Il Great Sea Interconnector e la sfida della Mavi Vatan turca


Concepito per agganciare le tre sponde alla rete sincrona continentale europea, il Great Sea Interconnector (GSI) non risponde soltanto all’esigenza tecnica di spezzare l’isolamento elettrico di Cipro ma agisce anche da catalizzatore di un nuovo ordine geopolitico regionale, tentando di saldare il destino del Mediterraneo orientale al blocco occidentale.

Tuttavia, la posa del cavo sottomarino più lungo e profondo al mondo si colloca anche nel quadro della guerra ibrida tra Turchia e l’asse Grecia-Cipro-Israele supportato da Bruxelles.

Ankara infatti, guidata dalla dottrina della Patria Blu (Mavi Vatan) e dalle sue rivendicazioni marittime, considera la posa dell’elettrodotto come una violazione della propria sovranità continentale, oltre a rappresentare una minaccia per la sicurezza turca: in questo modo la Repubblica di Cipro si legherebbe saldamente a Israele e Unione Europea uscendo dal proprio isolamento storico. Di conseguenza, qualsiasi futura azione ostile o ritorsione turca contro l’isola si trasformerebbe automaticamente in una minaccia diretta alla sicurezza energetica di Bruxelles

Inoltre, questo collegamento diretto tra Europa e Medio Oriente compromette il ruolo turco di hub di transito obbligatorio per tutta l’energia in viaggio verso il vecchio continente, limitando il potere ricattatorio di Ankara nei confronti dell’UE.

I primati tecnici del Great Sea Interconnector

Proposto per la prima volta nel 2012, il progetto Great Sea Interconnector (precedentemente noto come EuroAsia Interconnector) si sviluppa lungo un tracciato sottomarino di circa 1.208 km, rappresentando il cavo di trasmissione energetica più lungo del pianeta. L’infrastruttura opera a una tensione di 500 chilovolt, una soluzione d’avanguardia scelta per azzerare le dispersioni lungo il tragitto. Il progetto prevede una capacità di trasporto iniziale di 1.000 MW, destinata a raddoppiare a regime fino a 2.000 MW.

L’intera dorsale si articola in due segmenti ben definiti: la tratta meridionale di 310 km collegherà il porto israeliano di Hadera all’approdo cipriota di Kofinou, mentre la più complessa tratta settentrionale si estenderà per 898 km tra Cipro e la località di Korakias, situata sull’isola di Creta, in Grecia. Qui, nel corridoio greco-cipriota, l’infrastruttura stabilirebbe il suo primato più estremo, calandosi lungo i fondali del Mediterraneo fino a una profondità record di 3.000 metri.

Il progetto è promosso sul piano tecnico e operativo da ADMIE (anche detta IPTO, l’operatore della rete elettrica greca) e vede il coinvolgimento di giganti industriali come la francese Nexans per la posa dei cavi (con un contratto da 1,43 miliardi di euro stipulato nel 2023) e la tedesca Siemens per le stazioni di conversione a terra, mentre recentemente la guida finanziaria è stata presa dal fondo francese Meridiam che ha acquisito una quota di maggioranza del 66% delle quote societarie del GSI.

L’investimento complessivo per la costruzione della prima tratta Grecia-Cipro si aggira intorno a 1,9 miliardi di euro. Tuttavia Michael Damianos, Ministro dell’Energia, del Commercio e dell’Industria della Repubblica di Cipro, ha annunciato che Cipro e Grecia attendono l’analisi della Banca europea per gli investimenti per verificare se il costo effettivo è incrementato.

L’UE sostiene il progetto con un finanziamento di 657 milioni di euro tramite il meccanismo Connecting Europe Facility (CEF), mentre la quota restante è ripartita tra Grecia e Cipro con Atene che coprirà il 37% della spesa (circa 462 milioni) e Nicosia il 63% (circa 787,5 milioni).

L’aggancio con Israele avverrà una volta conclusa la tratta greco-cipriota di primaria importanza per l’UE.

Lungo questa autostrada viaggerà elettricità verde, connettendo i parchi solari di Cipro e del Medio Oriente e l’eolico greco alla rete UE. Il progetto mira a scardinare l’isolamento di Cipro, un’isola oggi dipendente dai combustibili fossili e soggetta a continui blackout. Il flusso bidirezionale permetterà a Israele e Cipro di esportare il surplus rinnovabile a Nord e all’UE di inviare energia a Sud in caso di emergenza o picchi di domanda.

Anche Israele beneficerà del progetto in quanto, essendo totalmente scollegata dalle reti elettriche dei paesi vicini e perciò costretta a una vulnerabile autosufficienza, potrà contare sull’energia del partner europeo in caso di blackout elettrici causati da emergenze interne o tensioni geopolitiche. Sul piano economico, il Paese potrà contare su un canale di esportazione stabile e ad alta capacità verso il ricco mercato dell’UE.

Mavi Vatan contro GSI: la faglia geopolitica del progetto

L’ostruzione della Turchia nei confronti del GSI rappresenta un tassello cruciale nell’ampia sfida geopolitica che si disputa nell’area.

Ankara identifica il progetto del GSI come il tentativo dell’asse Grecia-Cipro-Israele, sostenuto dall’UE, di circoscrivere la proiezione marittima turca imponendo dei confini di fatto nel Mediterraneo orientale. Il fulcro ideologico di questa opposizione turca risiede nella dottrina della Mavi Vatan (Patria Blu) teorizzata nel 2006 dai vertici militari turchi, in particolare dall’ammiraglio Cem Gürdeniz, per costruire una dimensione talassocratica.

Tale dottrina rivendica il controllo turco su circa 462.000 km² di spazi marittimi distribuiti su tre bacini: Mar Nero a nord, Mar Egeo a ovest e Mediterraneo orientale a sud.

La Mavi Vatan ricopre un ruolo primario nella politica estera turca soprattutto dal 2019, quando il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è stato fotografato davanti a carte geografiche riportanti le rivendicazioni territoriali turche, indicando un esplicito sostegno alla dottrina.

Gli obiettivi di questa strategia sono molteplici: ampliare la propria Zona Economica Esclusiva per sfruttare i giacimenti di gas naturale nell’area (con diritto esclusivo di esplorazione e sfruttamento), imponendo la Turchia come potenza egemone e imprescindibile per ogni rotta commerciale o infrastruttura che colleghi il Levante con l’Europa.

Un fine riconducibile al superamento della celebre Sindrome di Sèvres, la storica percezione turca di accerchiamento e mutilazione territoriale ad opera delle potenze occidentali.

In questa cornice si inserisce il Memorandum d’intesa tra Turchia e il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli di Fayez al-Sarraj firmato il 27 novembre 2019 ed entrato ufficialmente in vigore l’8 dicembre dello stesso anno, con il quale Ankara tenta di dare un quadro giuridico alle sue rivendicazioni marittime nel Mediterraneo.

Oltre a contenere un’importante intesa di cooperazione militare, l’accordo si traduce in una ridefinizione unilaterale dei confini del Mediterraneo orientale. I due Stati hanno tracciato una linea retta di 18,6 miglia nautiche al confine delle proprie Zone Economiche Esclusive, cancellando deliberatamente i diritti marittimi e le piattaforme continentali delle isole greche circostanti (come Creta e Rodi) e limitando quelle di Cipro ed Egitto, creando un corridoio geopolitico ed economico esclusivo che taglia in due il bacino marittimo, garantendo al contempo a entrambi i firmatari rilevanti vantaggi strategici.

Con questo accordo, la Turchia ha espanso le proprie rivendicazioni sulla piattaforma continentale del 30% (arrivando a circa 186.000 km²), mentre la Libia ha teoricamente guadagnato circa 39.000 km² di spazio marittimo a discapito della Grecia.

L’accordo marittimo e militare tra la Turchia e la Libia, oggi ereditato dal Governo di Unità Nazionale (GNU) guidato da Dbeibah, gode di efficacia operativa de facto sul campo, nonostante le contestazioni legali della comunità internazionale.

La stabilità del memorandum è stata recentemente blindata nel 2025 e 2026 dalla firma delle intese esecutive tra la National Oil Corporation libica e la turca TPAO per l’avvio delle ricerche sismiche congiunte e accordi di esplorazione e produzione, ottenendo anche il pragmatico riavvicinamento della Camera dei Rappresentanti di Tobruch (l’Est della Libia) che, nonostante l’iniziale opposizione al memorandum, ha istituito una commissione tecnica per valutarne la ratifica. Al contrario, sul fronte delle reazioni esterne, l’Unione Europea, Atene e Il Cairo continuano a considerare il trattato nullo e privo di valore legale, poiché calpesta la sovranità delle isole greche e viola apertamente la Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) che la Turchia non ha peraltro mai firmato.

Atene e Il Cairo hanno infatti siglato nel 2020 un proprio accordo marittimo pienamente valido per il diritto internazionale, riaffermando i diritti di Creta e delle isole greche. 

Sul piano strategico, i vantaggi dell’accordo per Ankara si intrecciano sensibilmente con il blocco del progetto del GSI, permettendo alla Turchia di imporre un veto de facto sulle infrastrutture del Mediterraneo orientale che minerebbero la sua posizione di hub energetico regionale.

La trappola diplomatica attorno all’Europa è evidente: se il consorzio del GSI dovesse richiedere i permessi ad Ankara per la posa dei cavi, finirebbe per riconoscere le pretese marittime turche.

Al contrario, ignorare le richieste turche, ovvero la linea d’azione sostenuta dall’UE, espone ad attriti ed escalation con Ankara.

Un esempio è rappresentato dallo schieramento di cinque navi da guerra turche nel luglio 2024 per bloccare e monitorare la nave da ricerca italiana Ievoli Relume al largo dell’isola di Kasos.

Nonostante il successivo compromesso diplomatico, il messaggio di Ankara è chiaro: senza il rispetto dei suoi interessi geopolitici, la realizzazione dell’opera continuerà a viaggiare sul filo di una costante minaccia di blocco operativo.

L’alternativa turca

La volontà di attrarre progressivamente Cipro nella propria orbita d’influenza ha indotto Ankara a proporre un progetto alternativo al GSI nel 2016: oltre alla creazione di un gasdotto, Ankara prevede la costruzione di un cavo in corrente continua ad alta tensione da circa 300/400 MW che si estenderebbe per circa 100 km da Mersin (Turchia meridionale) a Kyrenia.

Un accordo del 2023 tra la Turchia e la Repubblica Turca di Cipro del Nord prevede di completare il progetto nel 2028, con l’obiettivo di soddisfare il fabbisogno di Cipro e dimostrare che qualsiasi corridoio verso l’Europa debba passare dalla Turchia.

Tuttavia, l’infrastruttura è già stata rifiutata dalla rete dei gestori europei ENTSO-E che ne ha negato qualsiasi finanziamento e riconoscimento in quanto violerebbe la sovranità della Repubblica di Cipro, legittimando l’occupazione del nord dell’isola.

In definitiva, il Mediterraneo orientale rappresenta una contesa porzione del Rimland teorizzato da Spykman. Per Bruxelles la posa del cavo mira a stabilizzare la propria sicurezza energetica in questo snodo marittimo, evitando il ricatto energetico di potenze terze. Al contrario, Ankara identifica questo progetto come un tentativo di contenimento territoriale per annullare il suo ruolo di hub energetico regionale. Mentre l’azienda francese Nexans prosegue la produzione e i test dei cavi, il GSI è in fase di riprogrammazione e l’opera subirà forti ritardi rispetto alla scadenza del 2029-2030 a causa delle tensioni geopolitiche e dell’aumento della spesa complessiva.


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