17 agosto 2026 – ore 16:00 – Premessa Il 27 luglio u.s. avevo deciso di realizzare un approfondimento sulla tematica dell’antisemitismo e dell’antisionismo, perché questa diffusione della cultura dell’odio, per altro perfettamente esplicitata da Nathan Greppi in un suo recente libro, mi preoccupa, mi disorienta, mi provoca una profonda lacerazione interiore. Nei miei incontri, cerco di esprimere le posizioni di tutti, nessuno escluso, cercando di comprendere le ragioni dell’altro, proponendo un progetto dialettico volto a creare ponti, non certo diretto ad edificare mura invalicabili. Cerco di sgretolare un approccio filosofico e culturale dicotomico che ci pervade, quello di un mondo diviso tra buoni e cattivi – del giusto e dello sbagliato per intenderci, una logica elementare facilmente comprensibile, efficace nella sua semplicità, ma decisamente incompleta, a volte palesemente falsa, e quasi sempre ispirata da una propaganda costruita nel tempo con indubbia sagacia pervasiva e perfettamente aderente al politically correct. Questa strategia della comunicazione la troviamo applicata ovunque: nella descrizione dei conflitti, nella cronaca quotidiana e perfino nello sport.

Il tutto continua ad essere accompagnato da una studiata strategia dialettica a cui assistiamo, che trova facilmente linfa vitale dalla diffusa scarsa e confusa conoscenza della storia. Questa “comunicazione” viene abilmente e sostanzialmente strutturata sullo scontro, non certo basata sul confronto di idee e sulle diverse percezioni culturali, filosofiche, politiche o religiose delle parti poste in gioco. Come ben sappiamo, il canovaccio viene deciso con largo anticipo, si scelgono accuratamente e abilmente tempi, vittime e carnefici, si montano servizi ad hoc e…il gioco è fatto. Il nemico viene sbattuto in prima pagina, la condanna è certa, l’audience sale. Questa non è informazione, è cosa ben diversa, si chiama manipolazione, disinformazione e…molto altro.

Nell’articolo di luglio che può essere letto nel link in descrizione, ho cercato, come detto, di tratteggiare i concetti di antisemitismo e di antisionismo, indicando altresì’, anche attraverso un breve excursus storico, la nascita di Israele e le reazioni dei paesi arabi di allora. Oggi, invece, davanti alla crescita continua di episodi odiosi compiuti ovunque contro le comunità ebraiche nel mondo, anche in Italia, e constatando il crescente “odio” verso Israele, cercheremo di dare voce a Clelia Piperno, nota avvocata, già consulente in Italia del ministero degli Affari esteri e della Presidenza del Consiglio, nonché esperta di Balcani, a Fiamma Nirestein, conosciuta giornalista e politica italiana e, infine, a Francesco Coniglione, già professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana.

Ho volutamente scelto queste voci perché ci consentono di comprendere uno spettro ampio delle posizioni in campo, di conoscere valutazioni diverse, alcune sicuramente divisive, sempre colme di acuti e poco noti riferimenti storici e filosofici, dando voce anche a chi voce non ha.

Conoscere per comprendere e, come affermava il filosofo Michel de Montaigne, uno dei simboli del Rinascimento, il dubbio è lo strumento fondamentale della libertà e della conoscenza di sé. Il dubbio non serve a bloccare il pensiero, ma a demolire il dogmatismo, ad accettare i limiti della ragione umana e a comprendere la relatività delle culture e delle opinioni.

https://www.triesteallnews.it/2026/07/israele-non-e-solo-israele-lantisemitismo-come-sintomo-della-crisi-delloccidente/

Il paradosso di Israele, ovvero la tolleranza rovesciata

In questo recente editoriale, il noto e autorevole filosofo Francesco Coniglione ci propone un paradosso che merita attenta riflessione perché parla di noi, di noi esseri umani, delle nostre profonde fragilità e di come nella storia minoranze perseguitate, conquistato il potere, sembrano improvvisamente dimenticare quelle sofferenze. Una breve e attenta indagine storico – sociologica meritevole di approfondimento e profonda riflessione in quanto riguarda tutti noi, parla delle nostre debolezze infinite, dei nostri comportamenti verso gli altri e verso noi stessi, sia nei posti di lavoro, sia in famiglia.

Leggiamo insieme un ampio stralcio di questa atipica riflessione, ponendovi nel link in descrizione l’intero articolo.

Vi è un meccanismo che la storia ha riprodotto con sconcertante regolarità e che potremmo chiamare il paradosso della tolleranza rovesciato: molte minoranze perseguitate invocano con forza e convinzione i valori della tolleranza, della fratellanza universale, del rispetto per la diversità; quelle stesse minoranze, quando conquistano il potere, tendono a dimenticare quegli appelli con una rapidità che sarebbe sorprendente se non fosse così sistematica. Non si tratta di una constatazione cinica o disfattista, afferma il filosofo, ma di un’osservazione storico-sociologica che merita di essere esaminata con rigore e senza la distorsione che producono le passioni del momento.

Il caso più studiato e documentato è la trasformazione del cristianesimo tra la fase pre-costantiniana e quella successiva alla sua progressiva integrazione nell’apparato imperiale (specie dopo l’editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380). Le prime comunità cristiane, minoranza perseguitata nell’Impero Romano, avevano elaborato – proprio a partire dalla loro condizione di debolezza – una teologia della sofferenza, del martirio accettato, del perdono dei nemici. Il messaggio delle Beatitudini evangeliche – beati i miti, beati i misericordiosi, beati gli operatori di pace – non era soltanto precetto religioso ma anche, inevitabilmente, una forma di ideologia della minoranza priva di potere, che non può permettersi la violenza e deve sopravvivere attraverso la coesione interna e l’appello alla coscienza del persecutore. Ma con la progressiva identificazione tra Impero e Chiesa, questa teologia della debolezza si trasformò rapidamente in teologia del potere. Nel giro di pochi decenni, quella stessa Chiesa che aveva chiesto tolleranza per sé cominciò a perseguitare i pagani, a reprimere le eresie, a costruire l’apparato di coercizione che avrebbe dominato l’Europa per oltre un millennio. Basta leggere, da una parte, gli scritti di Tertulliano e Lattanzio e, dall’altra, quelli di Agostino d’Ippona o Firmico Materno per rendersi conto del prima e del dopo. Un processo già diagnosticato da illustri storici del passato e recentemente ben illustrato in opere autorevoli come quella di Giovanni Filoramo in un volume il cui titolo è già esplicativo: “La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori”.

Volendo riprendere il celebre paradosso della tolleranza enunciato da Karl Popper – sul quale bisogna tuttavia operare alcune necessarie distinzioni, afferma sempre il filosofo, potremmo dire che esso può funzionare anche in direzione opposta: una minoranza che ha interiorizzato i valori della tolleranza come strategia di sopravvivenza tende ad abbandonarli non appena li percepisce come non più necessari alla propria sicurezza. La tolleranza come valore vissuto e la tolleranza come strumento tattico sono cose profondamente diverse, anche se esteriormente spesso indistinguibili.

Questo schema storico si applica con drammatica pertinenza alla vicenda dell’ebraismo e dello Stato d’Israele contemporaneo, nel rapporto tra memoria della persecuzione, sicurezza e potere, pur nella sua specificità assoluta e nella necessità di distinguere con il massimo rigore tra istituzioni statali, correnti politiche e identità collettive.

Il popolo ebraico ha attraversato duemila anni di discriminazione, espulsione, pogrom, culminati nell’abisso della Shoah – il crimine più sistematico e industrialmente organizzato della storia umana, nel quale fu sterminato un terzo dell’intera popolazione ebraica mondiale. In quelle condizioni di estrema vulnerabilità, la cultura ebraica della diaspora produsse contributi intellettuali, scientifici, artistici e filosofici di eccezionale valore: da Freud a Einstein, da Kafka a Proust, da Simone Weil a Theodor W. Adorno (e si potrebbe continuare con un lungo elenco); il pensiero ebraico europeo ha arricchito la civiltà occidentale in modo sproporzionato rispetto alla percentuale numerica di quella popolazione e ha fornito contributi fondamentali alla riflessione moderna sulla libertà di coscienza, sulla critica dell’autorità e sulla tolleranza religiosa: basti pensare a quanto scritto da Spinoza nel suo Tractatus theologico-politicus. Non è un caso: la condizione minoritaria, quando non è annientante, produce spesso una tensione intellettuale e critica straordinaria, perché costringe a pensare contro le certezze dominanti, a mettere in discussione ciò che la maggioranza dà per scontato.

E per secoli, nel mondo cristiano, era stato dato per scontato il pregiudizio antiebraico: l’idea della colpa collettiva, della perfidia, della marginalità necessaria del popolo ebraico. Un pregiudizio teorizzato, tramandato e praticato in molte forme, dal cristianesimo storico, fino all’età contemporanea e, in modo dottrinalmente decisivo, fino alla revisione compiuta dal Concilio Vaticano II. Ma la Chiesa cattolica – sebbene con lentezza e dopo lunghe tribolazioni – ha saputo apprendere dalla sua storia e oggi il suo magistero ufficiale rappresenta una delle voci più significative in favore della libertà religiosa, del dialogo interreligioso e del rifiuto dell’antisemitismo, nonché di una politica di pace e convivenza tra popoli diversi.

Certo, la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 ha rappresentato – almeno nella prospettiva dell’ebraismo del tempo, – una risposta comprensibile e umanamente giustificabile al trauma della Shoah: la convinzione che solo uno Stato proprio potesse garantire la sicurezza di un popolo che non ne aveva mai avuto uno. Ma questa stessa fondazione fu vissuta dai palestinesi come catastrofe storica: perdita della terra, espulsione, sradicamento, dissoluzione di comunità e memorie locali. La tragedia nasce anche da qui: ciò che per una comunità apparve come salvezza, per un’altra fu rovina. E se non si riesce a comprendere le ragioni dell’altro, per contemperarle con le proprie – attraverso il dialogo e la pratica della comprensione – la strada per ogni violenza e intolleranza è aperta. La storia successiva di Israele ha purtroppo mostrato le contraddizioni interne a questo progetto, che si annidano nella prospettiva sionista che lo ha alimentato. Lo Stato di Israele, nato come democrazia liberale, con una Dichiarazione di indipendenza che prometteva uguaglianza di diritti a tutti i cittadini indipendentemente da razza, religione e sesso, ha nel corso dei decenni, e in modo sempre più accelerato nell’ultimo periodo, subito una deriva che molti osservatori – tra cui numerosi intellettuali e storici israeliani – descrivono come incompatibile con quei valori fondativi

È una vicenda ormai ben documentata sia da storici ebrei, come Ilan Pappé e Benny Morris, sia da organizzazioni internazionali (B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International) che hanno qualificato l’attuale sistema di dominio come un forma di apartheid. L’attuale Governo israeliano ha portato questa deriva al suo stadio più estremo, con l’approvazione di leggi fondamentali che sanciscono la preminenza costituzionale del carattere ebraico dello Stato attribuendo il diritto di autodeterminazione nazionale esclusivamente al popolo ebraico, e con operazioni militari che le principali organizzazioni umanitarie internazionali definiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità, atti di genocidio.

È importante sottolineare con la massima chiarezza, specifica il nostro filosofo, che questa critica non ha nulla a che fare con l’antisemitismo: nessun popolo, nessuna etnia, nessuna “razza” è di per se malefica o benefica, come fosse caratterizzata da una sorta di essenza metafisica, da un codice genetico; piuttosto sono le circostanza storiche, le esperienze vissute che le plasmano e le fanno diventare di volta in volta criminali o altruiste, tolleranti o persecutorie. E allo stesso modo, non v’è alcuna religione e nessun testo sacro che non contenga in sé elementi di indicibile intolleranza e violenza come anche esempi sublimi di altruismo e amore verso il prossimo: sono gli uomini che – nelle diverse circostanze – li interpretano a proprio modo, valorizzando le parti che loro interessano e sottacendo quelle che non sono coerenti al proprio attuale orientamento. Onde nella storia di ogni religione e della medesima fede vi sono esempi di personalità di sublime grandezza – come un san Francesco – e altri di abietta crudeltà, come un Torquemada.

Confondere le due cose con l’accusare di antisemitismo chiunque critichi le politiche israeliane, è una strumentalizzazione che fa torto alla memoria delle vittime dell’antisemitismo reale.

Ciò non può che portare l’attenzione al ruolo che certi testi sacri svolgono in questo contesto, evitando le semplificazioni in entrambe le direzioni. La Bibbia ebraica contiene, accanto a passaggi di altissima ispirazione etica (i profeti Amos, Isaia, Michea, con il loro appassionato appello alla giustizia), testi che descrivono lo sterminio di popolazioni come comandamento divino – le guerre di conquista di Giosuè, il libro di Samuele, certi Salmi. Questi testi non hanno determinato necessariamente il comportamento dei credenti nel corso della storia: per secoli l’ebraismo rabbinico li ha interpretati allegoricamente o li ha neutralizzati attraverso la tradizione del commento. Ma quando una minoranza acquisisce potere militare assoluto e il fondamentalismo religioso cresce come fattore politico dominante, strumentalmente utilizzato – come sta accadendo in Israele con i partiti ultra-ortodossi e messianici che sostengono l’attuale Governo – quei testi possono diventare strumenti di legittimazione di comportamenti che altrimenti sarebbero difficilmente giustificabili davanti all’opinione pubblica mondiale; diventano cibo tossico che avvelena le menti, le rende incapaci di considerare l’altro come proprio pari, facendolo collocare nella sotto-umanità.

È un tragico paradosso che Israele, Stato nato anche come risposta storica alla persecuzione e alla vulnerabilità della diaspora, abbia oggi deciso di costruire la propria sicurezza su basi che la renderanno sempre meno sicura. Come ha osservato con grande lucidità Hannah Arendt già nel 1944 – in un articolo profetico intitolato “Zionism Reconsidered” – la costruzione di uno Stato basato sull’esclusività etnico-religiosa in una regione densamente popolata da altre popolazioni non poteva che produrre conflitto permanente. La sicurezza non si costruisce attraverso la dominazione dell’altro, ma attraverso la costruzione di relazioni di reciproco riconoscimento. È una lezione che l’esperienza storica ha confermato ripetutamente.

La stima e il rispetto che il popolo ebraico ha guadagnato nei secoli costituiscono un patrimonio morale di inestimabile valore. Sperperarlo nelle sabbie di una politica di potenza miope e autodistruttiva è una perdita non solo per il popolo ebraico, ma per l’intera umanità. E sarebbe anche, in senso stretto, un’ulteriore ingiustizia sia verso le milioni di vittime della Shoah, il cui sacrificio merita un esito migliore di quello che stiamo vedendo, sia verso una comunità ebraica internazionale che dissente fortemente e non si identifica con le scelte attualmente compiute dallo stato israeliano.

La lezione generale è amara ma necessaria: nessuna identità, nemmeno quella nata dalla persecuzione più atroce, è moralmente immunizzata contro la tentazione del potere. Tuttavia, proprio chi ha conosciuto l’ingiustizia dovrebbe sapere che il dolore subito, per quanto profondo ed eccezionale, non conferisce il diritto di infliggerlo ad altri. La memoria autentica non è quella che autorizza l’eccezione per sé, ma quella che impedisce di diventare ciò che si è combattuto. La prova morale di una minoranza perseguitata non sta soltanto nel rivendicare diritti quando è debole, ma soprattutto nel riconoscere quegli stessi diritti agli altri quando diventa forte.

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/05/14/il-paradosso-di-israele-ovvero-la-tolleranza-rovesciata/

Agguati botte e provocazioni: l’antisemitismo non va in ferie

Questo articolo di Fiamma Nirestein riflette una percezione diffusa sia in Israele, sia nelle comunità ebraiche: l’antisemitismo si diffonde rapidamente, sembra non avere argini, sembra diretto all’annientamento di Israele come Stato, come Nazione, come simbolo del popolo ebraico.

Certamente è un grido di dolore profondo. Questi innumerevoli episodi che ci vengono raccontati sono orrendi, inaccettabili, dovrebbero essere duramente perseguiti, trovando, invece, amaramente, scarso risalto nei media dell’intera Europa.

Siamo riusciti in poco tempo a sdoganare slogan contro il popolo ebraico simili a quelli in auge nel regime nazista, qualcuno rivendica le leggi razziali, altri, sorridendo, confezionano racconti allusivi e manifesti chiaramente razzisti. Il tutto, nella migliore delle ipotesi, nella sostanziale indifferenza generale.

Leggiamo insieme alcuni stralci:

L’antisemitismo da cui il mondo è invaso è definitivo, dall’ottobre 2023 punta concretamente alla sparizione di Israele e alla cancellazione degli ebrei innanzitutto con la loro neutralizzazione sociale e culturale. Abbiamo visto come si cancellano gli ebrei dai festival, dalle università, dalle riviste cinematografiche e dai premi letterari.

Adesso, in tempo di vacanze, se per caso sei un ebreo con una kippà in testa sei invitato a metterla in tasca, una donna deve far sparire la stella di David che porta al collo, perché una gran parte delle mete turistiche è pericolosa.

La lista degli ultimi eventi è penosa, variegata, zeppa di significati, materiale per gli studiosi. A Roma l’attacco a un giovane francese in pieno centro, con spray urticante negli occhi e botte, con slogan gridati “Free Palestine”, rimanda all’assalto ai ragazzini ebrei romani in Bulgaria: antisemiti locali, islamisti importati, qui a Roma anche un pregiudicato algerino. Nella capitale, teatro nel ’43 della deportazione di 689 donne 363 uomini e 207 bambini ad Auschwitz, non ho notizia di reazioni dei passanti all’attacco in piazza Cairoli e a Largo di Torre Argentina, all’angolo della zona delle deportazioni.

Non occorre Sherlock Holmes per disegnare l’ambiente di provenienza: è il solito quadro dell’alleanza rosso-verde, la continua criminalizzazione di Israele fomenta la schiuma antisemita, la sua popolarità diventa concime per un ulteriore uso popolare, per l’allargamento sui media e nella politica alla ricerca di consenso. La cacciata dalla pizzeria napoletana dei turisti israeliani, diventa costume locale della feccia, e la feccia è carne da voto. L’odio islamista per gli ebrei, molto simile a quello per i cristiani, diffuso dell’immigrazione e dalle teorie woke fino a conquistare il proscenio internazionale a minore livello agisce ovunque, e si alimenta delle teorie nate nell’immediato dopoguerra nel campo comunista. Cioè, la guerra anticoloniale e terzomondista come principale impresa morale viene usata, truffando la storia e l’opinione pubblica, contro Israele facendone uno stato coloniale e razzista, l’esatto contrario di ciò che è. Ma anche Hitler immaginò con grande successo che gli ebrei volessero dominare e impossessarsi della Germania e del mondo occidentale, che fossero degli odiosi e aggressivi parassiti. Siamo sulla stessa strada: il Ministero degli Esteri Israeliano ha invitato i turisti israeliani a stare molto lontani, cinque giorni or sono, dalle ben 110 manifestazioni antisemite indette su tutta la carta geografica greca, e la Grecia è il paese più scelto dagli israeliani, spesso 50 voli al giorno. In Olanda, ad Amsterdam un ragazzo con una maglia rossa con su scritto gloriosamente “7 ottobre” in un supermarket sfoggiava la sua gioia per l’eccidio. A Vienna sono scomparse da venerdì una madre cinquantenne e una figlia ventenne, israeliane in vacanza: si teme il rapimento terrorista; all’aeroporto di Cagliari con ritmica scadenza bande proPal aggrediscono i turisti in arrivo coi voli da Tel Aviv.

La lista è senza fine, arriva in mille diverse città negli Stati Uniti e in America latina, in Canada, nel Lontano Oriente.

La violenza ne diventa un comma, il morto è dietro l’angolo, perché l’antisemitismo che vuole distruggere gli ebrei richiede sodisfazioni, vittorie, segnali di espansione nelle Università, scuole, partiti politici…

https://www.fiammanirenstein.com/articoli/agguati-botte-e-provocazioni-l-antisemitismo-non-va-in-ferie-6685.htm

Un paese che si è assolto non riconosce l’odio quando ritorna

Desidero proporvi come riflessione finale, un’attenta analisi dell’antisemitismo italiano di oggi, proposto da Clelia Piperno che parte nella sua analisi dalle considerazioni espresse da Roger Abravanel, noto saggista italiano e presidente dell’Insead Council italiano sul confronto tra Italia e Germania. Si tratta di uno spaccato storico, politico e sociale poco conosciuto, spesso ignorato, che ci consente di meglio comprendere la deriva a cui stiamo assistendo. Leggeremo commenti sferzanti, alcuni sicuramente divisivi, che denotano, tuttavia, una crescente sofferenza profonda esistente nelle comunità ebraiche italiane.

Un grido di dolore percepito inascoltato!

Leggiamo insieme alcuni stralci:

Ci sono numeri che valgono un’intera analisi. Nelle settimane successive al 7 ottobre 2023, il 62 per cento dei tedeschi sosteneva la risposta militare israeliana ad Hamas; in Italia la giudicava giustificata il 18 per cento, il dato più basso d’Europa. Il 25 aprile 2026, a Milano, la Brigata Ebraica — che combatté davvero per liberare l’Italia — è stata assediata per ore al grido di “saponette mancate” e scortata fuori dal corteo dalla polizia in assetto antisommossa. In Germania, osserva Roger Abravanel in una recente e lucidissima analisi comparata, tutto questo sarebbe semplicemente impensabile.

La domanda che il suo testo ci consegna è quella giusta: perché proprio l’Italia è diventata il terreno europeo più fertile per la propaganda anti-israeliana? La risposta non sta nella cronaca mediorientale. Sta in casa nostra, e viene da lontano.

La prima radice è la memoria, o meglio la sua contraffazione. La Germania ha costruito la propria identità democratica sulla Vergangenheitsbewältigung, l’elaborazione della colpa: un processo doloroso e mai concluso, dal processo di Francoforte del 1963 in avanti, che ha imposto ai tedeschi di riconoscersi non come vittime del nazismo ma come sua matrice.

L’Italia ha percorso la strada opposta: la Resistenza è diventata il mito fondativo della Repubblica e, nel mito, la nazione intera si è identificata con i partigiani, delegando la colpa “agli altri”. Così sono scivolate ai margini del racconto nazionale tre verità documentate: le leggi razziali del 1938 furono un prodotto interamente italiano, scritte da giuristi italiani e applicate da funzionari italiani nel silenzio quasi totale delle élite; la caccia all’ebreo dopo l’8 settembre fu resa possibile da delatori, questori e prefetti italiani, e le liste del 16 ottobre 1943 venivano dai censimenti italiani del 1938; l’amnistia del 1946 e la mancata epurazione garantirono la continuità dello Stato e, con essa, la continuità del silenzio.

Un paese convinto di non essere mai stato antisemita non ha sviluppato gli anticorpi per riconoscere l’antisemitismo quando ritorna con parole nuove. Abravanel ricorda un dato che non viene mai citato: partendo dalla popolazione ebraica presente prima delle persecuzioni, l’Italia deportò circa il 13 per cento dei propri ebrei, la Germania circa il 30. Un divario reale, ma molto più piccolo di quanto il racconto nazionale lasci intendere. La memoria tedesca è un allarme permanente; quella italiana è un certificato di buona condotta.

La seconda radice è la formazione. Nella scuola il Giorno della Memoria è scivolato, in troppi casi, verso il rito: una commozione sulle vittime che non richiede alcuna domanda sui carnefici italiani né sui meccanismi del pregiudizio. La commozione senza conoscenza si esaurisce nella giornata stessa. Nell’università il fenomeno è più insidioso, perché non è omissione ma costruzione attiva: in molti dipartimenti il sionismo viene insegnato attraverso la griglia del settler colonialism — non il movimento di liberazione nazionale di un popolo perseguitato, ma un progetto coloniale europeo da decostruire. È un’operazione concettuale precisa: sposta Israele dalla categoria “Stato tra gli Stati”, criticabile come ogni Stato, alla categoria “entità illegittima”, la cui esistenza stessa è il problema.

È il passaggio dalla critica alla delegittimazione, che la definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) indica come soglia dell’antisemitismo: negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione che si riconosce a ogni altro popolo. I duecento docenti di Messina che chiedono di rompere con l’Università Ebraica di Gerusalemme, gli accordi sospesi a Firenze, l’Italia tra i primi sei paesi al mondo per boicottaggi accademici: non sono devianze, sono il prodotto maturo di questa formazione. Ed è in quelle aule che si forma la prossima generazione di giornalisti, insegnanti e dirigenti pubblici.

In Germania, inoltre, esiste un’architettura: un commissario federale con mandato effettivo, monitoraggio strutturato, risoluzioni parlamentari vincolanti — inclusa la condanna del BDS nel 2019 come incompatibile con la responsabilità storica tedesca — procedimenti penali sistematici, il divieto delle organizzazioni islamiste legate ai Fratelli Musulmani. Lo Stato tedesco tratta l’antisemitismo come una minaccia alla democrazia in quanto tale. In Italia i commissari sono rimasti figure simboliche, senza poteri né strumenti.

L’impunità non è neutrale: è pedagogica.

La quarta radice è il sistema mediatico. I media italiani erano fragili prima ancora dei social: sussidi pubblici, proprietà conflittuali, una RAI lottizzata e governata dalla par condicio anziché dalla responsabilità editoriale. Quando le narrative costruite e amplificate da soggetti legati al terrorismo islamico hanno investito le piattaforme, il sistema non ha fatto da filtro ma da cassa di risonanza: l’immagine prima della verifica, la parola “genocidio” prima dell’analisi. E qui si è riaffacciato un meccanismo antichissimo in forma secolarizzata: l’ebreo pubblico chiamato a “dissociarsi” — da Israele, dal suo governo, dalle sue guerre — come condizione di cittadinanza morale. L’ebreo come imputato collettivo, la cui lealtà è sempre da dimostrare.

La quinta radice è la politica, cioè la struttura degli incentivi. In Germania trasformare la causa palestinese in bandiera identitaria di partito è costoso, perché l’antisemitismo è percepito trasversalmente come minaccia alla democrazia. In Italia quel costo non esiste: la delegittimazione di Israele è cavalcata dalla sinistra — forse l’unico tema capace di allinearne le anime divise — mentre il centrodestra, formalmente filoisraeliano, non ha trovato la forza di trasformare la posizione in politica: l’embargo sui ricambi degli aerei addestratori M-346 venduti a Israele è avvenuto sotto un governo di centrodestra, mentre la Germania firmava con Gerusalemme il più grande accordo militare della propria storia. Il paradosso, nota Abravanel, è che tutti sopravvalutano il peso elettorale di Gaza, che è in fondo alle priorità di voto degli italiani: conta nelle piazze, non nelle cabine elettorali. Ma la genealogia è più lunga. La svolta della sinistra italiana ha una data, il 1967: con la Guerra dei Sei Giorni Israele cessò di essere il paese dei kibbutz e divenne, nella grammatica terzomondista, l’avamposto dell’imperialismo. Da allora l’antisionismo è un marcatore identitario trasmesso di generazione in generazione, fino a convergere oggi con l’islamismo politico in un’alleanza che sarebbe incomprensibile su ogni altro terreno. E sotto tutto questo opera un sostrato ancora più antico: sedici secoli di antigiudaismo — l’ebreo deicida, l’usuraio, il ghetto — formalmente superati da Nostra Aetate, ma sedimentati nel linguaggio e nell’immaginario. Chi grida “saponette mancate” attinge a quel deposito, non alla cronaca mediorientale.

L’antisemitismo italiano di oggi è dunque la convergenza di tre matrici — il residuo tradizionale mai elaborato, l’antisionismo di sinistra radicalizzato nell’accademia, l’islamismo organizzato che fornisce energia militante e infrastruttura di piazza — rese efficaci da un’unica condizione abilitante: un paese che non ha mai processato se stesso è convinto di essere immune per definizione. “Non possiamo essere antisemiti: eravamo partigiani” è la frase che consente tutto il resto. La lezione tedesca, pur con i suoi limiti, è che la memoria non serve a commuoversi sul passato ma a riconoscere il presente. Quella italiana, in negativo, è che una memoria autoassolutoria è peggio dell’oblio: l’oblio, almeno, non fornisce alibi. Finché il Giorno della Memoria resterà il giorno in cui l’Italia si ricorda di essere stata buona, invece del giorno in cui si interroga su quando non lo fu, questo paese continuerà a essere — lo dicono i sondaggi, le piazze e le scelte di governo — il terreno più fertile d’Europa per chi trasforma l’ebreo, ancora una volta, nel nome del male.

https://www.shalom.it/italia/un-paese-che-si-e-assolto-non-riconosce-lodio-quando-ritorna/

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in AlbaniaKosovoGhanaSomaliaRuanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Stefano Silvio Dragani

Source link

Di