Tra genitori che scelgono di non vaccinare i propri figli per paura di esporli al rischio di diventare autistici e autorità politiche che promuovono e diffondono teorie prive di fondamento scientifico, la fiducia nella medicina sta crollando drasticamente. Il legame tra vaccini e autismo è una credenza dura a morire: decenni di ricerca l’hanno confutato, ma basta fare un giro sui social per vedere quante persone ancora sono convinte della sua esistenza.
Perché questo succede? Secondo Marco Armellini, neuropsichiatra e già direttore del dipartimento di Salute mentale dell’Ausl Toscana Centro, si tratta di un problema di coincidenza temporale – le prime manifestazioni dell’autismo spesso si sovrappongono al periodo delle inoculazioni – e di radicalizzazione da parte dei social network, in una società in cui si va perdendo il valore dello spirito critico e del metodo scientifico.
Armellini, ci spiega qual è, secondo lei, il motivo della diffusione delle teorie che legano vaccini e autismo?
È una teoria che continua ad avere un successo ingiustificato dal punto di vista scientifico. Secondo la mia esperienza – ma è emerso anche dal confronto con tantissimi genitori e colleghi – quello che ha sempre colpito di più è il fatto che i tempi dei vaccini coincidono con la regressione che può esserci come modalità di manifestazione dell’autismo. Bambini che fino a un mese prima erano normali, iniziavano a parlare, cercavano i genitori ed erano apparentemente indistinguibili dai coetanei a circa 18 o 20 mesi iniziano a mostrare dei caratteri dello spettro. Questo periodo coincide temporalmente con la somministrazione di alcuni vaccini, quindi molti genitori hanno stabilito una connessione: in queste situazioni, spesso c’è il bisogno iniziale di cercare una causa, un motivo. Se poi c’è qualcuno che in un’apparente veste scientifica lo conferma, com’è accaduto con lo studio di Wakefield uscito su Lancet alla fine degli anni ‘90 – poi ritirato e confutato – la convinzione si radica.

Questo riguarda soprattutto i genitori di bambini autistici. Perché la teoria ha presa anche sull’opinione pubblica e su chi, dell’autismo, non ha una conoscenza diretta?
C’è una diffidenza generalizzata, soprattutto dopo l’epidemia di Covid-19, che ha resuscitato questo tipo di credenze – perché non c’è altro modo di definirle. Abbiamo notato un aumento in questo atteggiamento a seguito della pandemia. In un mondo in cui le informazioni rimbalzano velocemente da un emisfero all’altro, queste teorie trovano grande risonanza. Quando poi un ministro della Salute degli Stati Uniti le difende e le rilancia, viene reso più credibile anche l’incredibile.
E, se è il presidente degli Usa a ripeterle, questo è ancora più vero.
Esatto. C’è un tema di perdita di credibilità della scienza, o comunque una minore fiducia nei confronti di chi lavora con il metodo scientifico.
Che ruolo hanno, invece, i social network nella diffusione di queste di queste credenze?
È di ieri la notizia della sentenza negli Stati Uniti su Meta. Credo sia molto significativo che l’azienda abbia accettato una multa e che si sia impegnata a modificare il proprio algoritmo. Gli algoritmi dei social tendono a confermare quello che una persona già crede e a fornire un tipo di conoscenza che non è basata sul controllo dei fatti. Un’affermazione, anche se completamente falsa, quanto più viene ripetuta tanto più assume connotati di verità. Queste piattaforme rischiano di portare a evitare il contatto con la realtà. Recentemente sono circolati contenuti che insinuano che quanto succede a Gaza sia un falso realizzato con l’intelligenza artificiale. Questo è veramente sconcertante: come si può rifiutare una realtà così tangibile, che arriva attraverso i mezzi di informazione affidabili? Se si pensa che tutto possa essere manipolato, non esiste più l’informazione, resta solo la manipolazione. E le persone diventano diffidenti nei confronti di tutti, non c’è più nessuno che possa ispirare fiducia.
Un’affermazione, anche se completamente falsa, quanto più viene ripetuta tanto più assume connotati di verità.
Marco Armellini
Come si può fare per recuperare la fiducia che manca?
Nella mia esperienza personale, di 40 anni di lavoro nell’ambito dell’autismo, dopo un primo momento il punto di vista dei genitori cambia di fronte a un bambino in evoluzione, che, anche se in modo diverso, impara, cresce. La visione delle mamme e dei papà si trasforma, abbandonano la speranza di trovare una causa precisa di quello che è successo.
E per quanto riguarda le persone che hanno queste convinzioni senza un’esperienza personale dell’autismo?
In questi casi, almeno per esperienza personale, è molto difficile interagire. Spesso sono persone che non riescono ad ascoltare. Forse, però, se nella loro vita avessero occasione di incontrare la complessità e la diversità, potrebbero rimettere in discussione le loro credenze. Ma non so con quanta frequenza questo possa accadere.
Quindi, come fare? Bisognerebbe agire prima, sui bambini e i ragazzi, sviluppando il senso critico nelle scuole?
Nonostante ci siano tantissimi insegnanti che hanno grande passione e grande conoscenza, il sistema scolastico tende sempre di più a togliere la possibilità di un’esperienza critica, concreta. Il metodo scientifico si può apprendere già dalla scuola dell’infanzia: la capacità di fare osservazioni sistematiche, di capire come funzionano le cose, le piante, gli animali, cosa sono i fenomeni fisici. Ci sono decenni di esperienza didattica che dimostrano che un’educazione scientifica fatta attraverso attività laboratoriali, anche molto semplici, senza la necessità di avere strumenti complessi, possano cambiare il modo di concepire la scienza e il rispetto che si ha per essa. Credo che sarebbe importante coltivare una modalità di insegnamento molto più legata alla capacità di sperimentare con le mani, con tutti i sensi. Questo, tra l’altro, aiuterebbe anche i bambini e i ragazzi che hanno una modalità diversa di funzionare.
Lei crede che la situazione migliorerà? Pensa che l’educazione potrà cambiare le cose o ritiene siamo su una brutta china da cui continueremo a scendere?
A dir la verità io sono molto pessimista. Però, come dice un mio amico, bisogna essere “disperatamente ottimisti” e pensare che sia possibile fare qualcosa per cambiare il mondo. Ci potrebbe essere un intervento delle autorità, nazionali e sovranazionali, per orientare diversamente l’uso dei social e il loro funzionamento. È possibile che le piattaforme vengano obbligate a fare un fact checking serio, che scoraggi contenuti campati in aria e allarmistici. Questo credo possa rallentare una deriva verso una situazione di screditamento completo di qualsiasi autorità.
Foto in apertura da Unsplash
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Veronica Rossi
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