Dopo due anni di arretramento, il mercato delle ristrutturazioni edilizie agevolate dal fisco sembra aver trovato almeno un punto di equilibrio. Nei primi cinque mesi del 2026 le famiglie italiane hanno effettuato 10,25 miliardi di euro di pagamenti tramite bonifici per lavori che danno diritto alle detrazioni fiscali, con un incremento del 4,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. È un dato ancora lontano dai picchi raggiunti durante la stagione del Superbonus, ma rappresenta soprattutto un segnale: la lunga fase di discesa degli investimenti potrebbe essersi arrestata.

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I numeri sono quelli elaborati da Il Sole 24 Ore, a partire dal Bollettino delle entrate tributarie pubblicato dal ministero dell’Economia e delle Finanze. E raccontano un mercato che, una volta esaurita la spinta eccezionale dei bonus al 90% e al 110%, sembra aver conservato uno zoccolo duro di domanda. Sono i lavori che non possono essere rinviati, dalle manutenzioni condominiali alle ristrutturazioni delle abitazioni acquistate per andarci a vivere, insieme agli interventi che i proprietari continuano a programmare perché la detrazione fiscale, anche se meno generosa rispetto agli anni del Superbonus, consente comunque di ridurre il costo effettivo dell’investimento.

Il dato, tuttavia, va letto con cautela. Parlare di ripresa sarebbe ancora prematuro. Più corretto è parlare di una possibile fine della caduta. Il comportamento mensile dei bonifici non è infatti omogeneo. A maggio sono stati effettuati pagamenti per 2,41 miliardi di euro, in calo dello 0,4% rispetto allo stesso mese del 2025. Anche gennaio aveva registrato una variazione negativa, mentre febbraio, aprile e soprattutto marzo hanno segnato performance migliori rispetto a un anno prima. Il bilancio dei primi cinque mesi è quindi positivo, ma non ancora sufficiente per dire che sia iniziato un nuovo ciclo espansivo.

La casa principale resta il motore del bonus

A sostenere la domanda è soprattutto la prima casa. Nel 2026, infatti, per gli interventi effettuati sull’abitazione principale è ancora prevista una detrazione del 50%, mentre sugli altri immobili l’aliquota è già scesa al 36%. La differenza sta diventando sempre più importante nelle decisioni delle famiglie, perché rende economicamente più conveniente concentrare gli interventi sull’immobile in cui si vive. Sulla base delle informazioni del dipartimento delle Finanze, il bonus ristrutturazioni continua a essere utilizzato soprattutto dai contribuenti che presentano la dichiarazione dei redditi attraverso il modello 730. Nel 2025 ha utilizzato la detrazione il 36,1% dei lavoratori dipendenti con reddito superiore a 20mila euro e il 51% dei pensionati.

È una platea che spiega anche perché il bonus continui a mantenere una domanda relativamente stabile nonostante il ridimensionamento delle aliquote. Per molti contribuenti la detrazione rappresenta ormai uno strumento fiscale consolidato: un rimborso più contenuto resta comunque preferibile alla rinuncia completa all’agevolazione.

La concentrazione sulla prima casa è particolarmente evidente anche nella distribuzione delle spese. Secondo i dati citati da Il Sole 24 Ore del Lunedì, elaborati a partire dalle informazioni del Caf Acli, circa il 73% dei beneficiari applica la detrazione su abitazioni principali. Per le singole unità immobiliari la spesa risulta inoltre circa sette volte superiore rispetto a quella riferita alle quote di lavori sulle parti comuni condominiali.

Tolta l’inflazione, la crescita si ridimensiona

Il +4,6% dei primi cinque mesi non può però essere considerato interamente crescita reale. Una parte dell’incremento riflette infatti l’aumento dei prezzi delle costruzioni e dell’economia nel suo complesso. Se si prende come riferimento l’indice Istat dei prezzi alla produzione delle costruzioni per gli edifici residenziali, l’aumento nominale del 4,6% si riduce al 3,1% in termini reali. Se invece si utilizza l’inflazione generale misurata attraverso l’indice Foi dell’Istat, l’incremento reale scende ulteriormente, al 2,6%. Il quadro che emerge è quindi quello di un settore che sta sostanzialmente stabilizzandosi più che vivendo una nuova esplosione degli investimenti. Al netto dell’effetto prezzi, il volume della spesa appare infatti ancora vicino ai livelli registrati prima della pandemia e prima della stagione del Superbonus.

Il confronto con il 2019 è particolarmente significativo. Prima del Covid e della straordinaria espansione dei lavori sostenuti dai bonus al 90% e al 110%, il bonus ristrutturazioni aveva già prodotto un mercato strutturale di dimensioni importanti. Oggi, una volta eliminata la componente straordinaria generata dal Superbonus e dalla possibilità di cessione dei crediti d’imposta, sembra emergere proprio quella base di domanda che il sistema degli incentivi aveva costruito negli anni precedenti.

Il 2027 può cambiare nuovamente il mercato

La fotografia dei primi cinque mesi assume un significato ancora più interessante guardando al calendario fiscale. Dal 1° gennaio 2027, in assenza di modifiche normative, il bonus ristrutturazioni e l’ecobonus scenderanno dal 50% al 36% per gli interventi sulle abitazioni principali e dal 36% al 30% per gli altri immobili. Anche il bonus mobili è destinato a terminare alla fine del 2026: oggi consente una detrazione del 50% su una spesa massima di 5mila euro, senza la distinzione tra abitazione principale e altri immobili prevista per gli altri bonus. È qui che potrebbe entrare in gioco la prossima legge di Bilancio. La possibilità di prorogare anche nel 2027 le aliquote oggi in vigore è già stata indicata come uno dei dossier destinati a entrare nella discussione sulla manovra. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha manifestato nelle scorse settimane un orientamento favorevole alla conferma delle agevolazioni, compatibilmente con le risorse disponibili.

Per le famiglie, il rischio è quindi quello di trovarsi davanti a una finestra temporale particolarmente delicata. Chi ha già deciso di ristrutturare può avere un incentivo ad anticipare lavori e pagamenti entro il 31 dicembre 2026, proprio per beneficiare dell’aliquota più elevata oggi prevista per le prime case. Naturalmente, il calendario dei pagamenti non può essere separato dalla concreta realizzazione dell’intervento e dalla corretta documentazione dei rapporti con imprese e professionisti.

Per lo Stato, invece, la questione è opposta. La riduzione delle aliquote comporta un risparmio sulle future detrazioni fiscali. Se nel 2026 venisse confermata la stessa dinamica osservata nei primi cinque mesi e la stessa quota di interventi concentrata sulle prime case, il minor volume di agevolazioni potrebbe produrre risparmi nell’ordine di 1,2-1,3 miliardi di euro, distribuiti nel periodo decennale di fruizione delle detrazioni. A questi si aggiungerebbero i risparmi già stimati sulle spese sostenute nel 2025.

Il rischio di un nuovo effetto “corsa al bonus”

Il paradosso è che la prospettiva di una riduzione dell’incentivo potrebbe finire per sostenere proprio nel 2026 la domanda che il Governo vorrebbe progressivamente ridimensionare. Se famiglie e proprietari considerano probabile una riduzione delle detrazioni dal 2027, possono avere un motivo in più per anticipare lavori e pagamenti. Il fenomeno potrebbe essere particolarmente evidente nelle abitazioni principali, dove la differenza tra il 50% attuale e il 36% previsto dalla normativa vigente per il 2027 è sufficientemente ampia da modificare la convenienza finanziaria di un intervento.


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 Cristina Giua

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