Dalla nascita delle mostre temporanee, nell’Ottocento, il prestito museale è una prassi consolidata. Mettere in dialogo opere diverse attorno a una chiave interpretativa precisa consente di riscoprire quegli oggetti in modo inedito. Oltre a restare il punto di approdo della ricerca, sempre più le esposizioni avviano un processo di negoziazione culturale, per cui gli oggetti agiscono come attivatori di relazioni capaci di generare nuove interpretazioni. Da un lato raccontano contesti e culture, dall’altro contribuiscono alla discussione pubblica, fino a mettere in discussione narrazioni consolidate. Se non tutte le opere possono viaggiare – perché fondamentali nella collezione e dunque da rendere sempre fruibili nella sede che le ospita – un’opportunità è gestire in modo dinamico i depositi museali, rendendo temporaneamente accessibile altrove quanto vi si conserva. Dunque, le mostre itineranti possono davvero contribuire a creare forme di democratizzazione della cultura, tenendo sempre a mente la necessità di una gestione estremamente rigorosa che tenga anche conto dell’impatto ambientale.
Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino

Il formato mostra ha ancora senso, ma dobbiamo superare l’era dei “pixel” e dell’effetto “wow” tecnologico, che ormai ha saturato la nostra attenzione. Le mostre restano uno strumento di conoscenza strategico per intercettare un pubblico più ampio e diversificato. Invece di stupire con la tecnologia, la cui novità si esaurisce presto, occorre lavorare sulla meraviglia, quella sensazione profonda di stupore che si nutre anche dello spazio fisico e dei sensi. Dal punto di vista progettuale, l’allestimento è un campo di sperimentazione incredibile che, anche grazie alle neuroscienze, permette di far sentire il visitatore parte della scena, non solo spettatore. L’AI entra in gioco proprio qui, come una guida silente. Lavorando su interazione, emozione e memoria, aiuta a creare approfondimenti o percorsi su misura, andando ben oltre la solita didascalia. In un concetto più ampio di integrazione della tecnologia e dell’AI nello spazio, queste non sono relegate solo in un’interfaccia, ma diventano parte di un ambiente sensibile.
Mara Servetto, architetto, Migliore+Servetto

Walter Benjamin aveva già capito che la riproducibilità tecnica avrebbe trasformato l’opera d’arte. Oggi l’intelligenza artificiale porta quella rivoluzione alle sue estreme conseguenze: immagini, informazioni e interpretazioni sono dappertutto. Ma lo spazio conserva un ruolo insostituibile. Il valore di una mostra non sta semplicemente nell’esporre degli oggetti, bensì nel riunirli come in una conversazione, lasciando emergere relazioni inattese. E, soprattutto, nel riunire attorno a essi le persone. Potremmo dire che una mostra funziona come una piazza: la sua ricchezza non dipende tanto da ciò che contiene, quanto dagli incontri che rende possibili, tra opere, idee e sconosciuti. Nell’epoca dell’accesso digitale infinito, il futuro della mostra non è competere con lo schermo, ma offrire ciò che lo schermo non potrà mai dare: la presenza condivisa. La mostra è morta. Viva la mostra.
Carlo Ratti, architetto, Carlo Ratti associati

I modelli espositivi tradizionali hanno evidenziato segni di stanchezza, specie dopo la pandemia. Eppure, il formato mostra conserva la sua efficacia: rimane uno degli strumenti migliori per raggiungere pubblici diversi e persino il non-pubblico. La sfida è ripensarlo, sperimentando modelli alternativi. I visitatori apprezzano la qualità scientifica, purché sia comunicata in modo comprensibile e coinvolgente. Non chiedono contenuti più semplici, ma strumenti per comprenderli e metterli in relazione con questioni più ampie. Per questo credo in mostre interdisciplinari che valorizzino la natura polisemica dell’opera d’arte: l’opera resta al centro, ma diventa la soglia per entrare nel contesto storico, sociale e culturale che l’ha prodotta. Documenti e strumenti multimediali accompagnano questo racconto, rendendolo più accessibile senza mai sostituire l’opera. È il modello che al VIVE stiamo sperimentando con La Maddalena di Piero di Cosimo, utilizzando un’unica opera per ricostruire un intero mondo.
Edith Gabrielli, Direttrice Generale, Vive

Il futuro delle mostre non riguarda il superamento di un formato, ma la sua capacità di restare uno strumento efficace e capace di parlare al presente. Il “formato” mostra ha ancora senso se inteso come progetto culturale complesso, in cui ricerca, racconto, allestimento e relazione con il pubblico lavorano insieme. A Palazzo Strozzi ogni mostra nasce da un forte impianto curatoriale, fondato su studi, collaborazioni internazionali e, spesso, nuove produzioni o restauri. Il percorso espositivo è solo il punto di partenza: ogni mostra produce un catalogo, che amplia la dimensione di ricerca del progetto e ne costituisce una testimonianza duratura, ma anche attività e iniziative per i pubblici arricchiscono l’esperienza e creano occasioni di incontro. La sfida è far coincidere eccellenza del contenuto e attenzione al visitatore, senza abbassare il livello della proposta. Una mostra funziona quando il rigore scientifico diventa racconto accessibile e l’esperienza nasce dal contenuto.
Arturo Galansino, direttore Palazzo Strozzi

La mostra moderna nasce dall’idea moderna del mostrare. Si tratti di un pittore barocco o della vita sessuale dei delfini, c’è qualcosa di oggettivo nel mondo e c’è un sapere deputato a conoscerlo oggettivamente. Chi mette in piedi una mostra è un puro tramite di quel sapere. Poi abbiamo scoperto che i nostri saperi sono tutti idiomatici. Cioè fondati in procedure peculiari, votati a fabbricare conoscenze che non contengono né più né meno verità delle procedure che le hanno ritagliate e messe al mondo. Ed ecco che la figura del curatore prende sempre più rilievo. Perché mette in mostra, insieme alle cose mostrate, la singolarità del punto di vista che le ha mostrate, cioè scelte, decifrate, messe in ordine, costruite. Ogni mostra tende allora ad assumere la struttura di una Wunderkammer. Una collezione di oggetti amati, messi in serie non perché esauriscono un certo territorio ma perché risuonano con la singolarità di un punto di vista. Le nostre mostre sono collezioni di sguardi.
Federico Leoni, filosofo, Università degli Studi di Verona

Malgrado scricchiolii diffusi e molte mostre usa e getta che impestano i nostri territori con un livello curatoriale e scientifico scarso, continuo a pensare che il modello dell’esposizione temporanea sia un meccanismo sociale, culturale e politico necessario, soprattutto in un tempo di crisi e disorientamento diffuso. Credo che il dialogo con il pubblico debba essere costruito sulla definizione di narrazioni in cui la dimensione curatoriale sia sempre più consapevole dell’impatto critico ed educativo che una mostra può produrre, trasformandola in uno strumento attivo di educazione civile alla centralità delle culture e dei patrimoni nelle nostre vite quotidiane. Ogni mostra ha inoltre il potenziale di attivare una relazione inedita con i luoghi che occupa temporaneamente che può generare forme di conoscenza e di cura inedite per i territori che abitiamo. Abbiamo bisogno di meno mostre, più studiate e ponderate, su tempi medio-lunghi, pensate come laboratori attivi in cui conoscere individualmente e produrre narrazioni condivise insieme.
Luca Molinari, Architecture Curatorship & Consulting

ll “formato” mostra resta essenziale ma deve evolvere da contenitore a esperienza generativa. La sua missione non è più solo espositiva, ma pedagogica: trasforma la fruizione in un processo critico, sottraendo l’arte alla contemplazione passiva per restituirla al dibattito. Oggi l’eccellenza richiede una regia allestitiva consapevole. Luci, scenografie e percorsi non servono a spettacolarizzare, ma a rendere l’opera iconica, guidando il visitatore oltre il gusto soggettivo mediante un racconto. Se il pubblico cerca un’esperienza memorabile, l’obiettivo è trasformare quell’istante in un input duraturo. La sfida è bilanciare rigore scientifico e accessibilità: didascalie sintetiche e set-up intuitivi sono strumenti democratici, capaci di accendere curiosità anche verso gli artisti emergenti. La mostra deve emozionare, trasformando la visita in un esercizio di pensiero che alimenta la fame di cultura. Le mostre servono, dunque, a stabilire il ruolo sociale dell’arte: insegnare guardando.
Simone Esposito, architetto

Le mostre hanno molto senso e ne avranno sempre più, ne abbiamo conferma ogni giorno e i numeri, a livello internazionale, ci confortano. Quindi si, è necessario continuare a fare mostre perché le mostre – almeno per come le intendiamo e le proponiamo noi – si inseriscono in quel settore unico che vive tra i musei e lo spettacolo. Quello che cambia è il modo di fare le mostre. Cambia la società, il modo di fruire delle informazioni, e il dovere di chi si occupa delle mostre è ascoltare con grande attenzione il pubblico, seguirne l’evoluzione e facilitare la comprensione. Quando vedo oggi mostre realizzate come negli Anni Novanta, autoreferenziali e scollegate dalla vita vera, mi cascano le braccia. Per questo noi modifichiamo continuamente il format dei nostri progetti, crescendo insieme ai nostri visitatori, osservando cosa funziona e cosa no, dando sempre la massima importanza alla ricchezza dei contenuti, alla piacevolezza estetica, alla chiarezza dei testi, accogliendo anche ogni minimo suggerimento del pubblico. Oggi i visitatori vogliono capire, imparare ed emozionarsi, e lo vogliono fare senza dover affaticarsi. Le mostre con 300 opere non hanno più nessun senso, così come testi farraginosi e da addetti ai lavori. Siamo tutti abituati ad avere informazioni veloci e sintetiche, semplici da assimilare, e la comunicazione deve per forza adeguarsi, senza mai per questo banalizzare. Il pubblico preferisce meno cose ma spiegate meglio, non vuole sentirsi inadeguato per il non sapere, vuole giustamente poter raccontare quello che ha visto. Occorre sapere immedesimarsi in chi visita una mostra, per fare bene oggi le mostre. Finché ci saranno stima e rispetto per chi ama l’arte, il futuro delle mostre è sconfinato.
Iole Siena, Presidente Arthemisia
Santa Nastro
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