Non si arresta, anzi avanza a ritmo sostenuto l’epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo:  secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute congolese, con dati aggiornati al 16 agosto, sono 5.021 i casi confermati e 2.378 i decessi, con un tasso di letalità del 47,4 per cento. 

Solo nelle ultime 24 ore prese in esame dal rapporto, sono stati registrati 76 nuovi casi. L’epidemia interessa sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé.  Proprio in uno degli epicentri – Haut-Uélé – si trova l’ospedale di Neisu, diretto da padre David Bambilikpinga Moke, missionario congolese della Consolata.

L’ospedale di Neisu

«Abbiamo già registrato 9 casi sospetti, di cui 6 confermati e, tra questi, 3 decessi», riferisce a VITA. «Il nostro ospedale rappresenta un punto di riferimento fondamentale nella regione, con la sua dotazione tecnica, il servizio di diagnostica per immagini (radiologia, ecografia ed elettrocardiogramma) e il laboratorio. Qui arrivano persone anche da molto lontano e in questo momento tra loro ci sono pazienti provenienti dalle zone sanitarie colpite dall’epidemia».

È necessario sensibilizzare la popolazione attraverso leader comunitari preventivamente formati sull’argomento, utilizzando messaggi accessibili, chiari e adeguati al contesto

Padre David, missionario della Consolata

La necessità di far fronte a questa nuova emergenza pone alla struttura tre compiti. «Il primo è quello di proteggere la comunità, il secondo è quello di garantire la sicurezza del personale, il terzo è quello di gestire i casi sospetti, prima del loro trasferimento al centro per il trattamento dell’ebola, in caso di conferma».

Per quanto riguarda la comunità, «la popolazione non dispone di informazioni corrette e si affida a voci che circolano nel territorio, ostacolando così la lotta contro questa malattia mortale. È quindi necessario sensibilizzare le persone attraverso leader comunitari preventivamente formati sull’argomento, utilizzando messaggi accessibili, chiari e adeguati al contesto», spiega padre David.

Padre David Moke

Per quanto riguarda il personale sanitario, «il nostro ospedale non è in possesso di dispositivi di protezione né di adeguati sistemi per il lavaggio delle mani, necessari a proteggere il personale, oltre che i pazienti e tutte le persone che frequentano la struttura».

in questa situazione di grande precarietà, «continuiamo a lavorare a pieno ritmo, con un numero crescente di pazienti e cercando il più possibile di rafforzare le misure di prevenzione e protezione. Nei limiti delle nostre possibilità, abbiamo predisposto un locale per l’isolamento dei pazienti sospetti, ridotto il numero degli accompagnatori e controlliamo tutti gli accessi alla struttura».

Costruzione di uno spazio per l’isolamento dei casi sospetti

Virus e malnutrizione

C’è però un altro aspetto, che padre David vuole sottolineare: l’intreccio tra virus e malnutrizione obbliga a non ridurre l’impegno verso quest’ultima. «La malnutrizione provoca un abbassamento delle difese immunitarie e costituisce quindi un rischio concreto, soprattutto per i bambini e le persone vulnerabili», spiega.

Per questo motivo, «abbiamo deciso di continuare a offrire quotidianamente un’alimentazione equilibrata, privilegiando alimenti ricchi di proteine e frutta, proprio per rafforzare le difese immunitarie dei bambini di cui ci prendiamo cura, delle persone povere e dei malati privi di assistenza». 

I bisogni sono tanti: «Innanzitutto prodotti agricoli, integratori alimentari e latte artificiale, per continuare a contrastare la malnutrizione. E poi abbiamo bisogno di dispositivi di protezione individuale e prodotti per la disinfezione degli edifici e degli ambienti di lavoro, anche per garantire la sicurezza del personale».

Proteggere gli operatori sanitari

Proprio la protezione del personale è una delle urgenze nel Paese: l’Oms ha finora registrato almeno 155 contagi tra il personale sanitario, con 45 morti. Un dato che denuncia chiaramente i rischi di esposizione professionale, soprattutto nelle strutture che, come questo di Neisu, non sono centri specializzati per il trattamento dell’Ebola.

La vulnerabilità di chi lavora in prima linea contro le febbri emorragiche è un tema particolarmente caro alla Fondazione Maria Bonino, che da 10 anni sostiene l’ospedale. «La Fondazione è nata dopo la morte di mia sorella Maria, pediatra all’ospedale di Uíge, nel nord dell’Angola. Maria è morta dopo aver contratto il virus di Marburg», ci spiega il presidente, Paolo Bonino.

Maria Bonino aveva alle spalle quindici anni di lavoro in Africa e aveva già lavorato in Uganda durante un’epidemia di Ebola. «A Uíge iniziò a riconoscere nei piccoli pazienti i sintomi di una febbre emorragica e raccolse decine di casi sospetti. Poco dopo la conferma della presenza del virus di Marburg, si ammalò anche lei e morì il 24 marzo 2005», ricorda il fratello.

Proprio per ricordare e continuare il suo impegno, nacque la Fondazione, con tre obiettivi principali: contrastare la malnutrizione infantile, sostenere la formazione professionale dei giovani africani e promuovere strumenti capaci di garantire maggiore sicurezza agli operatori impegnati all’estero.

Un protocollo per il biocontenimento

La morte della pediatra mise infatti in luce anche un problema che allora non aveva una soluzione: una volta ammalata, Maria Bonino non fu riportata in Italia in condizioni di biocontenimento. «All’epoca consultammo illustri infettivologi, che però ci ribadirono l’impossibilità di trasferire Maria in sicurezza per sé e per gli altri», ricorda Paolo Bonino. La vicenda mise quindi drammaticamente in luce la necessità di misure capaci di garantire il trasferimento in sicurezza degli operatori sanitari contagiati dal virus. «Per questo, si tenne un tavolo di lavoro tra ministero degli Esteri, ministero della Salute, Aeronautica Militare e dipartimento della Protezione Civile, che ha elaborato un Protocollo di rientro in biocontenimento con l’utilizzo di mezzi e personale che fa dell’Italia uno dei pochi paesi attrezzati in questo caso. Era importantissimo infatti trovare un modo di lavorare in sinergia che consentisse ad un possibile paziente di rientrare in Italia, ma al tempo stesso scongiurasse la diffusione dell’epidemia».  Vent’anni dopo, una nuova epidemia, in un altro angolo del continente africano, torna a ricordarci che le emergenze sanitarie possono essere contenute anche in tempi rapidi –  nel 2025 l’epidemia di Bulape, in Congo, fu contenuta in circa tre mesi – ma servono strumenti e risorse per identificazione dei casi, isolamento, tracciamento dei contatti e protezione degli operatori funzionano rapidamente.

E, come ci ricorda la Fondazione Bonino, un impegno che non può calare nel contrasto alla malnutrizione, in un Paese in cui – secondo gli ultimi dati del World Food Programme26,5 milioni di persone (quasi un congolese su quattro) si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta.

Tutte le foto sono state fornite dalla Fondazione Bonino. Qui il link per sostenerla

17 centesimi al giorno sono troppi?

Poco più di un euro a settimana, un caffè al bar o forse meno. 60 euro l’anno per tutti i contenuti di VITA, gli articoli online senza pubblicità, i magazine, le newsletter, i podcast, le infografiche e i libri digitali. Ma soprattutto per aiutarci a raccontare il sociale con sempre maggiore forza e incisività.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Chiara Ludovisi

Source link

Di