La fotografia elaborata dalla Fabi sulla base dei dati della Banca centrale europea è difficilmente equivocabile: dal 2010 al 2025 il sistema bancario dell’Unione europea ha perso circa 920 mila posti di lavoro. Una riduzione che porta il numero degli addetti a poco più di 2,13 milioni nel 2025, rispetto a una platea che quindici anni prima era superiore ai 3 milioni. Il dato Bce più recente indica infatti 2.130.467 dipendenti nelle istituzioni creditizie dell’Ue alla fine del 2025.
Non è soltanto una questione di occupazione. Dietro quel numero c’è la trasformazione di un intero modello industriale. Le fusioni e le acquisizioni hanno ridotto il numero degli operatori e favorito la concentrazione; la digitalizzazione ha spostato una quota crescente delle operazioni fuori dalle filiali; l’automazione ha ridotto il fabbisogno di alcune attività tradizionali; la pressione sulla redditività ha spinto gli istituti a cercare economie di scala e riduzioni strutturali dei costi. È un processo che non si è concluso con la grande ristrutturazione successiva alla crisi finanziaria: anche nel 2025 il numero degli addetti delle banche europee è diminuito dello 0,8%, mentre gli sportelli sono scesi del 2,62%.
La Spagna è il caso più radicale
Il Paese nel quale la trasformazione è stata più profonda è la Spagna. Secondo la rielaborazione Fabi, tra il 2010 e il 2025 il sistema bancario spagnolo ha perso 95.158 dipendenti, passando da 261.389 a 166.231 addetti. La riduzione è pari al 36% e arriva dopo una fase nella quale, fino al 2010, gli organici erano ancora cresciuti del 7%. La successiva ristrutturazione del settore, anche in conseguenza della crisi immobiliare e del salvataggio di numerosi istituti locali, ha prodotto un forte processo di concentrazione e una drastica razionalizzazione delle strutture.
Il confronto con gli altri grandi sistemi bancari europei rende ancora più evidente la differenza. In Germania gli addetti sono passati da 615.616 nel 2010 a 520.449 nel 2025: 95.167 posti in meno, pari a una riduzione del 15%. In Francia, invece, il calo è stato molto più contenuto: da 412.933 a 378.127 dipendenti, con una contrazione dell’8%. La Spagna rappresenta dunque il caso più estremo, mentre Italia, Germania e Francia hanno seguito percorsi diversi per intensità e modalità della ristrutturazione.
Il dato europeo va comunque letto insieme alla progressiva riduzione della presenza fisica delle banche. Alla fine del 2025 nell’Unione erano presenti 122.889 sportelli, il 2,62% in meno rispetto all’anno precedente; la riduzione ha interessato 23 dei 27 Stati membri, con variazioni comprese tra lo 0,2% e il 12,16%. L’area euro concentra l’86,13% degli sportelli europei. La contrazione della rete fisica procede dunque parallelamente a quella degli organici, anche se con velocità diverse da Paese a Paese.
Italia, 63 mila bancari in meno
Anche l’Italia ha seguito la stessa traiettoria, ma con caratteristiche differenti. Tra il 2010 e il 2025 il numero degli occupati nel settore bancario è sceso da 321 mila a 257.966, con una perdita di circa 63 mila posti di lavoro, pari a una contrazione del 20%. Un dato che, secondo la Fabi, colloca l’Italia dieci punti al di sotto della riduzione media europea, stimata intorno al 30%.
Il ridimensionamento dell’organico è stato accompagnato da una trasformazione ancora più marcata della rete fisica. Gli sportelli bancari italiani erano 33.631 nel 2010; nel 2025 sono scesi a 19.182. Significa che in quindici anni sono sparite 14.449 filiali, con una contrazione del 43%. È probabilmente uno degli indicatori più immediati della trasformazione del rapporto tra banche e territorio: quasi un punto vendita su due è stato eliminato.
La riduzione degli sportelli non significa naturalmente che la domanda di servizi finanziari sia diminuita nella stessa proporzione. È cambiato il modo nel quale quella domanda viene soddisfatta. Operazioni che fino a pochi anni fa richiedevano necessariamente l’intervento di un impiegato possono oggi essere effettuate attraverso un’applicazione mobile o un portale di internet banking. Il cliente può aprire un conto, effettuare un bonifico, acquistare strumenti finanziari, chiedere un prestito o parlare con un consulente senza entrare fisicamente in una filiale. Per le banche, questo significa poter gestire volumi crescenti con strutture fisiche e organizzative più leggere.
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Il modello italiano: esodi volontari e ricambio generazionale
La differenza italiana rispetto ad altri grandi mercati europei riguarda anche il modo nel quale il ridimensionamento occupazionale è stato gestito. La Fabi attribuisce un ruolo centrale al Fondo di solidarietà, istituito nel 2000, che ha consentito di accompagnare le ristrutturazioni attraverso esodi volontari e prepensionamenti, evitando in larga parte il ricorso ai licenziamenti collettivi come strumento ordinario di riduzione degli organici. A questo si è aggiunto dal 2012 il Fondo per l’occupazione, che ha sostenuto l’ingresso di nuove generazioni nel settore.
Secondo i dati Fabi, attraverso il Fondo per l’occupazione sono state realizzate 41.841 assunzioni fino a febbraio 2025. È il meccanismo della cosiddetta staffetta generazionale: da una parte le uscite volontarie dei lavoratori più anziani, dall’altra l’ingresso di giovani con competenze nuove. Un modello nel quale il rapporto tra organizzazioni sindacali e banche ha avuto un ruolo determinante nel governare gli effetti delle ristrutturazioni.
Questo spiega in parte perché il calo italiano, pur significativo, sia stato meno drastico rispetto a quello spagnolo. Non significa però che la pressione sull’occupazione sia terminata. La digitalizzazione continua a modificare il lavoro bancario e, con l’intelligenza artificiale, la prossima fase della trasformazione potrebbe riguardare attività a maggiore contenuto cognitivo rispetto a quelle tradizionalmente sostituite dalla semplice automazione.
La banca digitale non elimina il lavoro: lo cambia
È questo il passaggio più delicato per il settore. La prima ondata di digitalizzazione ha colpito soprattutto la rete fisica: meno sportelli, meno cassieri, meno attività amministrative ripetitive. La seconda, quella legata all’intelligenza artificiale, potrebbe invece interessare funzioni oggi svolte da personale qualificato. Analisi documentale, assistenza al cliente, gestione delle pratiche, controlli, attività di compliance, valutazione del credito e produzione di report sono tutti ambiti nei quali l’automazione può aumentare la produttività.
La questione diventa allora qualitativa prima ancora che quantitativa. Non si tratta soltanto di capire quanti posti di lavoro verranno persi, ma quali competenze serviranno alle banche tra cinque o dieci anni. La trasformazione potrebbe ridurre alcune mansioni e contemporaneamente creare domanda per profili legati a dati, cybersecurity, tecnologia, gestione del rischio, intelligenza artificiale e consulenza. Il punto, per i lavoratori, sarà la capacità di attraversare questo passaggio senza trasformare l’innovazione in una semplice politica di riduzione del costo del personale.
La Fabi sostiene da tempo la necessità di governare questo processo attraverso formazione e riqualificazione. Già nel 2015, quando il digitale era ancora lontano dall’attuale livello di pervasività, il sindacato aveva chiesto ad Abi una commissione paritetica sulle nuove tecnologie per studiare l’impatto dell’online banking e costruire percorsi di riconversione professionale.
Meno banche, ma banche più grandi
La riduzione dell’occupazione si accompagna a un altro fenomeno strutturale: la concentrazione. La Bce rileva che alla fine del 2025 le cinque maggiori banche rappresentavano in media il 69,33% degli asset del sistema bancario nei rispettivi Paesi, anche se con differenze molto ampie: la quota andava dal 34,37% al 95,2% a seconda dello Stato membro. È la fotografia di un’Europa bancaria tutt’altro che omogenea, nella quale convivono mercati fortemente concentrati e sistemi ancora molto frammentati.
La concentrazione, dal punto di vista industriale, può offrire economie di scala e consentire agli istituti di sostenere meglio gli investimenti necessari per la trasformazione tecnologica. Ma pone anche interrogativi sulla concorrenza, sulla presenza territoriale e sull’accesso ai servizi. Per questo la riduzione del numero delle banche e degli sportelli non può essere letta soltanto come un indicatore di maggiore efficienza: rappresenta anche una modifica della struttura attraverso la quale famiglie e imprese accedono al credito.
E il tema è particolarmente rilevante per le piccole e medie imprese, che in molti territori hanno storicamente costruito il proprio rapporto con la banca attraverso la conoscenza diretta del cliente, dell’imprenditore e del contesto locale. La digitalizzazione rende più veloce e meno costosa una parte significativa dei processi, ma pone la questione di come mantenere la capacità di valutare informazioni qualitative che non sempre sono immediatamente traducibili in dati.
Il settore continua a ridurre gli organici
I dati più recenti della Bce indicano che il processo non si è arrestato. Nel corso del 2025 il numero degli addetti degli istituti di credito è diminuito in 16 dei 27 Stati membri, determinando una riduzione complessiva dello 0,80%. Nello stesso anno la rete degli sportelli è diminuita del 2,62%. È un ritmo più lento rispetto alle grandi ristrutturazioni del passato, ma sufficiente a confermare che la direzione di marcia non è cambiata.
Il dato assume un significato ancora maggiore se confrontato con quello dell’anno precedente. Nel 2024 il numero degli addetti bancari nell’Ue era invece aumentato mediamente dell’1,05%, con 14 Paesi in crescita e 13 in diminuzione. La Bce aveva osservato allora che il 2024 rappresentava il secondo anno consecutivo di lieve aumento dell’occupazione e poteva indicare un rallentamento della tendenza al calo iniziata nel 2008. Il ritorno in territorio negativo nel 2025 mostra però quanto il quadro resti mobile e quanto la trasformazione del settore sia tutt’altro che conclusa.
La banca europea, nel frattempo, è diventata un’industria più patrimonializzata e tecnologica. Alla fine del 2025 gli istituti di credito con sede nell’Ue avevano 33.500 miliardi di euro di attività, in aumento dell’1,6% rispetto ai 32.970 miliardi del dicembre 2024. Il rapporto tra crediti deteriorati e totale dei prestiti era all’1,97%, mentre il rendimento del capitale, il ROE, si attestava al 9,3% e il Common Equity Tier 1 ratio al 16,42%.
La prossima sfida è produttività contro occupazione
Il paradosso del nuovo sistema bancario è tutto qui: meno persone, ma più tecnologia; meno filiali, ma più servizi; meno banche, ma istituti potenzialmente più grandi e solidi. Il problema non è stabilire se la trasformazione digitale sia inevitabile: lo è. La questione economica e sociale è capire come distribuire i benefici dell’aumento di produttività e come evitare che la riduzione dei costi diventi l’unico criterio con cui misurare il successo della trasformazione.
Per l’Italia, la storia degli ultimi quindici anni offre un modello diverso da quello seguito da altri grandi Paesi europei. La perdita di 63 mila posti, pari al 20%, è stata significativa ma molto inferiore al -36% della Spagna. La presenza di strumenti bilaterali come il Fondo di solidarietà e il Fondo per l’occupazione ha permesso di gestire una parte rilevante della ristrutturazione attraverso uscite volontarie e ricambio generazionale. Ora, però, la sfida cambia natura.
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