quattro indagati nel caso della società genovese del caffè


GENOVA – Un sequestro per oltre 5,5 milioni di euro e un’inchiesta che coinvolge una società genovese molto nota attiva per anni nel commercio all’ingrosso del caffè. È il caso della Cice – Consorzio Italiano per il Commercio Estero Srl, finita in liquidazione giudiziale nel 2024 e ora al centro di un’indagine della Procura della Repubblica di Genova. Secondo quanto riportato dal quotidiano ligure Il Secolo XIX, che ha ricostruito nel dettaglio la vicenda, nei giorni scorsi i militari del Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Genova hanno eseguito un sequestro che ha interessato 17 unità immobiliari, tra appartamenti, box, cantine e magazzini situati a Genova, Moneglia, Prato Nevoso e all’Isola d’Elba, per un valore complessivo superiore a 5,5 milioni di euro.

Va subito detto che il procedimento giudiziario si trova ancora in una fase nella quale le responsabilità penali non sono state accertate in via definitiva e che le contestazioni formulate dagli inquirenti dovranno essere sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria.

Il caso Cice e la liquidazione giudiziale

Cice operava nel settore dell’import-export e del commercio all’ingrosso di caffè. La società è stata ammessa alla liquidazione giudiziale dal Tribunale di Genova con sentenza pubblicata il 22 novembre 2024, dopo che era stata dichiarata inammissibile una proposta di concordato preventivo. Dagli atti del Tribunale risulta che l’apertura della procedura era stata richiesta dalla Procura della Repubblica e da alcuni creditori.

Secondo la ricostruzione pubblicata da Il Secolo XIX, l’azienda aveva conosciuto in passato volumi d’affari rilevanti, per poi attraversare una progressiva fase di difficoltà finanziaria culminata nella crisi societaria.

L’indagine della Guardia di Finanza si è concentrata proprio sulla gestione economica e patrimoniale della società negli anni precedenti alla liquidazione.

Il sequestro da oltre 5,5 milioni di euro

Il provvedimento eseguito dalla Guardia di Finanza è un sequestro preventivo per un importo superiore a 5,5 milioni di euro. Oltre agli immobili, secondo le informazioni diffuse sulla vicenda, il provvedimento ha interessato anche conti correnti e quote societarie.

Come riferisce sempre Il Secolo XIX, la cifra è collegata ai finanziamenti ottenuti dalla società nel periodo dell’emergenza Covid.

Secondo la tesi investigativa riportata dalla stampa, tra il 2020 e il 2022 Cice avrebbe ottenuto circa 5,5 milioni di euro di finanziamenti pubblici previsti per sostenere le imprese durante la pandemia. Gli investigatori ritengono però che la situazione patrimoniale e finanziaria rappresentata dalla società non corrispondesse a quella effettiva.

Al centro degli accertamenti ci sarebbe, in particolare, la contabilizzazione delle rimanenze di magazzino.

Le contestazioni sui bilanci

Secondo la ricostruzione degli inquirenti riportata da Il Secolo XIX, il valore delle rimanenze sarebbe stato rappresentato nei bilanci in maniera non corretta, con conseguenze sulla rappresentazione delle perdite e della situazione patrimoniale della società.

La Guardia di Finanza sostiene che l’impresa si trovasse in una situazione finanziaria critica già a partire dal 2014. La tesi accusatoria è che, attraverso l’occultamento delle perdite e una presunta sopravvalutazione delle rimanenze, sarebbe stata fornita negli anni una rappresentazione non attendibile della situazione aziendale.

Le contestazioni formulate nell’indagine comprendono, tra le altre, le ipotesi di indebita percezione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.

Si tratta, è bene ribadirlo, della ricostruzione accusatoria, che dovrà essere verificata nelle successive fasi del procedimento.

Gli indagati e la posizione della difesa

Secondo Il Secolo XIX, nell’inchiesta risultano coinvolti Davide Torrice, Nello Mascia, Flora Bozzini e Maurizio Zugna, con contestazioni che non sono necessariamente identiche per ciascuna posizione.

Torrice, Mascia e Bozzini risultano legati alla gestione di Cice.

La difesa degli imputati contesta la ricostruzione degli inquirenti.

L’avvocato Angelo Paone, che assiste gli indagati, ha sostenuto – secondo quanto riferisce Il Secolo XIX – che i bilanci fossero corretti al momento della presentazione delle domande e che la svalutazione sia intervenuta successivamente.

Una posizione coerente con quanto riportato anche da altre fonti locali, secondo le quali gli amministratori hanno sostenuto di avere approvato bilanci corretti.

Le operazioni sulle partite di caffè sotto la lente degli investigatori

L’inchiesta tocca direttamente anche alcune operazioni commerciali relative al caffè.

Secondo quanto ricostruito da Il Secolo XIX, la Procura contesta ai dirigenti coinvolti di avere ceduto alcune partite di caffè a una società svizzera – ritenuta dagli investigatori riconducibile agli stessi indagati – a prezzi inferiori rispetto a quelli di mercato, per poi riacquistarle dalla stessa società a valori sensibilmente superiori.

Anche in questo caso si tratta di contestazioni formulate dall’accusa e non di fatti accertati con sentenza definitiva.

Un altro filone riguarda invece un presunto quantitativo di caffè indicato come presente in magazzino. Secondo l’ipotesi degli inquirenti riferita da Il Secolo XIX, tale merce sarebbe stata utilizzata come garanzia nei confronti di una società creditrice, consentendo di ottenere una dilazione del piano di rientro dal debito, ma il quantitativo indicato sarebbe stato in realtà inesistente.

Sempre secondo la ricostruzione del quotidiano genovese, i pagamenti si sarebbero poi interrotti nel gennaio 2023, lasciando nei confronti della società creditrice un’esposizione di circa 7,8 milioni di euro.

Il ruolo di Davide Torrice e il passato nel Ligorna

Tra i nomi al centro della vicenda c’è quello di Davide Torrice, 61 anni, già presidente del consiglio di amministrazione di Cice e figura conosciuta anche nel calcio dilettantistico genovese.

Come ricorda Il Secolo XIX, Torrice è stato per otto anni presidente del Ligorna, società calcistica della Valbisagno. Arrivato alla guida del club nel 2011, accompagnò la squadra in un percorso di crescita che la portò fino alla Serie D, categoria nella quale milita tuttora.

Proprio per la notorietà acquisita nel mondo sportivo, il suo nome ha dato particolare risonanza a un’inchiesta che riguarda però soprattutto la gestione e il dissesto di una società storicamente attiva nel commercio del caffè.

La vicenda giudiziaria non è conclusa

Il sequestro non rappresenta la conclusione del procedimento né un accertamento definitivo delle responsabilità.

Secondo le informazioni pubblicate da Il Secolo XIX, dopo la chiusura delle indagini gli interessati potranno esercitare le facoltà previste dalla legge, compresa la possibilità di chiedere di essere interrogati e presentare elementi a propria difesa. Spetterà successivamente alla Procura valutare le determinazioni da assumere.

Il caso Cice resta quindi una vicenda giudiziaria ancora aperta, nella quale alle ipotesi formulate dalla Procura e agli accertamenti della Guardia di Finanza si contrappone la posizione degli indagati e della loro difesa.

Per questo, in attesa delle successive decisioni dell’autorità giudiziaria, ogni ricostruzione deve mantenere ferma la presunzione di innocenza degli indagati fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.


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