Diventare genitori è un’emozione enorme. Ma questo non significa che non sia, allo stesso tempo, estremamente faticoso. I primi mesi di vita di un neonato possono davvero essere provanti, soprattutto per le neomamme. Paura, senso di isolamento, solitudine sono stati d’animo tutt’altro che rari in questo periodo. C’è però un modo per stare accanto alle famiglie in questi mesi così delicati, fornendo supporto alla madre, al bambino e all’intero nucleo: le visite domiciliari.

Il Centro per la salute delle bambine e dei bambini – Csb ha da poco realizzato una revisione sistematica di tutta la letteratura sul tema nei Paesi a medio e alto reddito, commissionata da Unicef e dagli uffici regionali dell’Oms. La conclusione? Le visite domiciliari a impianto universale – cioè quelle proposte a tutti, non solo alle situazioni già note come a rischio – portano dei benefici sul piano della crescita, della nutrizione e dello sviluppo del bambino, così come sulla salute mentale materna e sul funzionamento familiare.

«Questi risultati sono dimostrati oltre ogni ragionevole dubbio», afferma Giorgio Tamburlini, pediatra e presidente dell’associazione, «perché sono stati integrati diversi studi. Le visite sono un momento importante di raccordo tra ciò che è stato fatto prima della nascita, come i corsi di accompagnamento, quello che è avvenuto alla nascita, eventuali problematiche del bambino e della coppia e i servizi successivi. Che non sono solo quelli sanitari, ma anche quelli educativi».

Nonostante gli evidenti benefici, l’applicazione ancora manca

Nel nostro Paese, le visite domiciliari, però, non sono la norma. Secondo il Sistema di sorveglianza 0-2 anni sui principali determinanti di salute del bambino, promosso dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con le Regioni e le Province autonome, il 18,3% delle madri riferisce di avere avuto almeno una visita dopo il parto, nel 52,6% dei casi effettuata dal personale del Consultorio familiare. A ricevere tre o quattro visite, solo una famiglia su 20, quasi esclusivamente al Centro-Nord (tranne rarissime eccezioni condotte al Sud da singole Aziende sanitarie o realtà del Terzo Settore). È evidente che si tratta di numeri sconfortanti, a maggior ragione visto che anche dove ci sono, gli incontri sono troppo pochi: il Csb – visti gli studi in materia – ne consiglierebbe almeno sette nei primi 1000 giorni.

Come mai, visti i benefici evidenti – e dimostrati dalla ricerca – delle visite domiciliari non c’è una loro applicazione sistematica? «Manca ancora la consapevolezza delle vulnerabilità del post-parto e dei primi mesi», continua Tamburlini, «e delle problematiche che si presentano con particolare evidenza proprio a causa dell’indubbia situazione di stress in cui si viene a trovare una famiglia di fronte a un bambino che arriva».

Manca ancora la consapevolezza delle vulnerabilità del post-parto e dei primi mesi e delle problematiche che si presentano con particolare evidenza proprio a causa dell’indubbia situazione di stress in cui si viene a trovare una famiglia di fronte a un bambino che arriva

Giorgio Tamburlini, presidente Csb

Per questo motivo, serve aumentare le consapevolezza. E ribadire, alle autorità ma anche all’opinione pubblica, quanto sia importante seguire tutte le neomamme, i loro partner e i neonati. Farlo a casa è diverso che prevedere dei servizi – seppur importantissimi – in strutture dedicate come i consultori o in spazi dove vengono effettuati incontri di gruppo. «La visita domiciliare entra in “punta di piedi”, che poi è anche il titolo che abbiamo scelto per il nostro documento sul tema», spiega il pediatra. «Si propone come una possibilità di dialogo in un ambiente che no è sanitario, con tempi più allungati e in un contesto nel quale è possibile, per l’ostetrica e gli operatori coinvolti, rilevare gli elementi di contesto relazionale, fisico, abitativo e comunitario che altrimenti sarebbe impossibile rilevare».

Le visite domiciliari, se universali, costituiscono una preziosa possibilità per intercettare per tempo quelle situazioni di disagio, abuso o difficoltà che potrebbero passare sotto traccia. Anche perché si costruisce un clima intimo, di fiducia, che permette alla donna di aprirsi e di chiedere aiuto per le difficoltà che incontra.

Il clima sta cambiando: sempre più visite, per tutte le famiglie

Se finora il tema del post-parto e della necessità delle visite domiciliari è stato ignorato dall’opinione pubblica e dalla politica, il clima oggi sta cambiando, anche grazie ai percorsi di sensibilizzazione realizzati da realtà come il Csb, che, oltre al documento In punta di piedi, ha organizzato webinar e incontri dedicati a questo argomento. Nel Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, adottato a maggio in Intesa Stato-Regioni, al punto 12 si parla dei primi 1000 giorni di vita e si menzioano specificatamente le visite domiciliari come intervento efficace da promuovere, per cui sono messi a disposizioni dei fondi.

L’intenzione sarebbe che le visite domiciliari diventassero Livello essenziale delle prestazioni sanitarie e sociali

In più, il ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha emanato a marzo scorso un bando per il supporto a tutte le famiglie nei primi 1000 giorni, con particolare attenzione alle situazioni più vulnerabili, in cui erano comprese anche le visite domiciliari. Tra gli assegnatari del programma, coinvolti nella co-progettazione dal ministero, anche il Csb assieme a Save the Children. «Il percorso che è stato definito ha tre componenti», racconta Tamburlini. «Il primo sono gli incontri a casa, il secondo sono spazi per genitori e bambini, sul modello dei nostri Villaggi per crescere, in cui si incontrano per delle attività gruppi di mamme o papà coi figli, e il terzo è costituito da un coordinamento da attuarsi a livello degli ambiti territoriali e sociali». Gli interventi dovrebbero essere multisettoriali e multidisciplinari: non si tratta solo di mettere a disposizione un’ostetrica che dia consigli di salute, ma anche altri esperti che orientino i genitori dal punto di vista educativo o che diano supporto nell’ambito della salute mentale. Il programma, finanziato dal Fondo sociale europeo, riguarderà 80 ambiti, particolarmente nelle Regioni del Sud. La volontà, anche istituzionale, però, pare quella di garantire alla maggior parte delle famiglie possibili la possibilità delle visite domiciliari. «Il quadro è destinato a cambiare radicalmente nei prossimi anni», conclude Tamburlini. «L’intenzione, pare anche del ministero, è quella di inserire questo servizio come Livello essenziale di prestazioni sanitarie e sociali – Leps. Questo lo renderebbe, di fatto, un diritto esigibile da tutti».

Foto in apertura da Pixabay

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 Veronica Rossi

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