Prima c’erano i tonni. Adesso ci sono i turisti.

È volutamente provocatoria l’immagine scelta da Claudia Fauzia per raccontare la trasformazione di Favignana. La vecchia mattanza è finita nel 2007, lo Stabilimento Florio è diventato un museo, ma sull’isola tutto continua a richiamare quella storia: fotografie dei tonnaroti, locali, piatti, insegne, aperitivi. Il tonno non costituisce più il centro dell’economia favignanese, ma è diventato un marchio.

“Il territorio la vende, ma non la vive più”, scrive Fauzia.

Ed è da questa immagine che parte una riflessione che incrocia esattamente il dibattito aperto in queste settimane alle Egadi: quando il turismo smette di essere una risorsa e comincia a trasformare il territorio che dovrebbe valorizzare?

 

Chi è Claudia Fauzia

 

Claudia Fauzia, classe 1995, palermitana, è economista, autrice, attivista e divulgatrice. Si occupa di studi di genere, diritti umani, disuguaglianze e questione meridionale ed è conosciuta sui social anche come “La Malafimmina”. Ha pubblicato il saggio Femminismo terrone. Per un’alleanza dei margini e il romanzo Con il mare dentro. Nel suo lavoro affronta spesso le disparità geografiche e sociali osservandole dalla prospettiva del Mezzogiorno.

Sul suo spazio “Prospettiva Sud” ha dedicato a Favignana un lungo intervento dal titolo “La stagione della mattanza. Da Favignana, una riflessione sulla turistificazione del Mezzogiorno”.

Leggi “La stagione della mattanza” su Prospettiva Sud

 

Non overtourism, ma “turistificazione”

 

La parola utilizzata da Fauzia è importante: turistificazione.

Non significa semplicemente che ci sono troppi turisti. Indica qualcosa di più profondo: un territorio che progressivamente comincia a organizzarsi quasi esclusivamente intorno alle esigenze di chi lo visita.

Le abitazioni diventano case vacanze e B&B. I negozi destinati ai residenti lasciano spazio alle attività stagionali. Gli affitti vengono parametrati sulla capacità di spesa di chi arriva per una settimana. Mestieri e servizi che servono dodici mesi l’anno diventano economicamente meno convenienti.

È una riflessione che ricorda molto quella fatta a Tp24 da Maria Guccione, storica ristoratrice favignanese: “Non ci sono più fabbri e carpentieri, ormai sono tutti albergatori”.

Fauzia arriva alla stessa questione attraverso la testimonianza di Giuseppe Mignosa, medico che vive stabilmente a Favignana e lavora nella guardia medica.

È lui a raccontarle l’altra Favignana, quella che difficilmente entra nei reel di Instagram.

 

 

L’isola dei tramonti e quella dell’inverno

 

Mignosa contesta soprattutto la rappresentazione del Sud come luogo dove tutto sarebbe lento, semplice, solare.

La Favignana che racconta è invece quella del lavoro quotidiano in una comunità isolata, di una sanità che deve funzionare con poche risorse, della difficoltà di trovare un’abitazione in affitto per dodici mesi e di prezzi immobiliari ormai proibitivi.

E soprattutto c’è l’inverno.

È lì che si misura la fragilità del modello.

Il turista se ne va. Le attività stagionali chiudono. Alcuni servizi scompaiono. E chi resta deve continuare a vivere sull’isola anche quando non ci sono ombrelloni, aperitivi e barche davanti a Cala Rossa.

Il paradosso è evidente: il turismo porta denaro e contemporaneamente può rendere più difficile abitare il luogo che produce quella ricchezza.

 

Da tonnaroti ad albergatori

 

La trasformazione economica di Favignana è stata rapidissima.

Per generazioni l’isola ha vissuto di pesca, tonnara, cave di tufo, agricoltura, artigianato. Era un’economia certamente durissima, che nessuno dovrebbe romanticizzare, ma era strettamente legata al territorio e distribuiva funzioni differenti all’interno della comunità.

Oggi quasi tutto tende verso un’unica direzione: il turismo.

B&B, case vacanze, ristorazione, noleggio di biciclette e scooter, escursioni in barca, servizi per i visitatori.

È ricchezza. È occupazione. Ha permesso a molte famiglie di restare sull’isola e, come abbiamo raccontato su Tp24, c’è anche chi torna a Favignana proprio perché intravede nuove possibilità di investimento.

Ma la dipendenza da una sola industria rende inevitabilmente fragile qualsiasi territorio.

 

Fauzia usa una parola ancora più forte: “estrattivismo”

 

La parte più interessante, e certamente più discutibile, dell’analisi di Fauzia arriva quando la turistificazione viene letta come una forma di estrattivismo.

Il meccanismo sarebbe quello tipico delle economie nelle quali una risorsa viene utilizzata intensamente per produrre valore senza che tutta quella ricchezza rimanga nel territorio.

Nel caso di Favignana la materia prima non è il petrolio, né un minerale.

È Favignana stessa.

Il mare. Le cale. Il paesaggio. Le case. La cultura. La memoria della tonnara. Perfino l’idea della “vita lenta”.

Tutto diventa qualcosa che può essere venduto.

Il rischio, secondo Fauzia, è che una parte consistente del valore prodotto finisca altrove, attraverso investitori esterni e grandi piattaforme di intermediazione, mentre sull’isola rimangano il consumo del territorio, i prezzi elevati delle abitazioni e un’economia prevalentemente stagionale.

 

Ma Favignana non è un’isola morta

 

È però proprio su questo punto che il dibattito diventa interessante.

Perché esiste anche una lettura differente.

Michele Rallo, già responsabile di Legambiente sull’isola e oggi a stretto contatto con il tessuto imprenditoriale, ha spiegato a Tp24 che negli ultimi anni sono nate numerose imprese e che tra gli investitori ci sono anche favignanesi che hanno deciso di tornare e scommettere sull’isola.

Rallo invita inoltre a guardare alla popolazione scolastica: centinaia di ragazzi frequentano le scuole delle Egadi. Famiglie che esistono, lavorano e vivono sull’arcipelago anche quando agosto è finito.

Anche il sindaco Giuseppe Pagoto respinge l’idea che la soluzione possa essere semplicemente quella di chiudere le porte ai visitatori.

La sua ricetta è un’altra: destagionalizzare, programmare e aumentare la qualità dei servizi, governando i flussi anziché subirli.

Con un paradosso che Pagoto ricorda spesso: chi protesta perché arrivano troppi turisti è talvolta lo stesso che, davanti a un ponte festivo, chiede più collegamenti straordinari per portarne ancora di più.

 

Il problema delle case

 

Ma c’è un punto sul quale è difficile girarsi dall’altra parte: la casa.

Quando affittare un appartamento per dodici mesi rende molto meno che affittarlo per dodici settimane, il mercato fa rapidamente i suoi conti.

Ed è qui che il turismo può cominciare a espellere indirettamente proprio le persone necessarie alla vita dell’isola: insegnanti, medici, dipendenti, giovani coppie, lavoratori che non possiedono un’abitazione.

Un’isola piena di posti letto turistici e senza case per chi deve lavorarci tutto l’anno è un paradosso solo apparente. È uno degli effetti più tipici delle località che hanno costruito una parte troppo grande della propria economia sulle locazioni brevi.

 

E poi c’è il territorio

 

La discussione assume un peso ancora maggiore proprio mentre Favignana affronta il tema delle concessioni demaniali e delle nuove strutture lungo la costa.

Il Consiglio comunale è stato chiamato a discutere strumenti di salvaguardia in attesa del PUG e del PUDM. Il sindaco Pagoto ha chiesto alla Regione di intervenire su alcune concessioni, mentre a Cala Grande è stato rigettato un progetto per un punto di ristoro e a Cala Pirreca è stata disposta la demolizione di opere ritenute abusive.

Non è quindi una discussione accademica.

La trasformazione dell’isola sta avvenendo adesso.

 

Chi deve decidere quanto turismo può sopportare un’isola?

 

Ed è forse questa la domanda più interessante posta da Fauzia.

Chi stabilisce la capacità di carico di Favignana?

Il mercato? Gli imprenditori? La Regione? Il Comune? Chi possiede le case? Chi arriva per sette giorni? Oppure chi sull’isola deve viverci per dodici mesi?

Non esiste una risposta semplice.

Perché senza turismo Favignana sarebbe probabilmente più povera. Ma una Favignana costruita esclusivamente per i turisti rischierebbe di essere altrettanto povera, semplicemente in un altro modo.

Potrebbe avere più ristoranti, più B&B, più escursioni, più fatturato. E contemporaneamente meno residenti, meno mestieri, meno servizi, meno comunità.

È il punto sul quale convergono, partendo da posizioni diverse, molte delle persone che Tp24 ha ascoltato in questi giorni.

Il problema non è stabilire se il turismo sia buono o cattivo.

Il problema è decidere quanto turismo, quale turismo e soprattutto quale Favignana vogliamo che rimanga quando i turisti tornano a casa.

Perché un’isola può diventare bravissima a vendere la propria identità.

Il rischio comincia quando, per venderla, finisce per perderla.




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