Come nasce una collezione enciclopedica di oltre 140.000 fumetti e 30.000 film? E come ha fatto Santa Cruz de Tenerife a diventare, nel giro di pochi anni, uno dei centri più dinamici per la promozione della Nona Arte in Spagna? In che modo una regione ultraperiferica dell’Unione Europea, situata nel cuore dell’oceano Atlantico, può trasformarsi in un crocevia della cultura dell’immagine e promuovere mostre, studi e riflessioni sul fumetto, il cinema e la graphic novel? Queste domande, in apparenza distanti, convergono su una figura: Francisco Pomares, per tutti “Paco”.

Francisco Pomares, presidente della Fundación Cine+Cómics

Francisco Pomares e la “sua” Fundación Canaria Cine+Cómics

Giornalista, editore, docente e cronista politico, Pomares è uno dei nomi storici della stampa canaria. Ha studiato al Liceo Italiano di Madrid ed è cresciuto leggendo le storie pubblicate sul Corriere dei Piccoli. Ma è soprattutto quando parla della sua immensa collezione di fumetti che i suoi occhi tornano a brillare con l’entusiasmo di un bambino. Da quella passione personale è nata la Fundación Canaria Cine+Cómics, che lo scorso 20 marzo ha inaugurato la sua nuova sede di mille metri quadrati nel cuore di Santa Cruz, capoluogo dell’isola di Tenerife, e che, forse, potrebbe essere un modello anche per la Fondazione Franco Fossati? Abbiamo incontrato Paco Pomares in una calda mattina di luglio.

Intervista a Francisco Pomares

Prima di tutto, ti definiresti un bibliofilo, un collezionista o un lettore vorace? Ho l’impressione che la lettura e il fumetto abbiano sempre avuto un posto molto importante nella tua vita.
Mi definirei un giornalista: un giornalista che ama i fumetti e ha cominciato ad accumularli fin da giovanissimo. Mi sono avvicinato al fumetto grazie a Flash Gordon e a Tintin. Da allora non ho più smesso di leggerli.Conservo praticamente tutti i fumetti che sono passati per le mie mani fin da quando ero bambino. Quando decisi di creare la Fondazione, la mia collezione ne contava più di 30.000; oggi il patrimonio della Fondazione supera i 100.000. Calcoliamo di avere più di 20.000 esemplari soltanto di fumetti italiani. Cerchiamo di rappresentare tutti i filoni attraversati dal fumetto, anche se le mie preferenze vanno al fumetto classico statunitense, alla linea chiara europea e al fumetto d’autore.

C’è un esemplare o un autore al quale sei particolarmente legato?
Per me ha un enorme valore affettivo la collezione di Flash Gordon di mio padre: settanta albi pubblicati da Editorial Dólar. Lo stesso vale per la collezione originale di Tintin che ho messo insieme da giovane. Poi sono arrivati Moebius, Robert Crumb e numerosi autori spagnoli, soprattutto quelli del boom del fumetto degli Anni Ottanta. Tra gli italiani citerei Hugo Pratt e Milo Manara, ma l’autore che mi ha colpito di più è Jacovitti. È un genio, senza mezzi termini. In Spagna è stato pubblicato poco e piuttosto male, ma alcuni anni fa sono riuscito a procurarmi le opere complete pubblicate in Italia da Hachette: 81 volumi che raccolgono praticamente tutta la sua produzione. Questa passione mi ha portato anche a conoscere sua figlia Silvia, che si batte con costanza per preservare l’opera del padre.

Avete anche organizzato una mostra su Jacovitti. E hai segnalato una sua possibile influenza su Francisco Ibáñez, uno degli autori fondamentali del fumetto spagnolo…
L’abbiamo organizzata al museo TEA Tenerife Espacio de las Artes. Credo che Jacovitti abbia esercitato un’influenza notevole su Ibáñez, non tanto nelle sue storie quanto in alcune illustrazioni e copertine. Ibáñez non raggiunge la stessa densità visiva, ma in certe composizioni compaiono la firma trasformata in personaggio, vermi, lumache, ossa e altri elementi che rimandano chiaramente all’universo di Jacovitti. Non ho trovato studi su questo rapporto e un giorno mi piacerebbe provare ad approfondirlo. Erano entrambi autentici geni e avevano una capacità di lavoro straordinaria.

La Fundación Cine+Cómics è senza dubbio il luogo ideale per studiare il fumetto spagnolo. Come riassumeresti per i lettori italiani la formazione del fumetto spagnolo moderno?
Il fumetto spagnolo moderno deriva da alcune influenze fondamentali. Una è la tradizione degli albi d’avventura, pubblicati soprattutto dopo la Guerra Civile Spagnola. A un certo punto convergono due grandi filoni: da una parte quegli albi, con personaggi come El Jabato, Roberto Alcázar y Pedrín o El Guerrero del Antifaz; dall’altra le riviste settimanali dell’orbita di Bruguera. Furono pubblicati migliaia di albi d’avventura, come accadde anche in Italia. Bruguera, però, non fu l’unica casa editrice importante. Editorial Valenciana ebbe un peso enorme e diede origine alla Escuela Valenciana, con autori come José Sanchis, creatore di Pumby. Tra i nomi fondamentali ci sono El Capitán Trueno, creato da Víctor Mora e Ambrós, ed El Cachorro di Juan García Iranzo. Tra gli autori della Bruguera ho una particolare predilezione per Manuel Vázquez, un disegnatore fantastico che arrivò a fare di sé stesso un personaggio in Los cuentos de tío Vázquez. Un altro genio è Raf, creatore di Sir Tim O’Theo. Escobar creò, invece, Carpanta, un povero sempre affamato: ogni sua storia comincia quando è sul punto di mangiare e finisce senza che ci sia riuscito. È un personaggio profondamente rappresentativo della Spagna in cui nacque. Un’altra influenza fondamentale nell’umorismo è El Jueves, che nel 2027 compirà cinquant’anni. Queste tradizioni si unirono tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, quando in Spagna comparve il cosiddetto fumetto adulto.

Dicci di più…
A Madrid cominciò a uscire Tótem, pubblicata da Nueva Frontera, attraverso cui entrammo in contatto con Les Humanoïdes Associés e con buona parte del fumetto europeo. A Barcellona Josep Toutain fondò testate come 1984, poi diventata Zona 84, dove apparve parte del miglior fumetto adulto spagnolo. La storia del fumetto spagnolo è quindi fatta di tradizioni diverse che entrarono in relazione e si influenzarono a vicenda. Oggi è difficile parlare di un fumetto puramente spagnolo, così come di uno esclusivamente italiano: le tradizioni nazionali sono sempre state attraversate dalle migrazioni, dalle traduzioni e dai mercati internazionali.

Questa idea di incontro tra linguaggi artistici e tradizioni differenti definisce anche la Fundación Cine+Cómics?
Sì. Possiamo dividere la cultura in compartimenti, ma nella realtà funziona come un sistema aperto. L’incontro tra tecniche, discipline e generi le permette di crescere. La Fondazione cerca di creare questi legami: organizziamo mostre sul fumetto e sull’illustrazione collegate alla storia, alla letteratura, all’immigrazione o alla memoria delle Canarie. Abbiamo pubblicato, per esempio, un adattamento a fumetti di Mararía, il romanzo di Rafael Arozarena che è un classico della letteratura dell’arcipelago, con i disegni di Eduardo González. Sempre con i disegni di Eduardo González abbiamo pubblicato anche La lapa, adattamento del racconto di Ángel Guerra. Abbiamo inoltre creato un archivio che raccoglie opere di centinaia di illustratrici canarie e organizziamo ogni anno la mostra Ilustradoras & Ilustradas.

Spiegaci meglio…
Diamo importanza alla produzione locale perché, se non lo facciamo noi, forse non lo farà nessuno. La nostra idea di ciò che è locale non è nazionalista. Il nostro intento è preservare quello che viene realizzato qui e farlo conoscere, senza sostenere che sia migliore. Tra i maggiori impegni di questi dieci anni c’è stata la collana Archivos de la Fundación, che conta più di sessanta volumi e recupera fumetti e illustrazioni pubblicati nelle Canarie, poi perduti o dispersi. Li conserviamo in formato digitale, ma li pubblichiamo anche su carta, perché l’edizione stampata li riporta in circolazione, li riunisce e dà loro valore. La nuova sede ci consentirà di ampliare questo lavoro. Disponiamo di una piccola sala cinematografica e avvieremo rassegne di film, laboratori di sceneggiatura e disegno e un gruppo di lettura chiamato Biblioteca de Viñetas. Cominceremo con Persepolis di Marjane Satrapi.

Dicci qualcosa di più sulla vostra attività.
Sì, queste iniziative si aggiungono a quelle che già portiamo avanti. Organizziamo due grandi appuntamenti: il Salón Internacional del Cómic y la Ilustración de Tenerife e La Laguna es Cómic. Ogni anno teniamo inoltre un congresso internazionale di carattere accademico insieme alla Cattedra culturale Moebius per lo studio e la promozione del fumetto dell’Università di La Laguna, che dirigo.Allestiamo circa cento mostre all’anno. Può sembrare incredibile, ma ne inauguriamo quasi una alla settimana; a queste si aggiungono le circa trenta mostre del Salón di Santa Cruz e le circa venti di La Laguna es Cómic. Siamo sempre in attività.La nostra difficoltà è geografica: tra le isole non ci sono autostrade. Per portare una mostra altrove dobbiamo attraversare il mare. Quando ne abbiamo allestita una a La Graciosa, l’isola con meno collegamenti dell’arcipelago, abbiamo dovuto trasportare i pannelli nelle borse e appenderli nella sala parrocchiale, praticamente l’unico spazio disponibile. L’isola conta appena alcune centinaia di abitanti, ma non volevamo escluderla. Quell’esperienza riassume piuttosto bene il nostro modo di lavorare.Organizziamo anche concorsi internazionali. Abbiamo appena concluso quello dedicato a Mafalda, che ha raccolto più di seicento opere realizzate da oltre quattrocento persone. Sono arrivati lavori dalla Siria, dall’Indonesia, dalla Russia, dalla Croazia e da molti altri luoghi nei quali non immaginavamo che Mafalda fosse tanto conosciuta. Dall’Italia ne sono giunti moltissimi.

A proposito di Mafalda, è forse il caso di parlare di uno dei suoi maggiori estimatori: Umberto Eco, che nel 1969 scrisse l’introduzione al primo volume interamente dedicato al personaggio di Quino pubblicato fuori dall’Argentina, Mafalda la contestataria
Umberto Eco contribuì in modo decisivo a riconoscere al fumetto piena dignità come forma espressiva adulta. Quando ero giovane circolava uno slogan che suonava più o meno così: “Lascialo leggere fumetti: se oggi legge un fumetto, domani leggerà un buon libro”. La rivista Trocha rispose con un altro slogan che diceva, più o meno: “Chi oggi legge un buon fumetto, domani leggerà un altro buon fumetto”. Era proprio questo il nodo della discussione. Eco e altri intellettuali contribuirono a diffondere l’idea che il fumetto avesse raggiunto la maturità. Il fumetto degli Anni Settanta e Ottanta non si rivolgeva più soltanto ai bambini e agli adolescenti: aveva conquistato un proprio spazio tra i giovani adulti e i lettori maturi.

Oltre a presiedere la Fundación Cine+Cómics, come editore hai pubblicato numerose graphic novel di successo. Vorrei chiederti di presentare al pubblico italiano l’ultima uscita, Solo seis. L’opera nasce da un lavoro giornalistico, vero?
Sì. Eduardo González è uno dei migliori disegnatori delle isole, un artista con una padronanza del disegno eccezionale. Quando cercava un nuovo progetto, gli proposi di raccontare la storia di Salimata. La sua vicenda compariva in Héroes de ébano di Juan Manuel Pardellas, un libro che raccoglieva reportage pubblicati su El País. Con Eduardo decidemmo che il fumetto dovesse essere in bianco e nero, perché il suo lavoro in bianco e nero mi affascina. Quando pensammo di introdurre un elemento cromatico, concordammo che il mare diventasse rosso a partire dall’abbandono dell’imbarcazione da parte degli uomini che la guidavano, fino al salvataggio di Salimata. Alcune di quelle tavole sono tra le più spettacolari del libro.

Qual è la forza di questo lavoro?
L’opera crea un’empatia immediata con la protagonista e racconta una storia universale: quella di chi affronta dei rischi nel tentativo di raggiungere una vita migliore. Nelle Canarie sappiamo che cosa significa emigrare. Migliaia di abitanti dell’arcipelago partirono in condizioni molto difficili per Cuba all’inizio del Novecento e per il Venezuela soprattutto verso la metà del secolo. Nelle Canarie, come in Italia, è esistito anche un rifiuto dell’immigrazione: è la reazione ancestrale di fronte all’altro, allo straniero, a chi percepiamo come qualcuno venuto a toglierci qualcosa. La storia di Salimata mostra come una sofferenza estrema, che portò alla morte la maggior parte delle persone presenti su quell’imbarcazione, possa poi sfociare in una sorta di resurrezione. Eduardo la racconta magnificamente, senza addolcirla. È una narrazione triste, dura, a tratti persino sinistra e profondamente umana. La maestria di Eduardo dimostra il potenziale del fumetto nel raccontare queste esperienze. Eduardo trasforma il lavoro giornalistico in un racconto che, dal mio punto di vista, ha una forza ancora maggiore.

Per concludere, quali possibilità del fumetto restano ancora da esplorare? Quale potrebbe essere il lascito della Fundación Cine+Cómics per il futuro di questo linguaggio?
Il paradosso è che le nuove forme d’intrattenimento potrebbero finire per trasformare il fumetto in un’attività quasi terapeutica per i lettori adulti che vogliono comprendere il mondo senza dover leggere lunghi saggi. Si pubblicano sempre più saggi a fumetti. Prendiamo, per esempio, Papyrus. L’infinito in un giunco di Irene Vallejo, uno dei libri più venduti in Spagna negli ultimi anni, adattato a fumetti da Tyto Alba. Mi sembrava impossibile trasferire in un fumetto la bellezza di quel libro e, in un certo senso, continuo a pensarlo. Tyto Alba non può restituire tutto ciò che rappresenta l’opera di Irene Vallejo, ma ha compiuto un lavoro notevole. Il risultato è un fumetto magnifico, anche se molto legato al testo. A volte ci sono pagine piene di parole, ma come si può privare il lettore della bellezza della prosa di Irene Vallejo? Questo è il grande enigma che il fumetto deve ancora risolvere: il rapporto tra la bellezza della prosa e l’espressività del disegno. Alcuni autori riescono a raggiungere un equilibrio ottimale, altri no.

Thomas Villa

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