Dal 1975 il Giornale nuovo di Indro Montanelli vive sotto un assedio quasi permanente. Alle elezioni politiche di quell’anno il quotidiano si schiera contro il PCI. La scelta si paga cara. Il salotto radical-chic milanese, da Inge Feltrinelli a Camilla Cederna, storica avversaria di Montanelli, bolla il giornale come fascista, mentre il corsivista Fortebraccio lo ribattezza il Geniale. Una stagione in cui la redazione fu irrisa, assediata e infamata. Accusata perfino di essere finanziata da misteriosi sceicchi. Montanelli replica a colpi d’inchiostro, definendo quel mondo un branco di «pagliacci, di buffoni, di cafoni della cultura». Tutta gente in malafede. Il danno commerciale resta reale. Gli edicolanti nascondono le copie in vetrina, portarsi dietro il giornale per strada diventa quasi un atto di sfida pubblica. E l’etichetta di fascismo, pur del tutto estranea a un giornale liberista, laico, atlantista e filoisraeliano, resterà appiccicata al Giornale per vent’anni.
A Milano, dove il Corriere resta radicato da un secolo, il Giornale non riuscirà mai a sfondare davvero. La sfida che Montanelli si era proposto, riconquistare la propria città, è quella che gli riuscirà meno di tutte. La tensione politica sfocia nella violenza il 16 aprile 1975, quando un militante missino uccide a Milano il diciassettenne Claudio Varalli durante l’assalto a una sede del MSI. E un carabiniere alla guida di un camion travolge e uccide Giannino Zibecchi negli scontri che seguono in corso Ventidue Marzo. Il magistrato che presiederà il processo agli agenti coinvolti nella morte di Zibecchi, assolti tutti, si chiama Francesco Saverio Borrelli. La notte tra il 16 e il 17 aprile un commando dell’ultrasinistra, armato di pistole e spranghe, assalta la sede del Giornale e tenta di irrompere in tipografia per fermare le rotative. Sono soprattutto i tipografi, non certo simpatizzanti di destra, a respingere l’attacco.
Il giornale, quel giorno, esce comunque, ma solo dopo che la redazione accetta di pubblicare un comunicato del Consiglio di fabbrica che accusava il Giornale di aver raccontato in modo tendenzioso la morte di Varalli. Il giorno dopo, sulle proprie colonne, Montanelli denuncia l’assenza delle forze dell’ordine, mai intervenute nonostante le richieste. Il giornale, nel frattempo, allarga il proprio raggio d’azione. Dal 22 gennaio 1976 il Giornale nuovo firma un accordo con Tele-Monte-Carlo per un telegiornale di dieci minuti, che prenderà lo stesso nome della testata. Montanelli, Cervi, Bettiza e Zappulli vi compaiono come commentatori politici, con gli editoriali portati a Montecarlo in automobile e letti in video da Antonio Devia. Biazzi Vergani, che per alcuni anni segue in prima persona il settore giornalistico dell’emittente, ricorderà come quell’esperienza gli avesse fatto intuire quanto l’informazione televisiva avrebbe presto creato problemi alla carta stampata.
La notorietà della testata cresce, secondo le stime interne, di un buon venticinque-trenta per cento. In maggio, dopo il devastante terremoto del Friuli, il giornale apre in redazione uno sportello di raccolta fondi. I lettori si presentano di persona in Piazza Cavour. E la sottoscrizione arriva a tre miliardi di lire, il settanta per cento dei quali offerti direttamente dai lettori, destinati alla ricostruzione di Tarcento, Montenars e Vito d’Asio. Il 1976, anno di elezioni politiche tese, vede il Giornale schierarsi apertamente. Di fronte all’avanzata del PCI, Montanelli coniò la battuta che lo avrebbe accompagnato per sempre, «Turiamoci il naso e votiamo DC», contribuendo all’elezione di trentatré dei quaranta candidati indicati dal giornale, tra cui, a sorpresa, Massimo De Carolis. Le vendite del giornale arrivarono quasi a triplicare. Tra gli eletti ci sono anche due big: Enzo Bettiza, al Senato tra i socialdemocratici, e Cesare Zappulli, tra i liberali.
Montanelli riconoscerà in seguito come un errore aver spinto in politica due collaboratori così stretti, convinto che un giornalista dovrebbe restare lontano dai palazzi per tutelare la propria indipendenza. Dopo il modesto risultato del PSI, Francesco De Martino si dimette da segretario. Al suo posto arriva Bettino Craxi, che all’inizio gode perfino della stima di Montanelli. A piacergli, ricorderà Paolo Granzotto, era proprio il cinismo con cui il nuovo segretario socialista maneggiava le ideologie, la sua energia, la rapidità dei riflessi. Sono anche gli anni in cui i finanziamenti della Montedison si esauriscono. Montanelli deve cercare nuovi sostenitori. Li trova prima nell’editore De Agostini. Poi, dal 1977, un giovane imprenditore edile milanese che si presenta alla clinica dove Montanelli è ricoverato con un orologio da taschino in regalo e una proposta concreta di ingresso nella società. È Silvio Berlusconi.
Indro vede nel Cavaliere l’incarnazione del “ghe pensi mi” meneghino. Accetterebbe il finanziamento anche a fondo perduto. Berlusconi preferisce entrare come azionista con una quota del dodici per cento, accollandosi i debiti della testata. Bettiza lo ricorderà come un uomo con un’adorazione speciale per Montanelli. Di un dinamismo eccezionale, che «non individuava mai con chiarezza i limiti tra il dire il vero e il non vero». Il 2 giugno 1977, Festa della Repubblica, due militanti delle Brigate Rosse del gruppo Walter Alasia, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, attendono Montanelli all’uscita dall’hotel Manin. Gli sparano otto colpi di pistola calibro 7,65 con silenziatore, quattro dei quali alle gambe. Un passante gli stringe la cintura attorno alla coscia per rallentare l’emorragia, mentre un cane al guinzaglio, affacciato tra le sbarre del vicino giardino pubblico, gli lecca il viso. Montanelli ripete di voler morire in piedi.
Il giovane cronista Dino Messina, collaboratore dell’Avanti!, si trova a passare proprio in quel momento e gli regge la testa mentre attende i soccorsi. Alla domanda su come si sentisse, Montanelli gli risponde, secco, «mi hanno fottuto». Nel pomeriggio le BR rivendicano l’attentato con un comunicato che definisce Montanelli un “noto reazionario” al servizio delle multinazionali. Arrivano subito migliaia di telegrammi. Oltre quindicimila. Da Golda Meir a Mike Bongiorno, che lo saluta con il proprio consueto «Allegria», conosciuto anni prima nel carcere di San Vittore durante l’occupazione tedesca. Poi Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Arnaldo Forlani. Gianni Agnelli scherza chiedendogli se non gli fosse bastata l’Abissinia. Berlusconi, che Montanelli conosce solo da poche settimane, si precipita in clinica in lacrime, tanto da dover essere consolato lui stesso dal ferito. Colpisce, in quei giorni, il comportamento del Corriere della Sera.
Mentre tutta la stampa italiana mette in prima pagina la foto di Montanelli colpito, il giornale di Via Solferino la relega a un titolo generico su un non meglio precisato «giornalista gambizzato». Tanto che Tommaso Giglio osserverà come nessuno studente di giornalismo alle prime armi avrebbe potuto proporre un titolo simile senza essere bocciato su due piedi. Segno che la frattura di quattro anni prima non si era affatto rimarginata. A rendere più amara la vicenda, in due salotti milanesi, quello della Feltrinelli e quello dell’architetto Gae Aulenti, si sarebbe brindato alla notizia, rammaricandosi solo che Montanelli se la fosse cavata. Una circostanza che Montanelli stesso, dal letto d’ospedale, commenterà con orgoglio, sostenendo di scegliere benissimo i propri nemici. Dal letto d’ospedale rifiuta di attribuire l’attentato al PCI, pur ritenendone corresponsabile trent’anni di propaganda che lo avevano indicato come fascista e nemico del popolo.
Dieci anni dopo, nel 1987, in un incontro al circolo della stampa vicino alla vecchia sede di Piazza Cavour, stringerà la mano a uno dei due attentatori, Bonisoli, uscito dal San Vittore con un permesso speciale insieme ad Azzolini. Un gesto di riconciliazione che i cronisti dell’epoca definiranno la vera chiusura simbolica degli Anni di piombo. Sarà lo stesso Bonisoli, il giorno dopo la morte di Montanelli nel 2001, a chiedere alla nipote Letizia Moizzi di poter riaprire in via del tutto eccezionale la camera ardente, per salutare per l’ultima volta chi lo aveva perdonato. Con l’ingresso di Berlusconi il giornale trasloca a Via Negri 4, dove Montanelli occuperà per quindici anni la stessa piccola stanza al terzo piano, arredata con un Arlecchino del pittore Mino Maccari, simbolo di un’Italia sempre serva di padroni diversi, una foto con l’amico Egisto Corradi, insieme a un piccolo busto di Stalin.
Il 1978 porta l’uccisione di Aldo Moro. Che Montanelli, pur non avendone mai nascosto l’avversione, tratta con toni misurati. Interrogato su come impostare il commento per Telemontecarlo appena appresa la notizia, la sua risposta fu di dirne tutto il male possibile. Ma «nei limiti della decenza». Lo stesso anno porta anche l’elezione di Sandro Pertini al Quirinale e di Papa Giovanni Paolo I, quindi Papa Giovanni Paolo II al soglio petrino. Nel giugno 1979, alle elezioni, il Giornale torna a indicare i propri candidati, questa volta chiedendo un voto più frazionato. Novantotto dei centodiciotto nomi segnalati risultano eletti. Zappulli conferma il proprio seggio, questa volta alla Camera, insieme a Egidio Sterpa. Alla fine dell’anno Berlusconi diventa socio di maggioranza. Rileva il 37,5 per cento delle azioni. Nasce così il patto, rispettato da entrambi, che lascia al direttore l’intera gestione editoriale e all’editore quella amministrativa.
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