26 agosto 2026 – ore 14:30 – Il 26 giugno il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha firmato il decreto che sblocca 199,8 milioni di euro per la messa in sicurezza permanente dell’ex Ferriera di Servola e per la costruzione, sulla stessa area, di una stazione ferroviaria commerciale con dieci binari da 750 metri: 180 milioni arrivano dal Piano nazionale per gli investimenti complementari al Pnrr, altri 19,769 dal Fondo investimenti della legge di bilancio 2025. È l’opera che dovrebbe sbloccare tutto il resto, cioè il Molo VIII, il raddoppio dei traffici container e il salto da 13mila a 25mila treni l’anno, e su cui l’Autorità di Sistema Portuale ha costruito previsioni economiche molto precise: 2.650 posti di lavoro a regime, oltre due miliardi di euro di gettito fiscale in quindici anni, mezzo miliardo di risparmi per le imprese logistiche. Numeri che il porto ha messo nero su bianco nella relazione conclusiva del dibattito pubblico sul Molo VIII, chiuso il 22 settembre 2025. Il punto è che quelle previsioni reggono soltanto se i treni, alla fine, arrivano davvero fino in banchina: e per agganciare la nuova stazione alla rete nazionale, ha spiegato a luglio il presidente Marco Consalvo, servono ancora 130 milioni di euro che al momento non ci sono. Nel piano dell’Autorità portuale il progetto Servola è l’opera abilitante del Molo VIII: un terminal da 17 ettari, quindici dei quali ricavati proprio sulle aree dell’ex Ferriera, con una banchina container da 422 metri per 53 di larghezza, un accosto ro-ro da 232 metri e fondali a -17,2 metri, capaci di accogliere navi da 15mila TEU e, in prospettiva, fino a 24mila. L’investimento sul solo Molo VIII vale 316 milioni di euro, di cui 207 pubblici, stanziati con il decreto interministeriale del 5 febbraio 2025, e 109 privati, ai quali si aggiungono 277,5 milioni di opere complementari che comprendono demolizioni, messa in sicurezza permanente, appunto il progetto Servola e i lavori di Rfi. A regime, sempre secondo le stime dell’ente, il terminal dovrebbe movimentare 440mila TEU e 101mila unità ro-ro l’anno, con una crescita graduale: 200mila TEU nel 2030, 450mila nel 2040. Sul fronte ferroviario, i sei binari da 300 metri interni al terminal, allungabili fino a 750, permetterebbero dodici treni al giorno, che sono la capacità del singolo terminal e non quella dell’intero nodo, con uno split modale che il progetto spinge fino al 65% dei flussi in ingresso e in uscita su ferro. Quanto all’occupazione, la relazione distingue due fasi: circa 805 unità lavorative annue durante la costruzione e 2.650 posti stabili a regime, tra diretti, indiretti e indotto. Il gettito stimato per l’erario in quindici anni supera i due miliardi di euro tra Iva, servizi doganali, Irpef e tasse portuali, mentre le compagnie logistiche risparmierebbero oltre mezzo miliardo nello stesso arco di tempo.

Cosa significa per Trieste

Per capire il peso di queste cifre serve un metro di paragone, e il metro esiste. Uno studio commissionato dall’Aiom, l’agenzia degli imprenditori marittimi triestini, e presentato nel gennaio 2024 alla Torre del Lloyd, ha misurato l’impatto economico dei porti di Trieste e Monfalcone analizzando 200 bilanci aziendali sull’anno 2021: 4.058 occupati diretti, 8.967 contando l’indiretto primario, 14.777 in tutto con l’indiretto secondario. Il valore della produzione mobilitato si ferma a 1,909 miliardi di euro considerando il primo cerchio e sale a 4,285 miliardi allargando lo sguardo all’intera filiera, mentre le entrate fiscali generate superano i 756 milioni di euro, di cui 370 milioni alla Regione e 266 allo Stato. I 2.650 nuovi posti previsti dal progetto Molo VIII-Servola equivalgono a un aumento di circa un quinto dell’occupazione complessiva già mobilitata oggi dal sistema portuale giuliano. C’è poi una ricaduta che non si misura in TEU. Il progetto prevede un nuovo svincolo collegato direttamente alla Grande Viabilità Triestina e lo spostamento del varco doganale, su cui il Ministero dell’Economia sta lavorando con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: l’obiettivo dichiarato dalla sottosegretaria Sandra Savino è “togliere il traffico pesante dal centro città”. Nel pacchetto rientrano anche edifici pubblici per le attività logistiche e un parco urbano aperto ai residenti di Servola e Valmaura, che dal 1896 al 2020 hanno convissuto con l’altoforno.

Cosa significa per le imprese del territorio

L’impatto sulle aziende locali passa da tre canali diversi. Il primo è il cantiere: le 805 unità lavorative annue stimate in fase realizzativa, più l’appalto integrato da 199,8 milioni per la stazione, sono lavoro che si scarica in buona parte sulla filiera delle costruzioni e dell’impiantistica regionale. Il secondo è la riconversione già in corso: il gruppo friulano Icop ha rilevato dal gruppo Arvedi i terreni dell’ex area a caldo attraverso la società veicolo Drake, con un’operazione da 20 milioni garantita da Sace e finanziata da Bnl Bnp Paribas e UniCredit, primo passo di un programma di lavori superiore ai 50 milioni per un polo logistico intermodale; e nell’aprile scorso il terminalista HHLA PLT Italy ha ottenuto i primi 37mila metri quadri di aree ex Ferriera, su circa 200mila complessivi da bonificare. Il terzo canale è quello dei volumi. Secondo le proiezioni discusse a maggio in città, il pacchetto di nuove opere su piattaforme logistiche e moli Settimo e Ottavo potrebbe portare fino a un milione di container in più e 300mila camion aggiuntivi sull’autostrada del mare. Che è anche il motivo per cui, dal mondo degli spedizionieri, arrivano i richiami più concreti: “Già ora, con molto più lavoro, non sono più adeguati”, ha osservato il presidente dell’associazione Stefano Visintin parlando dei varchi d’accesso, ancora tarati sulla vecchia struttura dello Scalo legnami.

Cosa significa per l’Italia

Sul piano nazionale il ragionamento è più semplice di quanto sembri: Trieste è già il primo porto ferroviario italiano, con oltre il 50% dei container movimentati che viaggia su rotaia, una quota superiore agli obiettivi europei di trasferimento modale. Portare il nodo da 13mila a 25mila treni l’anno significa raddoppiare la capacità di smistamento verso l’Europa centro-orientale (Austria, Germania, Ungheria, Repubblica Ceca) senza aggiungere un solo camion sulle autostrade del Nordest. È la ragione per cui il progetto Servola è finito nell’elenco delle opere strategiche del Piano complementare, accanto agli altri cantieri del programma Adriagateway: 100,5 milioni per l’ammodernamento del Molo VII, 180 per i nuovi collegamenti ferroviari e stradali, 45 per il banchinamento e il dragaggio del terminal Noghere, 60 per le opere preparatorie alle attività logistiche e produttive. Tutte le gare e gli aggiornamenti sono consultabili sul sito dell’Autorità di Sistema Portuale.

Il conto che ancora non torna

Resta il punto da cui siamo partiti. Il 10 luglio, in un’intervista, Consalvo ha fissato l’orizzonte, “fra dieci anni dovremo gestire il doppio dei volumi”, ma ha anche indicato due caselle vuote: i 130 milioni necessari per collegare la stazione di Servola alla rete nazionale e il collo di bottiglia di Tarvisio, definito senza mezzi termini “un problema serio”. “Le ferrovie hanno tempi molto più lunghi dei moli”, ha aggiunto, ed è un avvertimento che pesa più di ogni proiezione: perché sulla carta il cronoprogramma prevede l’ultimazione del progetto Servola nel 2028, l’attivazione nel 2029 e il Molo VIII operativo nel 2030, ma questa stessa opera ha già visto una gara da 168,2 milioni revocata nell’aprile 2025 per mancanza di garanzie finanziarie, una scadenza europea mancata nel marzo 2026 e un conto salito di quasi venti milioni per l’aggiornamento dei prezzi. I 2.650 posti di lavoro e i due miliardi di gettito sono numeri reali, calcolati da chi l’opera l’ha progettata. Sono anche numeri condizionati: valgono se e quando l’ultimo chilometro di binario verrà posato.

Articolo di Francesco Antonucci




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