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Quando pensa alle aree interne del nostro Paese, che ben conosce avendovi soggiornato per svolgere la propria attività di ricerca, quello che immediatamente le viene alla mente è il concetto di bellezza: «Non quella dei borghi fighetti o degli scorci naturali mozzafiato, ma la bellezza del sentimento di partecipazione e del senso di comunità, delle relazioni di solidarietà tra esseri umani e anche con gli altri animali che come noi abitano il pianeta».
A parlare è Laura Formenti, ordinaria di pedagogia generale e sociale dell’Università di Milano Bicocca, membro del comitato direttivo della Società europea per la ricerca sull’educazione degli adulti — Esrea, esperta di invecchiamento attivo e di apprendimento permanente.
Sentirsi parte di un tutto
«Nelle aree interne si sperimenta ancora quel risuonare profondo con la natura che si va progressivamente perdendo. Non viviamo più i prati e i boschi, non ne conosciamo gli abitanti animali, non abbiamo un rapporto reale e concreto con gli ambienti naturali e con il trascorrere delle stagioni, non siamo mai veramente esposti al caldo e al freddo. In queste condizioni, l’ambientalismo e l’ecologismo rischiano di diventare concetti astratti». Questo sentirsi parte di un tutto è forse quanto tiene legati ai propri paesi coloro che vi hanno vissuto: «Tutti gli anziani che abbiamo intervistato affermano “voglio finire la mia vita qui, non voglio andare nella casa di riposo giù in valle”».

Restare, ritornare, arrivare. Sono i capitoli del focus book che contiene le storie di chi vive in montagna, nelle piccole isole o tra i campi coltivati dell’entroterra. Nato come spin off del numero di VITA “Aree interne, l’Italia da scoprire”, racchiude un pezzo di racconto sui luoghi cosiddetti marginali che spesso non ha voce. Con i contributi di Luca Mercalli, Federica Fabrizio e Fredo Valla
LE AREE INTERNE IN PRIMA PERSONA
Formenti è tra i curatori del saggio Accompagnare la longevità. Buone pratiche educative e formative per l’invecchiamento attivo, frutto di un lavoro di ricerca che rientra nel programma Age-it – Ageing well in an ageing society sul legame tra ricerca e territorio, il dialogo intergenerazionale e la raccolta di buone pratiche educative e formative per l’età adulta e anziana. «Dai vari casi studio, emerge l’importanza di far lavorare insieme tutti gli attori che vivono i territori, sia chi ha un ruolo formale sia chi ha un ruolo informale» spiega. «Limitarsi a individuare i bisogni, di cui poi le istituzioni dovranno farsi carico, è un approccio che spinge i cittadini verso un atteggiamento di passività. Bisogna, invece, riattivare la comunità».
Cittadinanza attiva
Come? «Discutendo tutto con i diretti interessati, usando di più la partecipazione e il co-design, perché solo così si realizzano i cittadini, trattandoli non come utenti ma come risorse del territorio. Abbiamo capito che la cittadinanza attiva va proposta e va stimolata, attraverso modelli di partecipazione coordinata che funzionano».
Non è affatto semplice o scontato, tuttavia, assicura la pedagogista, «esistono dei metodi efficaci che educano alla democraticità e consentono a tutti di partecipare attivamente, indipendentemente anche dall’eventuale esistenza di dinamiche complicate dovute alla presenza, tanto più ingombrante quanto più piccole sono le comunità, di caratteri che tendono a imporsi e scoraggiano anche chi avrebbe invece voglia e bisogno di darsi da fare». Anche questa è bellezza.
Solo apparentemente resistenti al cambiamento, le aree interne sono al contrario luoghi in cui è presente un alto livello di vitalità, di creatività e di impegno, un regno dell’apprendimento informale in un contesto intergenerazionale e che consente di re-imparare la solidarietà
Laura Formenti
Ciò è evidente, ad esempio, dalla ricerca condotta in alcune aree interne in Val di Susa, nell’Appennino piacentino e nella zona del Vesuvio, in sei paesini dove la presenza dei ricercatori, con i loro questionari e focus group, «ha fatto da attivatore» racconta «stimolando le comunità che, tornando a distanza di un anno, abbiamo trovato cambiate. Solo apparentemente resistenti al cambiamento, è la ricerca a dirlo, le aree interne sono al contrario luoghi in cui è presente un alto livello di vitalità, di creatività e di impegno, un regno dell’apprendimento informale in un contesto intergenerazionale e che consente di re-imparare la solidarietà» spiega.
Lifelong learning
Le competenze, infatti, ci sono anche al di fuori dei luoghi preposti all’insegnamento e possono quindi essere trasmesse in contesti non scolastici, accendendo nuovi interessi, attivandone di esistenti e scoprendo potenzialità inespresse. «Tutto ciò è in linea con il prezioso concetto di apprendimento permanente, o lifelong learning, introdotto formalmente nel sistema italiano nel 2012 dalla legge Fornero secondo la quale le reti territoriali per l’apprendimento permanente devono essere capillari e toccare tutti i territori, anche le aree interne, con proposte educative formative che non sono solo finalizzate al lavoro, all’alfabetizzazione o all’inclusione dei migranti, tutti aspetti importantissimi, ma anche a mantenere tutti i cittadini in un’ottica di apprendimento proprio a prescindere dal contesto formale, non formale, informale».
Le aree interne sono una fucina di invecchiamento attivo inteso nel suo significato più profondo che integra aspetti di salute, relazionali, sociali ed economici
Laura Formenti
Insomma, «le aree interne sono una fucina di invecchiamento attivo inteso nel suo significato più profondo che integra aspetti di salute, relazionali, sociali ed economici. Infatti, incluso nel concetto multidisciplinare di active ageing c’è l’apprendimento degli adulti anche in un’ottica di prevenzione dell’isolamento e del deterioramento cognitivo, umano, culturale e sociale della popolazione anziana». Il Terzo settore può avere un ruolo importante, prosegue la ricercatrice, ma innovativo, quindi non limitandosi a partecipare a bandi di finanziamento con progetti scritti a tavolino che spesso muoiono al termine del periodo perché non interessano e non coinvolgono realmente. «Ci vuole partecipazione» così come, spiega la pedagogista, «ci vogliono politiche adattabili ai bisogni che provengono dal basso e dal territorio», con una grande attenzione alla reale popolazione che vi abita, anche perché l’età anagrafica non è un dato così determinante nel descriverla: «Quante volte, in paese, di due persone coetanee, una scala montagne e l’altra usa il bastone».


Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare.
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE
Le difficoltà di spostamento e la necessità di avere un mezzo per raggiungere l’aula comunale polifunzionale o il negozio del paese è all’origine della riduzione drastica degli incontri tra anziani, molto più pronunciata nelle aree interne che nelle grandi città dove la narrativa dominante pone, sbagliando, il problema della solitudine. Dopodiché, in Italia ci sono differenze profonde a livello intra e interregionale: «Abbiamo visto che le realtà cambiano molto a seconda della geometria del territorio, tanto che due paesi, pur vicini in linea d’aria, ma su due versanti diversi della montagna, possono avere destini completamente diversi: dalle dimensioni dello spopolamento al successo delle migrazioni di ritorno» spiega. «Queste geometrie variabili vanno certamente studiate e conosciute ma nella governance ci vuole creatività e la capacità di lasciar spazio a ogni cittadino».
Foto di Amanda Dalbjörn su Unsplash
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Sara De Carli
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