Gelo con Mosca, sintonia con Bruxelles: il nuovo corso dell’Ungheria di Péter Magyar


Il gesto più eclatante, in questi primi quattro mesi del governo di Péter Magyar, che dopo 16 anni è riuscito a spodestare Viktor Orbàn dal “trono” d’Ungheria, è stata l’espulsione di 10 diplomatici russi per “attività inaccettabili e incompatibili con la convenzione di Vienna”. Una mossa inaudita e clamorosa per una nazione che più d’ogni altra, negli ultimi anni, si era trasformata nel più esplicito avamposto del Cremlino in Europa. Ma è stato proprio questo, finora, il compito principale del nuovo governo guidato da Tisza, il partito europeista, di centrodestra, che alle ultime elezioni, lo scorso aprile, con il 53% dei voti ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi (141, su un totale di 199) al parlamento monocamerale ungherese, l’Országgyűlés: smantellare pezzo per pezzo il vecchio e tentacolare sistema di potere che Fidesz, il partito di Orbàn, aveva progettato per durare anche oltre la fine del suo mandato

Non una “transizione”, ma un totale ribaltamento e una ricostruzione, dal basso, della democrazia: colpendo la corruzione e il clientelismo che erano le fondamenta del sistema messo in piedi dall’ex dittatore ungherese (a definirlo così sono stati in molti, anche la ex vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, nel 2024); rimuovendo i “fedelissimi” che Orbàn aveva piazzato laddove contava, compreso il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, costretto a dimettersi lo scorso luglio dopo che il Parlamento aveva approvato la sua rimozione; nominando 5 nuovi giudici alla Corte Costituzionale; restituendo ai media cartacei, elettronici e radiofonici, la libertà d’informare senza il vincolo ossessivo della propaganda (la principale tv di stato, la M1, che si era scusata pubblicamente per aver “mentito per tanti anni”, aveva sospeso tutti i suoi programmi d’informazione il 7 luglio, per riprenderli il 20 agosto scorso, festa nazionale dell’Ungheria). Il sito International Journalists Association riporta anche un giudizio sulla qualità del primo bollettino della nuova era, durato 25 minuti: “Una trasmissione equilibrata che ha dato spazio all’opposizione e ha incluso voci critiche”. L’Ungheria è scesa quest’anno al 74º posto (nel 2010 era al 23º posto) nell’indice di libertà di stampa di Reporters sans frontières.

I fondi UE portano sollievo all’economia

E poi la ricucitura dei rapporti con l’Unione Europea, che più volte in passato aveva sanzionato l’Ungheria per violazione del principio dello stato di diritto e per l’applicazione di norme antidemocratiche, e che perciò aveva congelato miliardi di euro (10 miliardi di fondi di recupero e 6,4 miliardi di fondi di coesione) destinati a Budapest. L’UE aveva risposto quasi immediatamente al nuovo corso di Magyar, raggiungendo a fine maggio un accordo per lo sblocco di quei 16,4 miliardi di euro. Il che ha fatto bene sia all’immagine del governo sia ai conti economici dell’Ungheria, con un calo dei tassi d’interessi e un’inflazione che continua a mantenersi bassa (a settembre è all’1,3%), ben al di sotto della media registrata negli ultimi 12 mesi. Con il fiorino ungherese (l’Ungheria, nonostante abbia aderito all’Unione Europea nel 2004, non ha mai adottato la moneta comune: il nuovo premier si è posto l’obiettivo di entrare nell’eurozona entro il 2030) che negli ultimi mesi ha continuato a rafforzarsi sia sull’euro sia sul dollaro. “L’economia ungherese è tornata a una crescita più solida durante la prima metà del 2026, sostenuta da una spesa domestica più forte, dall’espansione dei servizi e da un miglioramento dell’attività industriale”, hanno scritto in un report pubblicato pochi giorni fa gli analisti della piattaforma CIJ World. “L’inflazione è diminuita sostanzialmente, aiutando a ristabilire il potere d’acquisto dei consumatori, ma investimenti e costruzioni sono rimasti deboli, come il mercato del lavoro. Il PIL è aumentato dell’1,7% nei primi sei mesi rispetto al primo semestre del 2025”. 

Più vicini all’Ucraina

Ma oltre al dato economico c’è quello più strettamente legato alla politica estera, con il riallineamento di Budapest a Bruxelles e la netta presa di distanza da Mosca. Anche se, dopo l’espulsione dei diplomatici russi (i dettagli delle motivazioni non sono stati resi noti), la nuova ministra degli esteri ungherese, Anita Orbán (nessuna parentela con l’ex primo ministro), si era affrettata a precisare che la decisione “non implica la rottura delle relazioni diplomatiche con la Russia: l’Ungheria intende continuare il dialogo necessario, basato sul rispetto reciproco e sull’adesione alle regole. Si tratta di una decisione volta a proteggere la sicurezza e la sovranità dell’Ungheria”. Al Cremlino però ci sono rimasti male. Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, a caldo ha commentato: “La nostra risposta sarà dura e dolorosa”. Mentre il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che inizialmente aveva definito le espulsioni “misure ostili”, ha lasciato la porta socchiusa: “Rimaniamo aperti a sviluppare ulteriormente i rapporti bilaterali. Non abbiamo alcuna intenzione di danneggiare il prezioso patrimonio e le esperienze dei rapporti tra Russia e Ungheria”. Ma una reazione diplomatica, da Mosca, di certo arriverà, anche se non è ancora chiaro di quale entità. Inoltre Magyar sta tentando di ridisegnare, sempre allineandosi all’UE, l’atteggiamento del governo ungherese verso l’Ucraina, con l’intento di allentare le tensioni con il presidente ucraino Zelensky, alimentate negli ultimi anni ossessivamente da Orbàn: “Le azioni della Russia in Ucraina rappresentano una minaccia per l’Ungheria, per l’Europa e per l’ordine globale”, è scritto nel documento del governo ungherese presentato pochi giorni fa a New York, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Un altro capitolo del rinnovamento imposto da Péter Magyar riguarda infine i servizi di base: la salute, l’istruzione, i trasporti, ambiti che Fidesz aveva assai trascurato soprattutto negli ultimi anni della sua parabola di governo. Nel biennio 2023-2024 l’Ungheria ha avuto il record per la spesa minore in sanità, rispetto al Pil, tra i 27 Stati membri dell’UE: 4,7% rispetto a una media del 7,4%. Scriveva al proposito l’istituto di ricerca economica ungherese GKI Economic Research, in un’analisi pubblicata alla fine di agosto: “Il cronico sottofinanziamento contribuisce direttamente al deterioramento della qualità dei servizi e delle infrastrutture sanitarie, oltre che alla crescente crisi della forza lavoro nell’assistenza ai pazienti. I sintomi più evidenti includono l’allargamento e l’allungamento delle liste d’attesa, oltre alla carenza di medici di base e infermieri”. Una questione enorme e certo di non rapida soluzione: la scorsa estate il governo ha stanziato un fondo straordinario per la riparazione e la manutenzione degli impianti di aria condizionata negli ospedali. Il che dimostra, quanto meno, l’intenzione di intervenire per alleviare i disagi dei pazienti ricoverati. Il primo ministro si è inoltre impegnato a rendere disponibili informazioni sui tassi di infezione nei vari ospedali e sui tempi di attesa per i servizi di ambulanza. Per quel che riguarda i trasporti, invece, il governo di Péter Magyar ha presentato a luglio quello che definisce “uno dei più grandi programmi di sviluppo ferroviario nella storia del paese”, stanziando circa 3.550 miliardi di fiorini (pari a quasi 10 miliardi di euro) per modernizzare la rete ferroviaria nazionale entro il 2035 (“Il trasporto su ferro – hanno spiegato – è una priorità strategica nazionale”). Inoltre, tra i primi atti compiuti, il governo Magyar aveva disposto la chiusura definitiva dell’Ufficio per la “Protezione della Sovranità”, che Fidesz aveva istituito verso la fine del suo mandato.

Orbàn accusa e minaccia

Intanto Viktor Orbàn, che dopo la sonora e inaspettata sconfitta elettorale si era eclissato, ha ritrovato la voce, intervistato pochi giorni fa dal canale televisivo HírTV. “Tisza sta ingannando gli elettori”, ha sostenuto, criticando le scelte economiche e politiche del governo Magyar. “Invece di proteggere gli interessi ungheresi si stanno piegando alle aspettative di Bruxelles”. Ma la “voce grossa” dell’ex primo ministro non sembra più in grado di far paura, almeno non quanto accadeva prima, quando era ancora al potere e poteva contare su una rete di “complicità” interne e internazionali (qui un’interessante analisi della Carnegie Endowment For International Peace sugli impatti internazionali dei populismi di destra, compreso l’esempio ungherese). Ma la contesa tra il vecchio e il nuovo primo ministro potrebbe essere appena alle prime mosse. È facile prevedere che uno dei terreni di scontro possa essere l’azione del nuovo “Ufficio Nazionale per il Recupero e la Protezione dei Beni”: compito dell’agenzia sarà, in collaborazione con i magistrati, recuperare i beni appartenenti allo Stato sottratti da Fidesz nei 16 anni di guida del governo. Alla fine di agosto il Parlamento ungherese ha eletto Presidente della nuova agenzia la politologa Anna Unger.  Sulla possibilità effettiva di recuperare quei beni è lecito avere riserve, mentre è indubitabile la valenza politica dell’accusa. Al punto che lo stesso Orbàn aveva reagito aspramente, definendola “un’istituzione di tipo ÁVH” (la polizia segreta durante il regime comunista). Ma aggiungendo anche una minaccia nemmeno troppo velata: “Dobbiamo dire molto chiaramente che coloro che lavorano in questo ÁVH potranno evitare di essere chiamati a rispondere. Bisogna ora dirlo in anticipo, con calma: li seguiremo, pubblicheremo i nomi di ogni singola persona che lavora lì, chi sono, cosa fanno, a quali procedure hanno partecipato. Renderemo tutto questo pubblico”. Il primo ministro Magyar ha immediatamente reagito: “Queste minacce sono particolarmente gravi poiché le persone prese di mira sono funzionari pubblici che svolgono procedure legittime”. Dichiarazioni che potrebbero configurare il reato di violenza contro un pubblico ufficiale, ai sensi del Codice penale ungherese: se così fosse, Orbàn potrebbe essere incriminato.




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