Difesa e investimenti ESG: la posizione UE


Il rapporto tra investimenti sostenibili e spese per la difesa sta assumendo una dimensione nuova in Europa. L’aumento delle tensioni geopolitiche e la necessità per l’Unione europea di rafforzare le proprie capacità di sicurezza hanno infatti aperto una questione che fino a pochi anni fa appariva molto meno urgente: è possibile considerare compatibili gli investimenti nella difesa con i criteri ESG? (Questo tema è stato trattato anche nei servizi su Difesa e ESG e Difesa digitale n.d.r.)

Per molto tempo una parte rilevante del mercato della finanza sostenibile ha adottato politiche di esclusione nei confronti delle aziende della difesa, soprattutto per le implicazioni sociali ed etiche legate alla produzione di armamenti. La situazione sta però cambiando parallelamente all’evoluzione delle priorità strategiche europee.

La Commissione europea ha chiarito che il quadro normativo UE sulla finanza sostenibile non vieta il finanziamento del settore della difesa e non stabilisce un’esclusione generalizzata delle imprese che vi operano. Le regole sulla sostenibilità sono infatti concepite per essere applicate trasversalmente ai diversi settori economici. (Vai QUI per leggere il documento originale completo)

La questione diventa quindi più articolata: non si tratta di stabilire semplicemente se la difesa sia o meno “sostenibile”, ma di valutare le singole attività, le aziende coinvolte, i prodotti realizzati e i relativi rischi ESG.

Sicurezza e difesa possono rientrare nel concetto di sostenibilità?

Uno dei passaggi più delicati riguarda proprio la componente Social dell’ESG. La Commissione richiama la European Defence Industrial Strategy, nella quale l’industria europea della difesa viene riconosciuta come un elemento fondamentale per la resilienza e la sicurezza dell’Unione e, conseguentemente, per la pace e la sostenibilità sociale.

Si tratta di un’evoluzione nel modo di interpretare il rapporto tra ESG e difesa. La sicurezza non viene considerata soltanto come una questione militare, ma anche come una condizione necessaria per la stabilità delle società, il funzionamento delle istituzioni e la tutela dei cittadini.

Questo non significa, tuttavia, che qualsiasi attività legata alla difesa possa essere automaticamente classificata come sostenibile.

La Commissione precisa infatti che non esiste una presunzione a priori secondo cui le attività della difesa contribuiscano a un obiettivo sociale. La valutazione deve essere effettuata caso per caso.

Investire nella difesa non è vietato dalla finanza ESG

Uno dei chiarimenti più importanti del documento riguarda il punto relativo alle azioni della finanza ESG. Il quadro europeo della finanza sostenibile è neutrale rispetto al settore della difesa e non introduce limitazioni generali al suo finanziamento.

La Commissione invita quindi investitori, operatori finanziari, ESG rating provider, gestori di etichette ESG, index provider e altri soggetti del mercato a non applicare automaticamente alla difesa criteri differenti rispetto agli altri settori economici.

La logica dovrebbe essere quella della valutazione individuale dell’investimento, considerando contemporaneamente rischi ambientali, sociali e di governance.

Il nodo delle armi controverse

La neutralità settoriale non significa però assenza di limiti. Un’attenzione specifica riguarda le categorie di armamenti considerate problematiche dalla normativa e dalle convenzioni internazionali. Il quadro europeo prevede infatti specifiche disposizioni relative alle armi controverse, che assumono rilevanza anche nell’applicazione della SFDR.

È quindi necessario distinguere tra l’investimento genericamente effettuato nel settore della difesa e l’esposizione ad attività o prodotti soggetti a particolari divieti o restrizioni.

La due diligence dell’investitore diventa fondamentale per comprendere che cosa produce concretamente l’impresa, dove esporta i propri prodotti e quali rischi ambientali, sociali e di governance presenta.

Nessuna soglia automatica sul fatturato militare

Un altro chiarimento particolarmente importante riguarda le cosiddette revenue threshold, le soglie di fatturato utilizzate da molti fondi ESG per escludere determinate società. La Commissione chiarisce che il quadro europeo della finanza sostenibile non stabilisce soglie di esclusione basate sulla percentuale di fatturato generata dalle attività militari, né impone limiti alla quota di un portafoglio che può essere investita nella difesa.

Un’esclusione automatica di un’impresa perché, ad esempio, una determinata percentuale dei suoi ricavi deriva dalla difesa non discende quindi direttamente dalla normativa europea.

Secondo la Commissione, generalizzare questo approccio potrebbe risultare particolarmente penalizzante per le PMI europee specializzate nella difesa, che per dimensioni e caratteristiche produttive hanno minori possibilità di diversificare le proprie attività verso il mercato civile.

SFDR e difesa, cosa cambia per i fondi ESG

La questione assume particolare rilevanza per la Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR), la normativa che disciplina la trasparenza dei prodotti finanziari rispetto alle caratteristiche e agli obiettivi di sostenibilità. La Commissione ribadisce che la SFDR non impedisce di finanziare il settore della difesa.

Questo significa che la presenza di un’impresa della difesa all’interno di un portafoglio non rende automaticamente incompatibile quel prodotto finanziario con le caratteristiche di sostenibilità dichiarate.

La valutazione deve invece considerare le caratteristiche concrete dell’attività e il rispetto dei requisiti ESG applicabili.

Le spese per la difesa in relazione alla Tassonomia UE

Il documento affronta anche il rapporto con la Tassonomia europea, il sistema di classificazione attraverso cui l’UE stabilisce quali attività economiche possono essere considerate ambientalmente sostenibili.

Un punto essenziale è che un’attività che non compare nella Tassonomia non deve automaticamente essere considerata non sostenibile. La Tassonomia si concentra infatti su specifiche attività economiche e sugli obiettivi ambientali previsti dalla normativa, mentre il concetto più ampio di investimento sostenibile può comprendere anche valutazioni relative agli obiettivi sociali.

Di conseguenza, la mancata inclusione di determinate attività della difesa nella Tassonomia non equivale a un divieto di finanziamento.

Difesa e sostenibilità sociale: cosa sostiene la UE

Secondo la Commissione, gli operatori finanziari possono arrivare alla conclusione che determinate attività dell’industria europea della difesa, finalizzate alla tutela della pace e della sicurezza, contribuiscano a obiettivi sociali. Devono però essere rispettate alcune condizioni.

L’attività non deve compromettere significativamente altri obiettivi di sostenibilità e l’impresa deve rispettare buone pratiche di governance. Inoltre, l’analisi deve essere effettuata concretamente e non sulla base della semplice appartenenza dell’azienda al settore della difesa.

ESG non significa quindi automaticamente “no defence”

Il documento contribuisce a superare una delle semplificazioni che hanno caratterizzato parte del dibattito sulla finanza sostenibile: l’equazione secondo cui ESG significherebbe automaticamente esclusione della difesa.

La Commissione propone invece un modello basato sulla valutazione dei rischi e degli impatti. Appare in questo contesto relativamente importante che le aziende della difesa, come quelle appartenenti agli altri settori dell’economia, siano chiamate a migliorare le proprie performance ambientali, sociali e di governance. Mentre resta decisamente più rilevante il tema dell’utilizzo finale delle armi.

Il capitale privato può contribuire alla sicurezza europea

Molto pragmaticamente il tema considera il fabbisogno finanziario necessario per rafforzare l’industria europea della difesa. La possibilità di evitare esclusioni ESG indiscriminate potrebbe ampliare l’accesso del comparto ai capitali privati. Le valutazioni della Commissione indicano, ad esempio, che una maggiore apertura dei fondi classificati Article 8 SFDR potrebbe generare circa 25 miliardi di euro di ulteriori opportunità di investimento nell’arco di dieci anni.

Il cambiamento, peraltro, è già parzialmente in corso: dal 2022 l’esposizione alle società aerospace & defence dei fondi azionari europei Article 8 è aumentata sensibilmente.

Una questione ESG che è destinata a rimanere aperta

Il chiarimento normativo non elimina naturalmente il dibattito etico. La possibilità giuridica di investire nella difesa nell’ambito della finanza sostenibile non obbliga infatti un investitore a farlo. Gestori e proprietari di asset possono continuare ad adottare politiche di esclusione sulla base dei propri valori, delle strategie di investimento e delle preferenze dei clienti.

Ed è proprio qui che emerge la distinzione fondamentale: compatibilità normativa e scelta di investimento non sono la stessa cosa.

La posizione europea tende dunque a spostare il dibattito da una logica binaria – difesa sì o difesa no – a un’analisi più granulare. La domanda diventa quali imprese finanziare, quali attività sostenere, quali armi escludere, quali controlli applicare e quali condizioni ESG richiedere.

In questo nuovo scenario, sicurezza, resilienza e sostenibilità iniziano a essere considerate dimensioni potenzialmente complementari, ma la loro compatibilità deve essere dimostrata attraverso due diligence, trasparenza e valutazioni caso per caso.


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