Su VITA magazine ne abbiamo elencati cento, ma ognuno di noi ne conserva almeno uno nell’anima. Li abbiamo chiamati “paesi-persona”, sono quei luoghi che mettono al centro l’umano e nelle relazioni custodiscono il loro bene più prezioso. Abbiamo chiesto a una serie di interlocutori di raccontarci ognuno il proprio posto del cuore: ne è uscito un itinerario sentimentale fatto di ecosistemi da proteggere, in cui vivere incontri indelebili e a cui riservare la versione più autentica di sé.
«I luoghi del cuore non sono soltanto quelli che ti capitano. I luoghi del cuore si possono scegliere». Ne è convinta Maria Chiara Roti, direttrice generale di Casa Ronald McDonald Italia. L’espressione “paesi-persona” in lei risuona perché i contesti ama raggiungerli a piedi, zaino in spalla, a passo d’uomo. All’attivo ha almeno 25 cammini, un modo di viaggiare che le è entrato dentro, tanto da farne un metodo di lavoro per tutta la comunità che gravita attorno alla Fondazione. Quando la raggiungiamo al telefono, è in partenza per l’ennesimo trek.
«Il mio posto l’ho scelto»
Di paesi-persona, Maria Chiara Roti deve averne intercettati parecchi lungo i sentieri, ma ce n’è uno che occupa un posto speciale nel suo immaginario, anche nelle giornate milanesi (la città in cui vive e lavora). «È la Valsesia, in particolare l’antico borgo alpino di Riva Valdobbia», racconta. «Non è un luogo della mia infanzia e non appartiene alla storia della mia famiglia. Non è uno di quei posti che si ereditano attraverso le tradizioni o i ricordi. L’ho scelto da adulta, una decina di anni fa».

Il motivo sta tutto in un incontro: «Un’amica mi suggerì di andare a conoscere un uomo, Beppe, che viveva da solo all’Alpe Sattal. Dopo aver percorso a piedi tutto l’arco alpino, aveva scelto quel posto come casa: un alpeggio a 2mila metri di quota, dove aveva costruito con le proprie mani il suo rifugio ai piedi del Monte Rosa. Quell’incontro mi ha lasciato un segno profondo. Beppe è diventato un amico e, soprattutto, mi ha insegnato una cosa importante: i luoghi non sono soltanto quelli in cui si nasce o che si frequentano per tradizione. Si possono anche scegliere».
Se Beppe aveva deciso di vivere in un posto tanto isolato (l’Alpe è raggiungibile soltanto a piedi in tre ore di cammino), doveva esserci qualcosa di speciale. «Così ho iniziato a guardare la Valsesia con occhi diversi. Ho iniziato a frequentarla insieme alla mia famiglia e me ne sono innamorata, perché conserva un carattere autentico e selvaggio. È una montagna che non si è piegata al turismo di massa: pochi servizi, niente grandi alberghi, una manciata di negozi e ristoranti. La frequentano soprattutto persone che cercano la natura nella sua forma più integra. D’estate arrivano alpinisti ed escursionisti, d’inverno chi pratica sci alpinismo o freeride. È un turismo discreto, rispettoso, fatto di persone che condividono un certo modo di vivere».
Un pezzo di storia da abitare
Con il passare degli anni è maturata in Maria Chiara un’idea: «Realizzare il mio rifugio, la mia “stanza tutta per me”. Il modello di Beppe non poteva essere replicato: la sua era una scelta estrema, possibile soltanto in alta montagna. Io dovevo tradurre quella stessa ispirazione in una dimensione diversa, quella di un paese». A Riva Valdobbia succede quella che Roti definisce «un’illuminazione forse più emotiva che razionale. Cercavo un luogo immerso nella natura, ma anche un pezzo di storia da abitare».


C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA
Questa zona della Valsesia conserva la cultura Walser, antica popolazione di lingua germanica che, tra il XIII e il XIV secolo, attraversò le Alpi e si stabilì in queste vallate. Ancora oggi qui sopravvivono una lingua minoritaria, tradizioni e un’architettura unica. Le case walser, costruite in legno con tetti in pietra, sono riconoscibili soprattutto per le lobbie, caratteristiche terrazze con parapetti chiusi da assi di legno. Erano pensate per la vita contadina: al piano terra trovavano posto gli animali, al primo piano viveva la famiglia e all’ultimo livello il fieno veniva steso a essiccare. «È questo che amo del mio paese del cuore: mi trovo immersa in una natura profonda, con una montagna maestosa davanti agli occhi, ma allo stesso tempo vivo dentro un paese che custodisce una storia antica. A differenza di tanti borghi trasformati dal turismo, qui la vita continua a scorrere in modo autentico. Si partecipa alle feste walser, si incontra una comunità reale e si respira il senso di una cultura poco conosciuta, “minore”, ma proprio per questo preziosa».
Riportare la vita all’essenziale
Quel piccolo borgo ai piedi del Monte Rosa non è soltanto una parentesi che interrompe la routine per qualche giorno: è qualcosa che Roti porta con sé.
«Nel mio quotidiano vivo a Milano, una città grande, complessa, che corre veloce. Forse è proprio per questo che sento il bisogno di portare dentro di me il valore del piccolo». Che cosa significa? «Ogni volta che torno nel mio paese ritrovo una dimensione che mi rimette in equilibrio. Quando apro la finestra ho già tutto quello che mi serve: da una parte il fiume che scorre, dall’altra la montagna che domina il paesaggio e, poco più in là, la chiesa. Acqua, roccia e spiritualità convivono nello stesso sguardo. È una semplicità che arricchisce. Di fronte alla complessità della città, quel panorama mi ricorda che la vita può essere riportata all’essenziale».
Quando un posto viene scoperto dai media, rischia di passare da spazio vissuto dalla comunità a destinazione globale. Io spero che questi paesi possano essere conosciuti e apprezzati, ma non travolti
Maria Chiara Roti, direttrice generale di Casa Ronald McDonald Italia
Raccontare i propri luoghi del cuore è sempre un gesto delicato. Per la direttrice di Casa Ronald McDonald c’è un’accortezza in più. «Quando un posto viene scoperto dai media, rischia di passare da spazio vissuto dalla comunità a destinazione globale. Io spero che questi paesi possano essere conosciuti e apprezzati, ma non travolti. Vorrei che chi arriva imparasse prima di tutto a guardarli con rispetto. Mi torna spesso in mente il modo in cui la poetessa Antonia Pozzi descriveva i posti che visitava nelle lettere ai genitori: il profumo delle lenzuola anziché il paesaggio, un dettaglio per cogliere qualcosa di immensamente più grande. È così che voglio vivere il mio paese: ritrovare un universo intero nella facciata affrescata con il Giudizio Universale, nel piccolo bar di Mario o nel profilo di una montagna».
In apertura, l’Alpe Sattal, dove Giuseppe Pozzi ha costruito il suo rifugio ai piedi del Monte Rosa. Le fotografie sono state fornite dall’intervistata
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Daria Capitani
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