Palazzo Blu ospita la mostra “I fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra Otto e Novecento”, visitabile fino al 6 settembre. Con questa esposizione il museo prosegue il proprio percorso di valorizzazione della cultura figurativa tra XIX e XX Secolo, già affrontato attraverso le precedenti mostre dedicate ai Macchiaioli, da Henri de Toulouse-Lautrec fino all’atmosfera della Belle Époque.
I fratelli Gioli e Pisa
La mostra evidenzia il ruolo di Pisa, città che possedeva una malinconia dilaniata dalle pieghe di una città antica, come luogo di sperimentazione artistica. Non è una esposizione monografica sui fratelli Gioli, ma una precisazione su come i fratelli esercitassero un’influenza sui pittori della città e su come il territorio pisano fu frequentato da presenze artistiche di primo piano. L’esposizione presenta una selezione di 105 dipinti, ad arricchire il percorso troviamo anche studi preparatori inediti. La sezione dedicata ai disegni dei Gioli presenta per la prima volta al pubblico un nucleo di opere provenienti dall’archivio di famiglia e da collezioni private. Per immergerci completamente nella mostra è opportuno capire il periodo storico nel quale ci troviamo. A Firenze, alla metà dell’Ottocento, si riunivano artisti toscani come Telemaco Signorini, Odoardo Borrani e Giovanni Fattori, insieme ad altri di diversa provenienza, come Vincenzo Cabianca e Silvestro Lega chiamati i Macchiaioli, che hanno ripudiato l’Accademia di Belle Arti e proposto una nuova libertà espressiva, una pittura che mostrasse una sensibilità sociale e si rivolgesse a un pubblico più ampio, proponendo immagini di vita e di esperienza quotidiana. Intanto nella Parigi della Belle Époque, l’impressionismo di Degas, Manet e Monet, con un nuovo uso della luce e del colore, diffonde la pittura “en plein air”, mentre, nello stesso tempo, Toulouse-Lautrec ritrae con straordinaria originalità la vita delle maisons e dei cabaret.
La mostra a Palazzo Blu a Pisa
I fratelli Gioli rappresentano un nodo centrale, la loro esperienza si inserisce in una ampia rete di relazioni che affonda le radici nella stagione dei Macchiaioli e si sviluppa nelle declinazioni del naturalismo e della pittura di paesaggio. Entrambi i fratelli cercavano di restituire la verità della vita quotidiana, ogni gesto, ogni postura venivano studiati non solo per la resa ottica, ma per trasmettere la tensione, la fatica e la dignità dei protagonisti. Francesco Gioli (1846 –1922) dopo una doppia formazione accademica a Pisa e a Firenze, mise a frutto le sollecitazioni ricevute dai macchiaioli. Decisivo fu anche il viaggio che fece a Parigi dove rimase colpito dalla pittura del paesaggio francese di primo Ottocento. In seguito, il matrimonio con la marchesa Matilde Bartolommei contribuisce a consolidare i suoi contatti con il salotto mondano fiorentino. Matilde Bartolomei, donna colta e intelligente, pittrice e con una energia vitale nel raccontare su carta la campagna pisana, fu al centro di quel vero e proprio cenacolo intellettuale che si formò nella villa dei Gioli nella campagna pisana. Francesco Gioli si pose come anello di congiunzione tra il gruppo dei Macchiaioli e la pittura dei postmacchiaioli. Indagò l’universo della campagna toscana, dandone una resa di equilibrio tra uomo e natura. L’interesse per il mondo rurale, l’attaccamento profondo al paesaggio contadino toscano trovano riscontro nelle sue opere.

Chi erano i Fratelli Gioli
Ne è un esempio: “Arruoto di Santo Spirito (Monte di Pietà)”, datato 1880, dipinto di grandi dimensioni, i quadri molto grandi in questo periodo servivano a raccontare un aspetto storico, i fratelli Gioli al contrario sfruttano questo formato per rappresentare un momento di vita quotidiana. Francesco unisce la precisione del realismo a un intenso senso di empatia, trasformando la rappresentazione della realtà in un veicolo di sentimento e partecipazione umana. Immergendoci in questo dipinto sembrerà di assistere in prima persona a una scena di vita quotidiana. Una realtà nuda che delinea i contorni di ogni protagonista. Francesco dimostra una sensibilità attenta nei confronti di chi lo circonda, questo aspetto riuscirà a far sì che lo spettatore riesca a leggere ogni sentimento emanato dai protagonisti della scena: attesa, stanchezza, tranquillità. Anche l’ambiente circostante è intriso da questa medesima realtà: sterco di cavallo lungo la strada, muri vissuti alle spalle delle protagoniste. Una realtà che commuove e ci fa conoscere uno spaccato di società dell’epoca. Altra opera di grande impatto è: “Pesca a sciabica” ,1887, sempre di Francesco Gioli, accompagnato dai disegni preparatori, con i quali si ha una lettura che va oltre la superficie della tela. È il movimento d’insieme a dominare il ritmo sincronizzato di corpi che tirano la fune. Il dipinto acquista movimento e sembra prendere vita sotto i nostri occhi. Si ha la sensazione di sentire le onde del mare infrangersi nella battigia oltre al vento e al rumore del chiacchiericcio dei protagonisti.

I postmacchiaioli e la relazione con la natura
La natura sembra sincronizzarsi alla perfezione con l’essere umano fino a fondersi e diventare un tutt’uno. A seguire con: “Benedizione in campagna” di Angiolo Tommasi, 1885, ci troviamo davanti l’umanità unita in un rito collettivo. Scena toccante e commovente. Tommasi rende omaggio al popolo raffigurandolo con il dovuto rispetto. Pelle cotta dal sole, mani vissute di chi lavora la terra, il popolo rurale vestito con gli abiti migliori si prepara alla benedizione. Lo spettatore si trova a far parte del gruppo e diventa un tutt’uno con esso. Con rispetto e silenzio ci immergiamo in questo rito collettivo. Mostra coinvolgente che aiuta a capire chi eravamo, chi siamo e chi vogliamo essere, ristabilendo un contatto con l’umano e la natura, riesumando nella parte più profonda dell’essere il rispetto verso noi stessi e gli altri.
Giada Fanelli
Pisa // fino al 6 settembre 2026
I fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra Otto e Novecento
PALAZZO BLU – Lungarno Gambacorti, 9
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