Il sistema globale per gli aiuti umanitari è di fronte a un attacco senza precedenti: ideologicamente, finanziariamente (con lo sfacciato disimpegno imposto dal presidente americano Trump, che a gennaio 2025 ha deciso di smantellare l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale – USAID), e anche fisicamente, con un incremento costante e verificato degli episodi di violenza contro gli attivisti. E non si tratta di una contingenza temporanea, ma di una strategia di pressione decisa, voluta, pianificata. Come sostiene l’ONG britannica ALNAP (Active Learning Network for Accountability and Performance), che ha appena pubblicato un nuovo rapporto dal titolo “State of the Humanitarian System 2026”. Scrivono i ricercatori: “Quello attuale è uno dei momenti più impegnativi per l’azione umanitaria degli ultimi decenni. Nel 2022–25, i conflitti statali, gli shock climatici, gli sfollamenti e gli attacchi agli operatori umanitari sono aumentati proprio mentre la politica donatore-governo ha spinto a tagli drastici ai finanziamenti. La contrazione risultante ha costretto a scelte difficili su chi e cosa potesse sostenere l’azione umanitaria, mettendo in luce la dipendenza del sistema da pochi donatori e le decisioni politiche ed economiche al di fuori del suo controllo”.
E se fare politica vuol dire decidere, è altrettanto vero che ogni decisione porta conseguenze. Quelle del taglio ai finanziamenti umanitari sono drammatiche: soltanto nel 2025, 64 milioni di persone nel mondo non hanno ricevuto gli aiuti di cui avevano bisogno. Ancor più gravi gli effetti calcolati qualche mese fa da uno studio condotto dall’Instituto de Salud Global de Barcelona (ISGlobal) con finanziamenti del governo spagnolo e della Rockefeller Foundation, pubblicato sulla rivista medica The Lancet: se la tendenza attuale al ribasso dei finanziamenti dovesse continuare, “i tagli agli aiuti globali potrebbero portare ad almeno 9,4 milioni di morti aggiuntive entro il 2030. Si stima che circa 2,5 milioni di questi decessi siano bambini sotto i 5 anni”.
I tagli ai finanziamenti, in cifre
I ricercatori dell’ALNAP, nel rapporto appena pubblicato, mettono in ordine date e dati che rendono bene la complessità del problema. “Dopo anni di espansione, il finanziamento umanitario è entrato in un rapido declino che ha cambiato radicalmente la portata e l’ambizione della risposta internazionale. Nel 2024, c’erano 5.600 organizzazioni umanitarie con circa 835.000 dipendenti – 80.000 in più rispetto al 2021. Le organizzazioni non governative locali e nazionali e le organizzazioni comunitarie rappresentavano l’81% delle entità, mentre il 94% del personale umanitario era cittadino dei paesi in cui operava. Poi i bilanci si sono improvvisamente contratti a causa di un crollo generazionale dei finanziamenti. L’assistenza umanitaria internazionale (IHA) è diminuita di circa il 30%, passando da un picco di 47,5 miliardi di dollari nel 2022 a una stima di 33,3 miliardi di dollari nel 2025. Tra i 20 maggiori donatori umanitari al mondo, 13 hanno ridotto i loro contributi quell’anno. Solo gli Stati Uniti hanno tagliato il 55% dei loro finanziamenti umanitari (pari a 7,4 miliardi di dollari USA), mentre l’appello coordinato dall’ONU è stato finanziato solo al 35%. Nel 2025 l’assistenza ufficiale allo sviluppo è diminuita del 23,1% in termini reali, il calo annuale più marcato mai registrato”.
Il conto umano, chi rischia e dove
Come accennavamo prima, ogni decisione porta con sé delle conseguenze. Senza dimenticare che l’anno scorso è stato registrato il record delle guerre in corso a partire dal 1945, con una persona su sette nel mondo che attualmente vive sotto la minaccia di un conflitto armato. Guerre più diffuse, più persistenti e più letali rispetto agli ultimi decenni, con conseguenze umanitarie senza precedenti. Così i tagli ai finanziamenti di assistenza estera, avviati lo scorso anno dagli Stati Uniti ma seguiti anche da altre nazioni (tra le quali Regno Unito, Germania, Canada), hanno avuto un enorme impatto non soltanto sui civili coinvolti e travolti dai conflitti, ma anche sulle capacità logistiche delle organizzazioni e sulla loro “prima linea” d’intervento. Sempre l’ONG britannica ALNAP stima che circa il 9% delle organizzazioni umanitarie abbia cessato di operare nel 2025 (si tratta di circa 500 strutture: qui il database aggiornato delle organizzazioni con finalità umanitarie presenti nel mondo), proprio come effetto del taglio dei finanziamenti, mentre oltre 12.000 sono i dipendenti che hanno perso il lavoro. Quanto ai programmi, si calcola che lo stop imposto da Trump alle attività di USAID abbia portato, tra l’altro, alla chiusura delle cliniche per l’HIV in Sudafrica, alla chiusura dei programmi medici in Afghanistan e alla fine di numerosi progetti contro la malnutrizione e le malattie prevenibili in tutto il mondo.
Altro dato interessante è la ripartizione degli interventi nelle aree di crisi. Oltre la metà dei finanziamenti umanitari, per l’esattezza il 52%, è stato concentrato in cinque aree di crisi: il 19% nel Territorio Palestinese Occupato, il 12% in Siria, l’8% in Ucraina, stessa percentuale per il Sudan, mentre il 6% è stato rivolto allo Yemen. Il restante 48% dei fondi è stato destinato a interventi negli altri 164 contesti di crisi (l’International Rescue Committee individua, tra i principali scenari di crisi per il 2026, il Libano, il Burkina Faso, il Mali, la Repubblica Democratica del Congo, il Myanmar, Haiti, l’Etiopia, il Sud Sudan e il Sudan.
Operatori umanitari nel mirino, tra impunità e perdita di evidenze
Poi c’è il problema, enorme, dell’incolumità degli attivisti umanitari. Come aveva denunciato poco meno di un mese fa la stessa ONU, in occasione delle celebrazioni per la Giornata Mondiale Umanitaria. Con l’ufficio di coordinamento degli aiuti delle Nazioni Unite (OCHA) aveva rivelato che nel 2025 sono stati 907 gli operatori umanitari ad aver subìto episodi di violenza: 350 di loro sono stati uccisi (186 a Gaza, 71 in Sudan), il secondo bilancio più alto mai registrato. Ma sono oltre 1.000 gli attivisti assassinati negli ultimi tre anni: “E questo è inaccettabile” – aveva commentato Tom Fletcher, sottosegretario generale per gli affari umanitari e coordinatore per gli aiuti di emergenza di OCHA. Come è inaccettabile l’impunità per i responsabili di simili orrori. “Gli Stati – aveva proseguito Fletcher – devono rispettare il diritto internazionale umanitario e utilizzare ogni strumento a loro disposizione per proteggere i civili e i nostri colleghi. Per coloro che violano le regole, ci devono essere conseguenze reali”. Finora, nel 2026 (ma il dato risale allo scorso agosto), risultano 82 vittime tra gli operatori umanitari, con 97 feriti e 39 rapiti. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, aveva commentato così: “La disinformazione sta erodendo la fiducia. I finanziamenti umanitari vengono tagliati. E l’accesso umanitario è sempre più limitato”.
Ancor più dura l’analisi dell’Aid Worker Security Database (AWSD), che nel suo report 2026, titolata “Quando la minaccia è lo Stato”, pone l’accento su una questione tutt’altro che secondaria: “L’utilizzo crescente delle detenzioni degli operatori umanitari da parte degli attori statali – sostengono gli analisti – rappresenta una sfida strategica al diritto umanitario internazionale e alle norme. Questa tattica consente agli stati di controllare le narrazioni, ostacolare gli aiuti ed esercitare influenza nelle zone di conflitto, condizionando la stabilità globale e l’efficacia degli interventi umanitari. Evidenzia inoltre la natura in evoluzione del conflitto, dove vengono utilizzati mezzi non militari per raggiungere obiettivi strategici”.
Dunque ostacoli d’ogni genere: ideologici, finanziari, militari. Con gli operatori umanitari visti come un intralcio, spesso da eliminare, che tanto sugli scenari di guerra ricostruire con certezza le catene di responsabilità è sostanzialmente impossibile. Drammatico, al proposito, l’appello che da mesi continua a lanciare il presidente di Refugees International, Jeremy Konyndyk, ex funzionario di USAID durante l’amministrazione Biden: “Possiamo affermare con certezza che la riduzione dei finanziamenti dei programmi umanitari sta già uccidendo persone. La portata di tutto ciò è ancora difficile da comprendere appieno, anche perché i tagli agli aiuti stessi hanno reso più difficile farlo. Ad esempio, le cliniche sanitarie che prima raccoglievano dati sulla mortalità in molte comunità ora hanno chiuso. E dove si chiude non si raccolgono dati: stiamo andando alla cieca”.
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