L’artista e cantautrice statunitense Jewel (Payson, 1974) debutta a Venezia con Matriclysm: An Archeology of Connections Lost, in occasione della Biennale. Dipinti, sculture, installazioni e opere sonore invitano a riflettere su cosa succede quando perdiamo la connessione con gli aspetti femminili delle nostre personalità, non importa se siamo donne o uomini. Si rischia di perdere la capacità di connettersi e di prendersi cura, sia di noi stessi che verso gli altri, come comunità e verso il pianeta.
La mostra di Jewel al Salone Verde di Venezia
L’esposizione, realizzata in collaborazione con il Crystal Bridges Museum of American Art e curata da Joe Thompson, presenta una serie poliedrica di opere dell’artista: dipinti, sculture, arazzi, installazioni e opere sonore inedite, realizzate per questa esposizione, la più ampia mai dedicatale. Pur nota soprattutto per il suo talento musicale, la sua passione e formazione nella scultura, nel disegno e nella pittura risalgono a prima della carriera di cantautrice: da adolescente ha infatti frequentato l’Interlochen Arts Academy. Forme in continua trasformazione, paesaggi sonori, tessuti e dipinti ispirati al mito, opere realizzate sulla base di dati scientifici. Il tutto accompagnato da una colonna sonora quasi ipnotica, con interpretazioni originali di Jewel, che sono ispirate dall’osservazione dei mari e delle stelle, effettuata tramite sensori oceanografici e dati astronomici.
Intervista a Jewel
Nella mostra si affronta il ruolo di uomini e donne. Ce ne può parlare?
L’esibizione non riguarda la demonizzazione o repressione del maschile, ma l’entrare in armonia. L’armonia è nelle culture indigene un sistema olistico. Quando si è in armonia, ciò non avviene a scapito di qualcos’altro, ma riconoscere un intero ecosistema. Mentre l’equilibrio è binario, è come mettere due cose l’una contro l’altra: una sale, l’altra scende. È un modo diverso di pensare. La mostra esplora come nel corso della storia le donne siano state venerate o represse medicalmente e spiritualmente.
Un messaggio in particolare?
Ci sono tre rappresentazioni dell’energia femminile che sono intatte: First Mother, Seven Sisters e Heart of the Ocean. Il resto delle opere esplora il lento svelamento, nella mia vita e a livello globale.
Da dove deriva questa passione per la scienza, ma anche per il mito e la storia?
Sono sempre stato interessata a entrambe, ho studiato mitologia da quando ero piuttosto giovane, opere e testi straordinari, in filosofia. Ma anche la scienza e la fisica sono sempre state una mia passione e quindi poter cercare di unire il mito con le scienze è stata una parte davvero divertente di questo lavoro.
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6 / 6Si parte dai dati, ma come funziona? Come li trasforma?
Riassumere i dati è difficile, perché prendo i dati dell’oceano, quanto sono alte le onde, tracciando i percorsi e le profondità. Se mi collegassi a quello, i dati andrebbero su e giù con l’onda e farebbero sì che la nota sia piatta e atonale. Se si hanno cinque suoni del genere sembra un fax. Ma riuscire a rappresentarne la struttura senza alterare i dati è stata la vera sfida scientifica e artistica. Con Seven Sisters l’ho fatto prendendo la radiazione luminosa: i pattern di radiazione della stella e le lunghezze d’onda, rilevati dal telescopio Kepler e dalla missione K2. Registra il luccichio della stella. Lo scintillio di alcune stelle è molto irregolare, altre brillano in modo costante. Maia è uniforme, brilla e si affievolisce. Vi ho collegato una luce e una voce, aumenta e si affievolisce la luce ed il volume dell’opera diventa più forte e poi si attenua. Ogni stella di questo lavoro, brilla e canta a seconda radiazione reale di quella stella. Ho preso una melodia che ho creato e ne ho ricavato il vettore matematico di quanto ci vorrebbe per viaggiare nelle Pleiadi nel corso di un anno e l’ho sintetizzato in 12 minuti. È quella matematica che fa sì che la melodia si muova tra le sorelle in questo arrangiamento corale.
Perché proprio questo mito l’ha ispirata?
È uno dei più antichi della storia dell’umanità, si ritiene che risalga a centomila anni fa. Nessuno conosce un altro mito che risalga a così tanto tempo fa e ogni cultura ha lo stesso mito: quella Greca, Maori, e diverse tribù africane. È incredibile come sia presente in ogni continente e ritragga le donne come insegnanti, come figure sacre che hanno portato la medicina, l’insegnamento e l’apprendimento. La mostra ritrae le donne come portatrici di conoscenza.
Come la figura della donna con le radici dell’albero, elemento ricorrente in mostra che si collega al tema della menopausa…
Esatto, siamo tra le poche specie ad averla e la vediamo come una maledizione quando in realtà allunga la nostra vita oltre quella degli uomini. Così che possiamo insegnare, ma non ci è mai stata assegnata quella posizione e non siamo state rappresentate come saggie anziane, ma come vecchie streghe.
La donna di successo, ma in fiamme, cosa rappresenta?
Per me resiste ad una lettura univoca, potrebbe essere una moderna caccia alle streghe. È in fiamme, seduta su una sedia di legno. È la donna che non può vincere. Devi essere la mamma perfetta, la moglie perfetta, il capo perfetto, perfetta in tutto. E ti consumi, burn yourself out. Ma rappresenta anche la terra, è vestita di verde. Ma penso che potrebbe anche essere una donna consumata dalla passione. È qualcosa con cui non siamo molto a nostro agio: le donne consumate dal piacere.
E questo si collega ad un altro elemento ricorrente: la maternità e la contraccezione.
Ci sono vari vibratori presenti in mostra, uno dei quali sembra un rossetto e ce n’è uno anche nella borsa della donna a fuoco. Il termine “isteria” deriva dal greco e latino, dalla parola latina per indicare l’utero e si credeva che questo vagasse all’interno della donna, facendola impazzire. E così nell’Epoca Vittoriana, quando le donne erano isteriche, si ricorreva a questa pratica manuale nello studio del medico. E un medico, trovando che fosse un lavoro molto lungo e noioso, inventò il vibratore. Per aiutare le donne a non essere isteriche.
Ci può parlare dell’ultima opera: Heart of the Ocean?
È una scultura dada vivente, ogni 12 minuti riceve dati aggiornati. Quindi se piove ha un aspetto diverso. Ho organizzato i dati e poi ho dato a ciascuno di questi un colore, un suono ed un posto. È così diventa un linguaggio chiaro. Se vedi il rosa shocking, o un certo suono, quello è un delfino. Se vedi una scia, sai che è il sole sull’oceano. Alla fine, ho preso i dati di 1500 anni di riscaldamento dell’oceano e li ho compressi in pochi secondi: l’intera opera diventa rossa, emette un suono allarmante e muore. Poi si rigenera e ricomincia.
Ha usato l’IA per queste opere?
Ho usato l’IA per la composizione dedicata alle matriarche della mia famiglia, rappresentate in quattro opere. Ho dato all’IA le foto delle donne della famiglia: mamma, nonne e zie. Molto divertente. Il rapporto con l’IA sarà un rodeo, terrificante ed emozionante, è alle porte, non possiamo tornare indietro. Il genio è uscito dalla lampada. L’aspetto spaventoso è che non possiamo dargli un cuore ed una coscienza.
Giulia Bianco
Venezia // fino al 22 novembre 2026
Jewel – Matriclysm: An Archaeology of Connections Lost
SALONE VERDE – Calle Regina, 2258
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Giulia Bianco
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