Da «mai alleati con Vannacci» a «Vannacci deve decidere da che parte stare» è un attimo. E in politica, quando si passa dallo sbattere la porta in faccia a un potenziale alleato al chiedergli pubblicamente da quale parte intende stare, significa che nel frattempo qualcuno ha iniziato a farsi due conti.
Quel qualcuno è Matteo Salvini. Lo ha detto ieri al Meeting di Rimini, prendendo spunto dalle prossime elezioni di Reggio Calabria: un candidato riconducibile a Vannacci corre contro il centrodestra e, contemporaneamente, il generale rivendica un ruolo dentro quell’area politica. Per Salvini, la contraddizione va sciolta: «Vannacci deve decidere da che parte stare». Non è una vera e propria apertura: è, prima ancora, la presa d’atto che Vannacci non è più un fenomeno da osservare con sufficienza.
Vannacci non è Cetto la Qualunque
Lo stanno iniziando a capire in tanti. Il generale non è più l’ospite ingombrante da tenere fuori dalla porta ma l’azionista potenziale di riferimento del centrodestra: uno che con il suo 7% abbondante, in tutti i sondaggi nazionali, può spostare equilibri, liste e destini politici alle prossime elezioni del 2027.
Non a caso, un giornalista autorevole come Paolo Mieli, su La7, l’altra sera ha definito «il fenomeno politico legato a Roberto Vannacci come uno sprigionamento di energia a destra, un elemento in crescita capace di attrarre consensi trasversali, in grado di arrivare persino in doppia cifra alle politiche del prossimo anno».
Il punto, dunque, non è stabilire oggi se Vannacci arriverà al 7, all’8 o alla doppia cifra. Il punto è che ha già raggiunto una dimensione elettorale tale che il centrodestra non può più permettersi di ignorare. Proprio quello che Giorgia Meloni, Matteo Salvini ed Antonio Tajani volevano evitare. Quando si aggiungono commensali a tavola, la fetta di torta diventa inevitabilmente più piccola.
L’asso chiamato Sicurezza
Vannacci su diversi temi (in particolar modo su sicurezza e immigrazione incontrollata) dice quello che una parte consistente dell’elettorato pensa. E che qualche leader di centrodestra intimamente condivide ma che non può permettersi di dire. In borsa si direbbe che il «titolo Vannacci» è altamente speculativo ma tremendamente appetibile. Se il centrodestra vuole blindare il premio di maggioranza alle prossime politiche, il consistente pacchetto di voti di Futuro Nazionale diventa quasi indispensabile.
Si spiega così l’ammorbidimento di Salvini. In politica quando i numeri crescono, le certezze ideologiche si sciolgono come un gelato lasciato alle tre di pomeriggio sul cemento della piazza dello Scalo a Frosinone. Da solido a liquido è un nanosecondo.
Proprio nel capoluogo il fenomeno Vannacci ha già un radicamento importante. Ha un volto, un nome e una posizione istituzionale: quello del vicesindaco Antonio Scaccia. Non è semplicemente un riferimento della prima ora del movimento del generale: è stato indicato come responsabile degli Enti locali per il Lazio e segretario provinciale del Partito Futuro Nazionale. E la consigliera Francesca Chiappini è entrata nell’Assemblea nazionale di Futuro Nazionale. Frosinone e la Ciociaria non sono una periferia del progetto vannacciano: per organizzazione territoriale e ruoli, Frosinone è diventata uno dei punti di riferimento del movimento nel Lazio.
Scaccia come candidato sindaco
Proprio nel capoluogo Futuro Nazionale rischia di trasformarsi da variabile a detonatore. Tutto dipende da quello che deciderà il Generale in vista delle comunali del prossimo anno. Se Futuro Nazionale presenterà propri candidati sindaci nei capoluoghi e se il generale dovesse chiedere ai suoi uomini di correre in prima persona, appare difficile immaginare che Scaccia possa sottrarsi alla «chiamata alle armi». La sensazione è che Scaccia «contro» Mastrangeli si candiderebbe anche senza eccessivi problemi.
Il vero nodo gordiano non è tanto il rapporto con l’attuale sindaco, quanto la linea di galleggiamento, personale e politica, con l’onorevole Nicola Ottaviani, Segretario provinciale della Lega. Rompere frontalmente con la Lega sul piano locale, mentre a Roma si discute di alleanze e coalizioni, potrebbe essere un azzardo.
Il problema sarebbe però risolvibile in sede di ballottaggio. Con una pluralità di candidati sindaco a destra e, per come si stanno mettendo le cose, sicuramente altrettanti a sinistra, è quasi impossibile immaginare una vittoria al primo turno a Frosinone. Il ballottaggio diventa quindi lo sbocco naturale di una frammentazione che potrebbe ricomporre ciò che parte diviso. Uno scenario in cui Scaccia e Mastrangeli, dopo essersi fronteggiati al primo turno, si ritrovano sullo stesso fronte al secondo, in nome della coalizione nazionale. E vissero tutti felici e contenti.
Il termometro del Consiglio
Il vero termometro della situazione nella coalizione di governo cittadino, tuttavia, passa inevitabilmente nelle prossime dinamiche del Consiglio Comunale.
La partita della presidenza dell’aula, dopo le dimissioni di Massimiliano Tagliaferri il 30 maggio, ha già mostrato quanto siano fragili gli equilibri della maggioranza Mastrangeli. A distanza di tre mesi l’Aula è ancora a carissimo amico, con due posizioni ormai cristallizzate, anzi incancrenite.
Da una parte, Fratelli d’Italia, Lega, Lista Ottaviani, Polo Civico e Identità Frusinate, che sostiene Giampiero Fabrizi. Dall’altra, Lista per Frosinone e Mani Libere che invece vota per Marco Ferrara. Nessuno arriva ai 17 voti necessari. Per eleggere Papa Leone XIV sono bastate 25 ore e quattro scrutini. Due elezioni con un coefficiente di difficoltà «leggermente» diverso. Ma tant’è.
Scaccia vuole dimostrare che senza il suo Gruppo consiliare (più i due consiglieri di Mani Libere, Ferrara e Sergio Crescenzi) la coalizione che sostiene Mastrangeli non solo non elegge il Presidente ma non va da nessuna parte. La battaglia per la presidenza del Consiglio non è soltanto una questione di poltrona. È una prova muscolare. Serve a capire (ed a far capire a Roma) chi a Frosinone dà davvero le carte e chi invece deve limitarsi a guardarle.
La partita vera è quella delle politiche 2027
È qui che entra in gioco la partita forse più importante di tutte. Che solo apparentemente è quella delle comunali del prossimo anno. Ma che in realtà è quella delle politiche 2027 e, in subordine, delle regionali 2028. Non si tratta solo di tattica locale ma di posizionamento sui tavoli romani in vista delle elezioni che contano davvero.
Alla fine delle dichiarazioni strategiche di questo periodo, Vannacci e il centrodestra saranno «costretti» a stare dalla stessa parte: in coalizione. Perché se FdI, Lega e FI vogliono vincere le politiche, pur con un centrosinistra con le gomme slick e senza alcuna aderenza, hanno bisogno anche dei voti di Vannacci. E Vannacci, per trasformare i sondaggi in seggi, ha bisogno di un centrodestra che lo riconosca come socio, non come semplice fornitore di voti.
In quanto socio, chiederà una quota di seggi blindati sul territorio. A Frosinone, Futuro Nazionale ha due pezzi da novanta nell’organigramma: Francesca Chiappini a livello nazionale e Antonio Scaccia su scala regionale. Impossibile non tenerne conto al momento di comporre le liste.
Charles Maurice de Talleyrand, famoso diplomatico e politico francese, ministro degli esteri di Napoleone Bonaparte, diceva: «La politica è l’arte di rendere possibile ciò che è necessario». Vale a Roma come a Frosinone.
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