23 agosto 2026 – ore 10:00 – Dalle aule del liceo scientifico Oberdan di Trieste ai laboratori di ricerca sull’Ia applicata alla neurochirurgia di Parigi, passando per Cambridge, Monaco di Baviera e Corea del Sud: il percorso di Caterina Galatà non parla soltanto di tecnologia e ricerca ma anche di scelte, coraggio, inclusione e capacità di trasformare le opportunità in nuove direzioni. In questa intervista la giovane ricercatrice racconta il suo percorso, la sua visione dell’Intelligenza artificiale, le sfide legate alla presenza femminile nelle discipline Stem e il suo amore mai finito per Trieste. Caterina Galatà proprio a Trieste ha frequentato la scuola elementare internazionale, la media Guido Corsi e il liceo scientifico Guglielmo Oberdan. In quarta superiore ha scelto di trasferirsi a Cambridge, in Inghilterra, per conseguire l’International Baccalaureate, un diploma di maturità internazionale. Dopo il diploma, via di nuovo in Germania, alla Technical University of Munich (TUM) dove ha studiato ingegneria elettronica. Durante la laurea triennale ha avuto l’opportunità di trascorrere sei mesi in Corea del Sud, in scambio presso la principale università tecnica Coreana, Kaist: un’esperienza importante non solo dal punto di vista accademico, ma anche per quanto riguarda lo sviluppo personale.

“Vivere in un contesto così diverso è stato complesso, e ha definitivamente rafforzato il mio spirito di adattamento, ma anche profondamente interessante ed educativo”, racconta Caterina: “Ho poi proseguito con una laurea magistrale in robotica e intelligenza artificiale presso la TUM. Per la mia tesi ho lavorato in collaborazione con Inria e l’Institut du Cerveau di Parigi, occupandomi di intelligenza artificiale applicata alle immagini medicali. Durante questo periodo ho avuto l’opportunità di partecipare ad un corso di formazione organizzato in Cina dalla TUM e CAIR (Center for Artificial Intelligence and Robotics di Hong Kong) con focus sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nella chirurgia. Dopo questa esperienza in Cina ho deciso che avrei voluto dedicarmi allo studio di questa materia più profondamente e per questo motivo da ottobre inizierò un dottorato di ricerca, finanziato da Google, presso l’Institut du Cerveau di Parigi, dove studierò le applicazioni dell’intelligenza artificiale nella neurochirurgia”.

Che cosa l’ha ispirata a intraprendere questo percorso? “In realtà non ho mai avuto, fin da bambina, un piano preciso del tipo: “Da grande farò questo lavoro”. Ho piuttosto cercato di affrontare ogni scelta chiedendomi quali opportunità mi avrebbero permesso di crescere di più. Per me, il metodo migliore per imparare è mettersi alla prova, uscire dalla propria zona di comfort e avere il coraggio di affrontare situazioni con esito incerto. Per questo ho cercato di dire sì alle opportunità che mi sembravano interessanti, anche quando significava trasferirmi in un altro Paese, ricominciare in un ambiente nuovo o confrontarmi con qualcosa che non avevo mai fatto prima. La mia scelta non è quindi nata da una passione precisa che avevo già individuato. È stata costruita passo dopo passo. A ogni punto di svolta mi sono affidata un po’ all’intuito, un po’ alla curiosità e soprattutto ai miei valori. Credo che questo sia importante anche per i ragazzi: non è necessario avere già tutte le risposte per iniziare a costruire il proprio futuro. A volte bisogna semplicemente fare il passo successivo che sembra più giusto in un dato momento e vedere dove porta”.

Può spiegarci meglio il suo ambito di studi, anche attraverso qualche esempio concreto? “Mi occupo principalmente di analisi e interpretazione di immagini medicali, con particolare focus sull’ambito neurochirurgico. Un esempio concreto è quello delle ecografie. Sono strumenti molto interessanti perché sono relativamente economici, veloci da utilizzare e disponibili in moltissime strutture ospedaliere. Il problema è che le immagini ecografiche possono essere difficili da interpretare, soprattutto in tempo reale. Questo ne limita l’utilizzo in situazioni molto complesse, come possono presentarsi durante gli interventi chirurgici. La mia ricerca cerca di utilizzare l’intelligenza artificiale proprio per colmare questo divario: sviluppiamo modelli in grado di analizzare le immagini e fornire al chirurgo delle indicazioni sotto forma di elementi visivi aggiuntivi, una sorta di “overlay” che possa aiutarlo a capire ciò che sta osservando. L’obiettivo non è sostituire il medico. È l’opposto: mettere la tecnologia al servizio delle competenze umane, dando al chirurgo strumenti che possano aiutarlo a prendere decisioni migliori e, magari, rendere possibili interventi che oggi sono molto difficili. È anche per questo che mi interessa lavorare con tecnologie relativamente accessibili come gli ultrasuoni: l’innovazione, secondo me, ha davvero valore quando non rimane confinata nei centri più avanzati, ma può diventare uno strumento a disposizione di quante più persone possibile”.

Come immagina il mondo del lavoro dei prossimi decenni? “Per quanto riguarda il futuro del lavoro, credo che l’intelligenza artificiale lo trasformerà profondamente. Alcune attività, soprattutto quelle ripetitive, standardizzate o facilmente automatizzabili, saranno sempre più affidate alle macchine. Ma questo non significa necessariamente che il lavoro umano perderà valore. Al contrario, penso che diventeranno ancora più importanti quelle capacità che una macchina fatica a replicare: empatia, capacità di collaborare e relazionarsi con i colleghi, intuito ed esperienza. La vera sfida, quindi, non sarà capire come competere con l’intelligenza artificiale, ma imparare a lavorare insieme ad essa.

Qual è la sua personale visione dell’intelligenza artificiale? Ha notato differenze culturali nel modo in cui viene percepita? “Essendo una persona che lavora nel settore, credo profondamente nelle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. La considero soprattutto uno strumento: il suo valore dipende da come decidiamo di utilizzarla. Nel mio lavoro, ad esempio, non mi interessa creare una tecnologia che “faccia il lavoro del chirurgo”, ma una tecnologia che permetta al chirurgo di fare qualcosa di meglio, più velocemente o in modo più sicuro. Allo stesso tempo, credo che proprio perché l’IA rappresenta una rivoluzione così importante debba essere sviluppata e utilizzata con grande responsabilità. Non possiamo limitarci a chiederci che cosa sia tecnicamente possibile fare: dobbiamo anche chiederci che cosa sia giusto fare e quale impatto avrà sulla società. Durante le mie esperienze internazionali ho percepito differenze interessanti nell’approccio alla tecnologia. In molti contesti asiatici, ho trovato un atteggiamento più orientato alla sperimentazione e all’innovazione. Esiste spesso una forte connessione tra università, ricerca, industria e startup, che permette a un’idea nata in laboratorio di trasformarsi più rapidamente in un prodotto o in un servizio. In Europa, invece, percepisco una maggiore prudenza, che può essere una ricchezza quando significa attenzione alle conseguenze e alla regolamentazione, ma rischia di diventare un limite quando si trasforma in ostacolo all’innovazione. Credo che la strada giusta stia nel mezzo: non avere paura dell’intelligenza artificiale, ma nemmeno accettarla in modo acritico. Dobbiamo imparare a conoscerla, a comprenderne i limiti e a decidere noi quale futuro vogliamo costruire con questa tecnologia. Mi piacerebbe vedere un’Europa capace di offrire ai suoi giovani le condizioni per trasformare le proprie idee in innovazione, invece di spingere molti a cercare altrove gli ecosistemi più favorevoli per realizzarle”

Come concepisce il suo impegno per incentivare l’interesse femminile nelle STEM? “Ancora oggi relativamente poche ragazze scelgono percorsi di studio e professionali fortemente tecnici. Credo che una parte del problema nasca molto prima della scelta dell’università. Fin da bambini, ragazze e ragazzi vengono esposti, anche inconsapevolmente, ad aspettative diverse. Costruire, programmare, smontare oggetti o sperimentare con la tecnologia vengono ancora troppo spesso percepite come attività “da maschi”. Se una ragazza non ha mai avuto l’occasione di provare qualcosa, è naturale che possa pensare che quella cosa non faccia per lei. Per questo durante l’università ho fatto parte di un’associazione studentesca che organizza corsi introduttivi di programmazione per ragazze delle scuole medie e superiori. L’obiettivo è far scoprire la programmazione in modo divertente e coinvolgente, attraverso il gioco e la sperimentazione, lasciando alle ragazze la libertà di capire se è qualcosa che le appassiona. Cerchiamo inoltre di accompagnarle nelle loro scelte formative, facendo da mentori e mostrando loro che esistono molti percorsi possibili. Credo molto nel valore dell’esempio. Quando una ragazza vede una donna che lavora in questo settore, può diventare più facile per lei immaginarsi nello stesso ruolo. Per questo penso che rendere le facoltà STEM più inclusive non significhi semplicemente aumentare il numero delle donne che le scelgono. Significa anche fare in modo che nessuna ragazza rinunci a provarci perché pensa, ancora prima di iniziare, che in quei settori non ci sia un posto per lei”.

Come collega il suo percorso alla sua città, Trieste, e che messaggio vorrebbe restituirle? “A Trieste devo una parte importante della mia formazione. I professori del liceo scientifico Oberdan hanno contribuito a farmi appassionare alle materie scientifiche e, guardando oggi il percorso di molti dei miei amici e coetanei, penso che la città ci abbia dato una preparazione molto solida. Ma Trieste mi ha lasciato anche qualcosa che va oltre la scuola: la sua multiculturalità. Crescere in una città di confine, storicamente aperta a culture e influenze diverse, significa essere esposti fin da giovane età al confronto con persone provenienti da contesti diversi dal proprio. Oggi mi sento molto orgogliosa delle mie origini e sono felice di vedere Trieste crescere e affermarsi sempre di più anche a livello internazionale per la ricerca scientifica che vi viene condotta. A Trieste vorrei restituire soprattutto un senso di fiducia: è una città piccola, ma può dare ai suoi giovani gli strumenti per andare lontano. Io ho avuto la fortuna di studiare qui e di crescere in un ambiente multiculturale che mi ha preparata a confrontarmi con il mondo. Oggi, vivendo e lavorando all’estero, mi rendo conto ancora di più di quanto questa apertura sia un valore alquanto unico per una città di queste dimensioni”.

Approfondimento a cura di Benedetta Marchetti e Lilli Goriup

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 Lilli Goriup

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