldi dalla finestra indicando la possibilità di economizzare senza sforzi particolari poco meno di 34 miliardi nel solo 2016. Allora hanno pensato che era meglio non complicarsi la vita mettendo in crisi il principale strumento che certa politica manovra per gestire il consenso: la clientela. Così la spending review è defunta. Ma ora il conto da pagare è arrivato. (riproduzione riservata)


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