Un patrimonio netto superiore a 12.000 miliardi di euro, oltre 6.000 miliardi di attività finanziarie, ma meno dello 0,7% investito direttamente nelle azioni quotate delle imprese italiane.
È il “paradosso del risparmio italiano” dal quale parte il rapporto “Il capitale di rischio e la crescita economica in Italia e in Europa”, curato da Giorgio Di Giorgio, Federico Guerra e Giuseppe Zito del CASMEF LUISS. Una disponibilità di ricchezza molto elevata che fatica a trasformarsi nel capitale necessario alle imprese per investire e crescere.
Il tema assume una dimensione ancora maggiore se spostato dall’Italia all’Europa. Dal 2000 al 2024 il Pil degli Stati Uniti è quasi triplicato, mentre quello europeo è cresciuto di appena 1,4 volte. Per finanziare transizione energetica, innovazione tecnologica e difesa comune, le esigenze di investimento europee vengono stimate in quasi 1.200 miliardi di euro all’anno. Eppure il continente dispone già di una grande riserva potenziale: le famiglie europee possiedono circa 40.000 miliardi di ricchezza e presentano una propensione al risparmio del 15%. Anche le PMI hanno un peso strutturalmente maggiore che negli Stati Uniti, generando il 56% del valore aggiunto europeo contro il 39% americano.
Il problema diventa allora mettere in comunicazione questi due mondi. In Italia le attività finanziarie delle famiglie hanno raggiunto 6.488 miliardi nel 2025, ma negli ultimi vent’anni sono aumentate mediamente soltanto del 2,6% all’anno in termini nominali e dello 0,7% in termini reali. Una crescita che evidenzia quanto la semplice conservazione della ricchezza non sia necessariamente sufficiente a proteggerne il potere d’acquisto nel lungo periodo.
La composizione dei portafogli aiuta a capire perché. Il 63% delle famiglie indica come priorità la sicurezza di non perdere il capitale e soltanto il 15% guarda al rendimento di lungo periodo. La liquidità arriva così a rappresentare il 36% dei portafogli italiani, contro appena l’11% negli Stati Uniti. I titoli di Stato pesano per un altro 8%, mentre alle azioni è destinato soltanto il 3%, a fronte del 30% negli Usa.
Gli effetti di questa impostazione diventano particolarmente visibili ampliando l’orizzonte temporale. Una simulazione dell’Associazione Italiana Private Banking (in foto, al microfono, il presidente Andrea Ragaini) mostra che 10.000 euro investiti trent’anni fa sarebbero diventati circa 20.800 euro mantenendo un portafoglio composto esclusivamente da liquidità, contro più di 90.000 euro in un portafoglio orientato alla crescita. Non è soltanto una questione di rendimento: la propensione a mantenere riserve liquide è alimentata anche dalla necessità di proteggersi dagli imprevisti. L’Italia, con appena 427 euro di premi danni pro capite, si colloca all’ultimo posto tra i Paesi europei considerati dall’analisi.
Il rapporto CASMEF concentra ulteriormente l’attenzione sul capitale domestico. Dei più di 6.000 miliardi di attività finanziarie delle famiglie, circa 1.600 miliardi restano liquidi sui conti correnti, mentre meno dello 0,7% del patrimonio finanziario complessivo è investito in azioni quotate di imprese italiane. Sul versante opposto, appena il 10% delle imprese ricorre ai mercati dei capitali.
Il confronto internazionale rende evidente la distanza. La capitalizzazione di Borsa Italiana equivale al 38% del Pil, mentre in Francia raggiunge il 100% e in Svezia addirittura il 159%. Anche il venture capital italiano resta dimensionalmente ridotto: vale appena un quinto di quello francese o tedesco.
C’è poi il problema della progressiva riduzione del perimetro della Borsa. Tra il 2023 e il primo semestre del 2025 sono stati registrati 86 delisting contro 62 nuove quotazioni, con una perdita di capitalizzazione superiore a 44 miliardi di euro. I dati Consob aggiornati a giugno 2026, sottolinea il rapporto, confermano la prosecuzione della tendenza sia sul mercato principale sia su quello dedicato alle aziende di minori dimensioni. E soltanto il 3% delle medie impreseconsidera possibile una quotazione nel prossimo triennio.
A frenare l’apertura del capitale contribuiscono i costi di quotazione e compliance, soprattutto per le PMI, ma anche ragioni culturali legate al timore degli imprenditori di perdere il controllo della società. A questo si aggiunge la concorrenza del private equity, capace in alcuni casi di offrire valutazioni più interessanti e maggiore flessibilità rispetto alla quotazione.
Il rapporto individua un limite anche nell’offerta di capitale. Tra il 2018 e il 2024 il contributo delle famiglie al debito sovrano è aumentato del 47%. Prodotti come BTP Valore, BTP Italia e BTP Più, grazie a rendimenti competitivi, hanno attirato risorse che avrebbero potuto essere destinate anche al mercato azionario. E gli investitori istituzionali contribuiscono relativamente poco: le assicurazioni italiane destinano all’equity domestica appena il 4% delle riserve Vita, mentre per i fondi pensione la percentuale scende al 3%.
A complicare il quadro c’è l’educazione finanziaria. Tra il 2020 e il 2023 il punteggio medio italiano è migliorato da 10,2 a 10,6 su 20, ma il Paese rimane nelle posizioni basse dell’Ocse. Secondo il rapporto, questa fragilità contribuisce alla preferenza per liquidità e debito pubblico rispetto agli investimenti in capitale di rischio.
Eppure, dal lato delle imprese, alcuni dati suggeriscono quanto possa pesare la struttura finanziaria sulla crescita. Un’analisi AIPB-Prometeia condotta su 450 bilanci confronta l’andamento del fatturato tra il 2022 e il 2024: le aziende che diversificano maggiormente le fonti di finanziamento presentano un differenziale medio di crescita del +106%rispetto alle altre; quelle caratterizzate da maggiore apertura del capitale del +46%; quelle che hanno pianificato la continuità aziendale del +64%. Nonostante questo, più di un imprenditore su tre non si è mai posto il problema della diversificazione delle fonti finanziarie e strumenti come private equity, minibond e club deal restano poco conosciuti.
È proprio nell’incontro tra questi due mondi che AIPB individua uno spazio di intervento per la consulenza patrimoniale.
La platea potenziale è costituita da 88.000 aziende con più di dieci addetti che hanno già una relazione bancaria sul fronte dei finanziamenti e, dall’altro lato, da 12 milioni di famiglie con almeno 50.000 euro di ricchezza finanziaria investibile. Queste ultime rappresentano complessivamente un patrimonio di circa 3.500 miliardi di euro.
Il private banking parte da una posizione particolare: gestisce già 1.400 miliardi di euro, dei quali il 30% fa capo a imprenditori. Impresa e patrimonio personale si trovano quindi spesso all’interno della stessa relazione di consulenza. E il 91% dei clienti private dichiara di aver migliorato le proprie competenze finanziarie grazie al confronto con il private banker.
Il collegamento con l’economia reale è già misurabile. Il contributo integrato del private banking ha raggiunto circa 168 miliardi di euro alla fine del 2024, il 39% in più rispetto al 2018. Ancora più significativo è il peso sul mercato azionario domestico: oltre l’83% delle azioni di società italiane quotate possedute dalle famiglie è detenuto da clienti Private.
Il quadro normativo, nel frattempo, sta cambiando. La Legge Capitali ha semplificato alcune procedure di quotazione, ridotto gli oneri informativi e rafforzato il voto plurimo. La riforma del TUF, attuata con il Dl 47/2026, ha introdotto le “società di partenariato” per private equity e venture capital e favorito i fondi chiusi semi-liquidi. Il Fondo Nazionale Strategico Indiretto, promosso da MEF e CDP, punta invece a mobilitare 1,5 miliardi di euro a partire dal 2026 a sostegno della liquidità delle PMI quotate. A fine 2025, inoltre, i fondi PIR-compliant avevano raggiunto un patrimonio di 26 miliardi.
Il rapporto non si limita alla diagnosi e propone tre strumenti per allargare la partecipazione agli investimenti.
Il primo è un sistema volontario di micro-risparmio automatico, attraverso il quale una quota compresa tra il 3% e il 5% delle transazioni digitali con carta verrebbe accantonata e, raggiunti ad esempio 100 euro, investita in fondi destinati alle PMI o co-investiti dal FNSI.
Il secondo è un “Cash Forward” previdenziale: utilizzare l’infrastruttura tecnologica sperimentata con il cashback per destinare alla posizione previdenziale individuale degli under 65 l’1% dell’Iva generata dai consumi elettronici, prevedendo per i più giovani una maggiore esposizione agli investimenti azionari.
Il terzo strumento guarda direttamente alle nuove generazioni: una dote annuale di 500 euro per ogni studente universitario, da versare in una posizione individuale di investimento a lungo termine. Con una platea ipotizzata di 1,5 milioni di studenti, il costo per lo Stato sarebbe di circa 750 milioni di euro l’anno. L’obiettivo sarebbe insieme finanziario e culturale: avvicinare i giovani ai mercati e costruire fin dall’università un capitale progressivamente alimentabile nel corso della vita.
Dietro queste proposte c’è l’idea di quello che gli autori definiscono “capitalismo popolare”: ampliare la base degli investitori e trasformare gradualmente una parte della ricchezza oggi inattiva in capitale per imprese, innovazione e crescita.
La dimensione potenziale dell’operazione è sintetizzata anche dai calcoli di Confindustria. Secondo il vicepresidente Angelo Camilli, indirizzando verso l’economia domestica appena l’1% dei risparmi delle famiglie oggi presenti su conti e depositi e il 2,5% delle risorse degli enti previdenziali, sarebbe possibile attivare un flusso nell’ordine dei 25 miliardi di euro. “Una vera manovra”, l’ha definita Camilli. Perchè all’Italia non manca il risparmio; manca ancora un collegamento sufficientemente ampio tra quel risparmio e il capitale delle imprese
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