Da quando Donald Trump ha messo gli occhi sulla Groenlandia, molte cose sono cambiate nell’isola artica. Ad esempio si vede un gran viavai di leader europei, soprattutto dalla Danimarca – di cui la Groenlandia è territorio semi-autonomo – ma non solo: arriva oggi Ursula von der Leyen, armata di buone intenzioni e discreti finanziamenti. Si vedono per la prima volta le reclute danesi, dislocate qui a farsi le ossa e a imparare come si fa la guerra tra i ghiacci. Si vedono – e questo non lo si può imputare a Trump – sempre meno ghiacci e acque più calde, ora popolate perfino da balene giganti, che qui non si sono mai viste.
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Se c’è un momento che ha cambiato la storia recente della Groenlandia è da collocare nel gennaio 2025, nei primi giorni della seconda amministrazione Trump, quando il presidente sorprendeva tutti con la sua volontà di possesso dell’isola artica, indispensabile a suo dire per la sicurezza degli Stati Uniti e dell’Occidente. Non negoziabile, alla Casa Bianca, una presenza molto più consistente in Groenlandia, dove già oggi c’è la base Usa di Pituffik. Con il passare dei mesi, invece, le dichiarazioni di Trump di presa della Groenlandia con le buone possibilmente, ma non esclusivamente, si sono un po’ intiepidite, ma l’isola non è mai uscita dai radar della Casa Bianca.
A gennaio 2026 Trump ha annunciato di aver definito con il segretario generale della Nato Mark Rutte un “quadro di riferimento per un futuro accordo” riguardo al territorio artico. Da allora, un gruppo di lavoro composto da rappresentanti di Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia si riunisce per discutere i passi successivi. Il ministro degli Esteri groenlandese, Mute Egede, nei giorni scorsi ha dichiarato durante un dibattito al Parlamento europeo che i negoziati con gli Stati Uniti sul futuro dell’isola artica sono in corso, “i funzionari stanno lavorando intensamente per risolvere la situazione. Purtroppo non posso rivelare i dettagli di tali colloqui, ma posso dire che il nostro dialogo è in corso”.
Nel frattempo è intenso il lavoro della Danimarca con la Groenlandia, e anche dell’Unione europea. Per la prima volta nella storia recente si vedono i soldati danesi in Groenlandia: tra le argomentazioni di Trump sulla necessità del controllo americano sull’isola c’erano le preoccupazioni sulla sicurezza e le accuse a Copenaghen e a Bruxelles di trascurare la difesa dell’Artico, una regione su cui Russia e Cina vogliono allargarsi. La Danimarca ha stanziato importanti somme per rafforzare la difesa artica, riconoscendo che poco si è investito negli ultimi anni: i coscritti danesi poi fanno parte di un programma, nell’ambito dell’esercitazione Arctic Endurance – a sua volta parte di Arctic Sentry della Nato – per addestrare i soldati al combattimento e alla sopravvivenza in condizioni climatiche estreme.
Sono i giorni della missione di Ursula von der Leyen, che si fermerà per qualche giorno in Groenlandia per cercare di consolidare il legame fra l’isola e l’Unione europea. Sono passati pochi giorni dal referendum in Islanda, da cui è emerso che la popolazione locale non vuole riprendere i negoziati sull’adesione con Bruxelles. Questa è però una regione strettamente connessa con l’Ue, tanto più la Groenlandia che già oggi formalmente ne fa parte attraverso la Danimarca. È il secondo viaggio a Nuuk di von der Leyen – a marzo 2024 inaugurò l’ufficio della Commissione Ue e firmò accordi di cooperazione per quasi 94 milioni -, in compagnia della prima ministra danese Mette Frederiksen e il primo ministro delle Isole Faroe Beinir Johannesen, per annunciare nuovi finanziamenti per l’isola. Si stima un pacchetto da 200 milioni di euro per il biennio 2026-2027 da destinare a settori quali i minerali critici, le energie rinnovabili e i cavi sottomarini, tra le altre priorità. Le risorse minerarie della Groenlandia fanno gola a tutti, a Washington come a Bruxelles, anche se operare qui non è affatto una passeggiata.
Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha detto alla Cnbc che “l’Ue ha chiarito il suo sostegno nei nostri confronti nella situazione geopolitica, rispondendo al contempo al nostro desiderio di una partnership ancora più forte. Attendo con grande interesse i prossimi giorni e non vedo l’ora di condividere ulteriori dettagli sull’importanza della Dichiarazione congiunta per la Groenlandia”.
Secondo gli analisti la missione di Ursula punta alla sicurezza artica, agli investimenti economici e infrastrutturali e a una più ampia cooperazione nell’Atlantico settentrionale. Tutte le ansie di questi giorni sulla guerra ibrida russa, sulle operazioni di sabotaggio, sulle attività scientifiche dual-use condotte nell’estremo nord da russi e cinesi, tutto questo si amplifica quando si parla del Giuk – il passaggio marittimo strategico tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito che collega l’Artico all’Oceano Atlantico – ancor di più da quando non c’è sintonia fra Washington, Ottawa, Londra e Bruxelles, per il bullismo diplomatico di Donald Trump. Jozef Síkela, commissario per i partenariati internazionali, ha messo in evidenza che “lUe investe da decenni nell’istruzione artica, nella pesca e nel turismo sostenibile. 372 milioni di euro nella ricerca artica attraverso Horizon, 273 milioni di euro attraverso Interreg. Non siamo nuovi in questo campo. Ma il contesto odierno richiede di più”.
Il contesto odierno è l’imprevedibilità della Casa Bianca, ma anche l’ormai prevedibile effetto del cambiamento climatico sulla Groenlandia. La missione europea Copernicus Sentinel-1, come si legge sul sito dell’Esa (Agenzia spaziale europea), ha immortalato un distacco imponente nel ghiacciaio Petermann, con un’isola di ghiaccio di 76 km quadrati, grande quanto Manhattan con uno spessore stimato fino a 150 metri, che si è staccata il 4 agosto scorso – il distacco più significativo dal 2012. Ed è improbabile che sia l’ultimo, perché gli scienziati si attendono che altre isole di ghiaccio giganti (con una superficie stimata di 97 e 87 km quadrati) si distacchino molto presto.
Con il riscaldamento delle acque la banchisa marina sta scomparendo dalla Groenlandia orientale. Uno studio durato decenni, riportato da Bbc, ha osservato una novità assoluta, con l’arrivo in queste acque di alcune delle balene più grandi del mondo, tra cui megattere, balenottere minori e comuni, che vengono a nutrirsi in zone prima coperte dai ghiacci. Se si pensa che fino al 2006 non c’era stato un singolo avvistamento, nel 2007 erano state viste sette magattere, mentre nel 2024 si stima che in estate il Mare di Groenlandia sia stato popolato da circa 4.000 megattere, 6.000 balenottere comuni e 6.000 balenottere minori, si capisce quanto veloce sia il processo. Qui consumano almeno 800.000 tonnellate di pesce e krill durante la stagione di alimentazione estiva. Con le tracce di 15 balene dotate di trasmettitori satellitari e con le testimonianze dei cacciatori Inuit, gli scienziati hanno ricostruito un quadro di quello che il ricercatore principale, il professor Mads Peter Heide-Jørgensen, ha definito un “importante cambiamento di regime ecologico”.
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