Un po’ come ai mondiali di calcio, l’Italia rischia di venire esclusa dalla corsa globale all’innovazione. Il Paese continua a scontare un significativo ritardo nella creazione di unicorni, le società che hanno un valore sopra il miliardo di dollari, e di soonicorn, le società che hanno buone possibilità di superare questa soglia. Si contano oggi, in particolare, nove unicorni italiani che assieme valgono 28 miliardi di euro, e alcune decine di soonicorn.
Unicorni, il divario tra Italia ed Europa
A livello storico il totale sale a 14, se si contano le startup acquisite da multinazionali o che hanno subito ricalibrazioni di valutazione. Numeri impietosi, se confrontati con quelli dei principali partner europei. E soprattutto con gli Usa, che dal 1990 a oggi hanno visto la nascita di oltre 2 mila unicorni, i quali assieme valgono più di 30 mila miliardi di dollari. In Europa, stando alle rielaborazioni di Business People* sugli ultimi tre decenni da provider globali di dati e intelligence internazionali, svetta il Regno Unito a quota 185 unicorni per un valore di 220 miliardi di euro. Tra i nomi più noti, Revolut, Checkout e Deliveroo. Il Paese di Sua Maestà domina soprattutto nei settori fintech e AI e può contare su Londra che si è imposta come principale hub finanziario europeo.
Più contenuti i dati continentali, anche se più alti di quelli al di qua delle Alpi. La Germania, forte di una tradizione industriale all’avanguardia nelle fintech e nel software b2b, ha sfornato oltre 74 unicorni per un valore di circa 193 miliardi di euro, sviluppatisi in gran parte all’interno dell’ecosistema Berlino/Monaco di Baviera, tra cui Celonis, N26 e Trade Republic. La Francia a livello storico ha superato i 60 unicorni per totali 147 miliardi di euro, tra cui Doctolib, Mistral AI e BlaBlaCar, grazie anche a una strategia nazionale avviata dal governo Macron, che ha fatto dell’innovazione uno dei pilastri della politica industriale. I piccoli Paesi nordici (55 unicorni per 124 miliardi di euro) sono tra i più efficienti del Vecchio Continente: la Svezia ha dato i natali a nomi del calibro di Spotify, Klarna e Northvolt, la Danimarca a Pleo, la Finlandia a Supercell. Persino la Spagna, con i poli di Madrid e Barcellona, ha scalato posizioni in classifica grazie a 18 unicorni per un valore di oltre 26 miliardi di euro, tra cui Glovo, Idealista e Wallapop.
Grazie a un forte sostegno pubblico agli investimenti, leggi ad hoc, incentivi fiscali e procedure semplificate per la costituzione delle imprese, le startup spagnole sono riuscite a raccogliere oltre 3 miliardi di euro dai venture capital lo scorso anno, quasi il doppio delle loro pari italiane nello stesso periodo.
I punti di forza del tech tricolore
In Italia solo una parte degli unicorni è nata come startup “classica” finanziata da incubatori: la maggior parte è cresciuta autonomamente o con il supporto di venture capital nelle fasi successive. Con Milano come principale polo dell’ecosistema, i nove unicorni italiani hanno seguito percorsi di crescita differenti, sia per quanto riguarda la raccolta di capitali sia per le strategie di espansione internazionale. Alcuni hanno fatto leva principalmente su importanti round di venture capital, mentre altri hanno finanziato la crescita con gli utili aziendali o attraverso la quotazione in Borsa.
Bending Spoons è un caso esemplare. Fondata nel 2013 nel capoluogo lombardo, ha raccolto circa 600 milioni di euro da investitori come Nuo Capital e Tamburi nelle fasi iniziali della crescita, per poi finanziare l’espansione grazie alla forte generazione di cassa e a operazioni di debito. Oggi opera in oltre 150 Paesi e serve centinaia di milioni di utenti, per merito di una strategia di acquisizioni molto aggressiva che l’ha portata ad acquisire piattaforme internazionali come Evernote, Meetup, WeTransfer e Brightcove. A fine giugno ha lanciato la sua offerta pubblica iniziale al Nasdaq, il listino americano di riferimento per i titoli tecnologici, puntando a raccogliere fino a circa 1,8 miliardi di dollari (oltre 1,5 miliardi di euro) e a raggiungere una valutazione di mercato fino a 18 miliardi di dollari*.
Con sede nel Lecchese, a Cernusco Lombardone, Technoprobe rappresenta un modello opposto: l’azienda è cresciuta quasi esclusivamente grazie all’autofinanziamento e agli investimenti della famiglia fondatrice, arrivando alla quotazione in Borsa nel 2022 senza ricorrere a venture capital. Opera su scala globale servendo i principali produttori di semiconduttori e negli ultimi anni ha effettuato alcune acquisizioni industriali, soprattutto negli Stati Uniti, per rafforzare la propria leadership nelle probe card.
Anche la torinese Reply, presente in oltre 20 Paesi, ha seguito un percorso di crescita autonomo. Quotata dal 2000, ha finanziato l’espansione con la redditività aziendale e il mercato dei capitali, acquisendo operatori altamente specializzati in consulenza, AI e cloud computing. La milanese Domyn (ex iGenius), specializzata in AI, ha raccolto invece uno dei maggiori finanziamenti tramite il venture, circa 650 milioni di euro da United Ventures, Vertis, Cdp Venture Capital e altri investitori internazionali.
Un percorso simile è quello seguito dai due gioielli del fintech italiano: Satispay ha raccolto oltre 700 milioni di euro attraverso diversi round di investimento guidati da importanti fondi internazionali come Addition, Greyhound Capital e Tencent; Scalapay ha beneficiato di una raccolta di circa 650 milioni di euro, con investitori quali Tiger Global, Tencent, Fasanara Capital e Poste Italiane. Prima Assicurazioni, dopo il finanziamento da 100 milioni di euro da Goldman Sachs e Blackstone nel 2018, ha visto lo scorso anno l’ingresso del Gruppo francese Axa, che ha rilevato la maggioranza per 538 milioni di euro.
La Namirial di Senigallia (Ancona), l’unica con headquarter nel centro Italia, è uno degli esempi di consolidamento europeo, con una strategia di crescita sostenuta prima dal fondo Ambienta e successivamente da PSG Equity e Bain Capital. La milanese Facile.it è stata sostenuta invece da fondi di private equity, prima Oakley Capital e successivamente Silver Lake.
E i prossimi unicorni tricolori? L’Italian Tech Landscape 2026 in un recente report ha individuato una decina di soonicorn, che hanno a oggi ricavi complessivi per 354 milioni di euro e rappresentano, quindi, il segmento più maturo dell’ecosistema tecnologico nazionale. Tra queste, Unobravo (124 milioni di euro di fatturato), BizAway (116 milioni) e Musixmatch (75 milioni). Secondo il report, l’Italia conta complessivamente 34 aziende considerate potenziali future unicorno, collocandosi al quindicesimo posto a livello mondiale e al sesto in Europa per numero di realtà ad alto potenziale di crescita. Le possibilità di recuperare, insomma, non mancano.
Le ragioni del ritardo e i punti di forza
Nonostante un tessuto imprenditoriale ricco di competenze e una forte vocazione manifatturiera, l’Italia fatica a trasformare ricerca, talento e idee in imprese ad alta crescita. La scarsa presenza di unicorni ha quindi ragioni molteplici. In primo luogo, si investe meno della media europea in ricerca e sviluppo, sia con risorse pubbliche sia private. A questo si aggiungono una limitata disponibilità di capitale di rischio, soprattutto nelle fasi di crescita delle startup, una burocrazia che rallenta la nascita e lo sviluppo delle imprese innovative e una frammentazione dell’ecosistema, con poli di eccellenza concentrati prevalentemente nel Nord del Paese.
Pesano anche fattori culturali. L’avversione al rischio, la scarsa propensione a finanziare progetti ad alta incertezza e le deboli connessioni tra capitali, università, ricerca e industria rendono più difficile trasformare le innovazioni in aziende globali. Certo, il talento non manca, ma troppo spesso le migliori idee e competenze si ritrovano a cercare all’estero i capitali necessari per crescere. Negli ultimi anni il quadro mostra comunque segnali incoraggianti: gli investimenti sono in aumento, il numero degli unicorni è cresciuto e l’ecosistema tech italiano sta acquisendo maggiore maturità. Tuttavia, per colmare il divario con i principali Paesi europei sarà necessario rafforzare gli investimenti in innovazione, semplificare il contesto normativo e creare un ambiente più favorevole alla nascita e alla crescita di imprese tecnologiche capaci di competere sui mercati internazionali.
Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance, in una recente audizione alla Camera ha ricordato che il nostro ecosistema dell’innovazione, nonostante abbia registrato negli ultimi anni uno dei più alti tassi di crescita annui tra i Paesi dell’Unione Europea, deve comunque riuscire ad attrarre quelle classi di investitori che sono timidi in Italia ma non all’estero, cioè investitori istituzionali, quali i fondi previdenziali e assicurativi, e corporate. L’Italia, infatti, dispone di punti di forza importanti: un’elevata qualità della ricerca in alcuni settori, competenze industriali riconosciute a livello internazionale e un numero crescente di startup attive nell’AI, nella cybersecurity, nella space economy e nelle fintech.
La sfida dei prossimi anni sarà trasformare queste eccellenze in aziende globali, aumentando la disponibilità di capitale, favorendo il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli alla crescita dimensionale delle imprese innovative. Se queste condizioni verranno consolidate, il numero di unicorni italiani potrà crescere in modo significativo entro la fine del decennio. E così la maglia nera nella classifica dell’innovazione resterà solo un ricordo.
Da startup a scale-up
Tobia Piovesan, Ceo di Perpethua, spiega perché per trattenere talenti e capitali servono un ecosistema più maturo, investimenti adeguati e una maggiore integrazione tra ricerca, finanza e industria
La fuga delle startup italiane all’estero si contrasta costruendo un ecosistema capace di accompagnare la crescita, non solo la nascita delle imprese. Ne è convinto Tobia Piovesan, Ceo di Perpethua, fintech che affianca le pmi nella fase di passaggio generazionale per garantire continuità e valore al business e supportarle nel processo di M&A.
Molti imprenditori e ingegneri italiani fondano e trasferiscono le loro aziende all’estero, dove trovano capitali e competenze. È possibile tamponare questa fuga?
Sì, ma non chiedendo semplicemente agli imprenditori di restare. Bisogna creare condizioni perché crescere in Italia sia competitivo rispetto ad altri ecosistemi. Il Paese non ha un problema di talento: la criticità emerge quando un progetto deve fare il salto dimensionale. In quella fase servono capitali pazienti, competenze manageriali, accesso ai mercati internazionali e strumenti di finanza straordinaria. Se questi elementi mancano, è naturale che le imprese più ambiziose guardino all’estero.
Perché in Italia il passaggio da startup a scale-up è più difficile rispetto agli altri Paesi europei?
Questo passaggio richiede un cambio di paradigma. All’inizio contano visione, prodotto e velocità; nella crescita diventano centrali governance, organizzazione, capitale, managerializzazione e capacità di acquisire clienti, partner o altre aziende. In Italia molte realtà innovative nascono con forte qualità tecnica, ma faticano a diventare piattaforme industriali. Il mercato dei capitali è meno profondo, il venture growth ancora limitato, le corporate meno abituate a investire in startup e molte pmi prudenti rispetto ad apertura del capitale, M&A e aggregazioni. Così molte aziende promettenti restano sottodimensionate.
Che cosa manca all’ecosistema economico e finanziario italiano affinché si possano sviluppare più imprese innovative di successo?
Una filiera completa della crescita. L’ecosistema startup è migliorato, ma il punto critico arriva dopo: quando l’impresa deve scalare, internazionalizzarsi, rafforzare il management, acquisire competenze o consolidare il mercato. Servono più investitori specializzati nelle fasi successive, maggiore coinvolgimento di investitori istituzionali e risparmio privato, banche capaci di sostenere anche operazioni di crescita e advisor che accompagnino gli imprenditori nelle scelte straordinarie. Il capitale, da solo, non basta: servono competenze, network industriali e una cultura più orientata alla crescita dimensionale.
Quali sono le riforme più urgenti che dovrebbe fare l’Italia per recuperare terreno?
Le priorità sono tre. Primo: rendere più semplice e conveniente investire capitale di rischio nelle imprese innovative, coinvolgendo anche fondi pensione, investitori istituzionali e patrimoni privati. Secondo: incentivare aggregazioni, acquisizioni e partnership industriali tra pmi innovative, perché molte eccellenze italiane competerebbero meglio se integrate in gruppi più solidi. Terzo: rafforzare il collegamento tra università, ricerca, industria e finanza, riducendo la distanza tra chi genera innovazione e chi può trasformarla in impresa scalabile. La sfida non è solo creare più startup, ma farle diventare aziende solide, internazionali e capaci di attrarre capitale e talento.
* Questo articolo è stato pubblicato su Business People di settembre 2026, scarica il numero o abbonati qui
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